A proposito degli Hobbits

di Barbara Chiarini

Bilbo Baggins e il mago Gandhalf

Bilbo Baggins e il mago Gandhalf

«In te c’è più di quanto tu non sappia, figlio dell’Occidente cortese. Coraggio e saggezza, in giusta misura mischiati. Se un maggior numero di noi stimasse cibo, allegria e canzoni  al di sopra dei tesori d’oro, questo sarebbe un mondo più lieto.»

(Thorin Scudodiquercia a Bilbo Baggins in Lo Hobbit)

Nelle intenzioni dell’autore doveva essere solamente una favola per bambini, nel concreto aprì una porta su un mondo sconfinato nel regno dell’immaginifico, decretando la storia del genere fantasy. 

Tutti avrete capito che stiamo parlando de Lo Hobbit o La riconquista del tesoro, il romanzo scritto da  J. R. R. Tolkien.

Si racconta che la prima versione del libro ebbe una vita alquanto turbolenta. Iniziata alla fine degli anni Venti su un pezzo di carta, venne poi pubblicata dalla Allen & Unwin, dopo una magnifica recensione  redatta dal figlio di Stanley Unwin, Rayner, che al tempo aveva soltanto dieci anni. 

Secondo Stanley, infatti, non poteva esserci critico migliore per un libro per bambini, che non un bambino: perfetto in questo ruolo era dunque suo figlio. Per svolgere questa mansione, il ragazzino veniva pure ricompensato con uno scellino per recensione. 

La mappa della Terra di Mezzo, disegnata da J.R.R. Tolkien

La mappa della Terra di Mezzo, disegnata da J.R.R. Tolkien

E la recensione che egli rilasciò,  faceva così: «Bilbo Baggins era un Hobbit che viveva in una caverna Hobbit e non aveva mai avventure, un giorno lo stregone Gandalf lo persuade a partire. Ha delle eccitanti avventure con orchi e mannari. Alla fine arrivano alla Montagna Solitaria; Smaug, il drago che vi abita è ucciso e dopo una terrificante battaglia, ritorna a casa – ricco!!!

Questo libro con l’aiuto di mappe, non richiede nessuna illustrazione è buono e può interessare bambini dai 5 ai 9 anni».

Una volta che la casa di produzione ebbe accettato di stamparlo, la prima stampa di sole 1500 copie (con poche illustrazioni e tutte in bianco e nero),  fu edita il 21 settembre 1937 ed andò esaurita nel giro di un brevissimo tempo: ma, malgrado la popolarità del libro, lo stato pre-bellico causò scarsità di carta e quindi rallentò l’iniziale espansione editoriale della prima edizione.

Le altre che seguirono sono infatti datate 1951, 1966 e 1978, ovvero postume agli eventi.

Ad oggi, la popolarità di quest’opera va ben oltre il mero lettore, indiscutibilmente conosciuta ed apprezzata a livello mondiale dagli appassionati del genere.

La magica avventura di Bilbo ebbe inizio in un torrido pomeriggio estivo, nel corso dei primi anni Trenta, mentre il professor Tolkien correggeva dei compiti di letteratura inglese: uno degli esaminandi aveva lasciato una pagina in bianco. Per Tolkien questo fu l’incipit di un racconto che era pronto a uscire dalla sua mente; così, di getto, scrisse su quel foglio la seguente frase: « In un buco del terreno viveva uno Hobbit ».

Cosa insolita per gli ampollosi professori di Oxford, Tolkien, quel giorno d’estate, si lasciò totalmente prendere dall’ispirazione e, così facendo, segnò il suo destino diventando per tutti il padre degli Hobbit e,  praticamente, anche l’autore più letto al mondo per quasi un intero secolo.

Così ebbe inizio  la descrizione di quei piccoli esseri chiamati Hobbits, di un loro mondo, e soprattutto di una lingua propria  con la quale esprimersi. Insieme a loro prese forma anche un nuovo universo, la Terra di Mezzo, una sorta di era remota rispetto a quella presente, abitata da razze ostili all’uomo (orchi e troll) e da altre pacifiche (elfi, nani e hobbit). Un materiale narrativo enorme che poi troverà un’ espressione ancora più definita ne Il Signore degli Anelli (edito in tre volumi tra il 1954 e il 1955).

I Nani di Erebor nel film Lo Hobbit

I Nani di Erebor nel film Lo Hobbit

Il romanzo de Lo Hobbit ha, come in tutte le favole che si rispettino, inizia da un regno: il Regno dei Nani di Erebor e della Montagna Solitaria. Un regno che però, è stato distrutto dall’arrivo del drago Smaug il quale, oltre a seminare la distruzione, si è impossessato anche del grande tesoro, celato nel cuore della montagna. Dopo tanti anni di peregrinazioni, un gruppetto di tredici nani, sopravvissuti alla tragedia, decide pertanto di riorganizzarsi per riconquistare sia il regno che il tesoro: guidati dal re Thorin e dal saggio mago Gandalf, fanno allora ritorno in patria e accendono la rivolta contro il drago che, alla fine, verrà ucciso. Ma tutto questo avviene soltanto grazie al provvidenziale intervento di un piccolo ometto, Bilbo Baggins, lo hobbit di cui parla il titolo del romanzo.

Bilbo è un pacifico abitante della pacifica Contea, patria degli hobbit, creature che hanno in comune con i nani soltanto  l’altezza. Gli hobbit infatti non combattono, non accumulano tesori, non viaggiano, non fanno nulla di particolarmente avventuroso, sono una versione pigra, gaudente e oziosa dei nani;  però, sotto questa scorza di accidia, batte un cuore forte, tenace, capace di resistere al male forse più di ogni altro essere abitante nella Terra di Mezzo. E l’ingresso di Bilbo nella compagnia dei nani permetterà il lieto fine dell’avventurosa marcia verso la riconquista del tesoro.  

Leggendo, i lettori dei romanzi di Tolkien compiono praticamente lo stesso viaggio degli hobbits: condotti da queste piccole guide, entrano nella profondità del mistero e arrivano  a scoprire che c’è qualcosa di più grande ad attendere tutti quanti, un destino più splendente dell’oro e più forte della cupidigia.

Ed in effetti, questi hobbit di Tolkien, tanto piccoli e tenaci,  sono forse i più grandi personaggi sortiti dalla letteratura del ‘900, una  risposta vincente al secolo cupo e perdente che ci siamo lasciati alle spalle, perché ci invitano a perseguire la virtù della speranza; esattamente come si espresse Michael Tolkien, figlio dello scrittore, quando rispose alla domanda sul successo del padre: «Almeno per me non c’è nulla di misterioso nell’entità del successo toccato a mio padre, il cui genio non ha fatto che rispondere all’invocazione di persone di ogni età e carattere, stanche e nauseate dalla bruttezza, dall’instabilità, dai valori d’accatto, dalle filosofie spicciole che sono stati spacciati loro come tristi sostituti della bellezza, del senso del mistero, dell’esaltazione, dell’avventura, dell’eroismo e della gioia, cose senza le quali l’anima stessa dell’uomo inaridisce e muore dentro di lui». 

J.J.R. Tolkien

J. J. R. Tolkien

Al romanzo Lo Hobbit, tradotto in ben 42 lingue e dialetti, si è ispirato il regista neozelandese Peter Jackson (già autore della trasposizione cinematografica de Il Signore degli Anelli) per realizzare una trilogia, il cui primo capitolo, Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, fece l’uscita nel 2012. ad esso sono seguiti poi gli  altri due,  La desolazione di Smaug e La battaglia delle cinque armate tra la fine del 2013 e l’estate del 2014.

E come tutto ebbe inizio in un torrido pomeriggio di inizio estate di tanti, tantissimi anni fa, così oggi, in un non meno torrido pomeriggio di fine estate del XXI secolo, il nostro racconto volge al termine. 

Un sincero grazie al professor Tolkien per avere regalato, a dispetto delle recensioni, anche a chi non e più fanciullo, una delle storie fantastiche più belle che siano mai state scritte in questo mondo!

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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