Storia delle Olimpiadi: Rio de Janeiro 2016

di Simone Borri

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I Giochi Invernali del 2014 si erano svolti a Sochi, in Russia, ed avevano trionfato soprattutto le polemiche. Il paese di Vladimir Putin non godeva di buona stampa, e a volte sembrava proprio che ci mettesse del suo per peggiorarla. Alle questioni politiche si era aggiunta quella prettamente sportiva e tutt’ora non risolta del doping (ereditato dalla vecchia Unione Sovietica, anche se sicuramente non di esclusivo monopolio). Un’edizione insomma da dimenticare, per i Giochi estivi serviva qualcosa che facesse da rilancio in grande stile.

Per la terza volta nella storia, FIFA e CIO avevano guardato dalla stessa parte al momento di assegnare il rispettivo main event alla nazione ospitante. Per la terza volta era sembrata un’idea geniale. Mondiali di calcio 2014 ed Olimpiadi 2016 alla stessa nazione, costi ridotti e ottimizzati (costruisci strutture per uno e le sfrutti per due, e anche corruzione, sprechi ed errori li paghi una volta sola).

Per la seconda volta la scelta era caduta su un paese latinoamericano. Dopo il Messico a fine anni 60 (seguito poi dalla Germania Ovest della ostpolitik), toccò al Brasile che si affacciava nel terzo millennio con tutte le sue contraddizioni e tutto il suo fascino intatti ed ereditati dai secoli precedenti. In Messico era andata benino, le manifestazioni erano andate in archivio con dignità, al netto dei morti di Piazza delle Tre Culture e di tante altre immagini non proprio edificanti che l’opinione pubblica mondiale aveva preferito lasciar spazzare sotto il tappeto, come immondizia da parte di una colf frettolosa e sciatta.

Olimpiadi2016-210721-002In Brasile sarebbe andata così così. Il paese era considerato potenza economica emergente (al pari di Cina, India e Russia, il cosiddetto BRIC), ma le consuete ed immancabili contraddizioni sudamericane in esso erano amplificate al massimo grado rispetto al Messico, e nel 2014-16 la televisione ormai non perdonava più niente a nessuno. La cerimonia di apertura dei Mondiali era stata surclassata dagli scontri fuori del Maracanà tra manifestanti e polizia, senza esclusione di colpi. Il Brasile non era più tutto carnevale e calcio, o almeno non soltanto. I brasiliani si erano stancati dell’oppio del loro popolo e il mondo dovette prenderne atto. Ci si era messa poi anche la nazionale verdeoro che si presentò ai secondi Mondiali casalinghi della storia con una delle sue peggiori edizioni di sempre. Strabattuta dalla Germania in semifinale per 7-1 (almeno nel 1950 aveva ceduto all’Uruguay dignitosamente per 2-1), la seleçao era andata a vergognarsi in un angolo insieme a tutto il paese che una volta sul campo di calcio ci ballava il samba.

L'urlo d'oro di Fabio Basile.....

L’urlo d’oro di Fabio Basile…..

C’era da spettarsi un Brasile dimesso e disattento due anni dopo, quando fu dato il via alla cerimonia di apertura di Olympia do Brasil 2016. E invece, forse proprio per il fatto di avere la testa finalmente sgombra da quell’elisir/veleno che lo offusca da sempre in epoca moderna, il Brasile sorprese tutti con una rappresentazione di se stesso di rara bellezza. L’italiano Marco Balich, già progettista di Expo 2015 e dello Juventus Stadium, vinse la prima medaglia d’oro mettendo in scena una splendida coreografia aperta dalle note struggenti di Aquele abraço di Gilberto Gil, la canzone con cui aveva salutato il suo paese al momento di partire per l’esilio nel 1968, durante la repressione del governo militare.

.....e quello di Daniele Garozzo

…..e quello di Daniele Garozzo

La prese larga Balich, raccontando per immagini e musica una storia che dagli albori della vita sulla Terra arrivava fino ai giorni nostri rappresentando il paese ospitante come l’ultimo dei suoi paradisi, attraverso la chiamata in scena di tutte le sue eccellenze e bellezze. Giochi di luce e danze che raccontavano l’evoluzione di questa terra, la costruzione del paradiso terrestre da parte degli Indios, la conquista e la colonizzazione portoghese, l’indipendenza e la liberazione degli schiavi venuti dall’Africa, l’integrazione e lo sviluppo urbano moderno con la convivenza a pochi metri di distanza di metropoli avveniristiche e favelas, le visioni di Oscar Niemeyer l’architetto padre di Rio de Janeiro.

Alla potenza evocativa e visiva di tutto ciò si accompagnava la grande musica brasiliana. La chitarra classica di Paulinho da Viola accompagna la più suggestiva esecuzione mai ascoltata della Marcha Triunfal, l’inno brasiliano. Alla fine i centomila del Maracanà la cantarono a cappella, come avevano fatto due anni prima per la loro seleçao, ma quanta più grazia e suggestione questa volta! Poi fu la volta della Ragazza di Ipanema, cantata da Daniel Jobim per il nonno Antonio, mentre Gisele Bundchen, la modella brasiliana diventata una istituzione nazionale, attraversava lo stadio in tutta la sua lunghezza per la più lunga ed emozionante passerella della sua vita.

Lacrime italiane a Rio: Frank Chamizo.......

Lacrime italiane a Rio: Frank Chamizo…….

Il Brasile celebrava orgoglioso le sue molte eccellenze. Ed ecco allora il tributo ad Alberto Santos Dumont, l’uomo che si contende con i fratelli statunitensi Wilbur ed Orville Wright l’onore di aver compiuto il primo storico volo nella storia umana. I fratelli Wright volarono per la prima volta il 17 dicembre 1903, ma sparati da una specie di fionda. Santos Dumont fu il primo a staccarsi dal suolo con decollo autonomo il 13 settembre 1906 a Parigi con il suo celebre apparecchio 14 bis, di cui una riproduzione venne fatta alzare in volo sul cielo di Rio con l’accompagnamento sempre di Tom Jobim e del suo Samba do aviao, la canzone della meraviglia per chi arriva a Rio dal cielo.

Per finire, ancora grande musica, Jorge Ben con il suo Pais tropical. Poi la samba, e non poteva essere altrimenti, con le Scuole che sfilavano dietro le loro bandiere anticipando la promenade degli atleti. Ma prima, la degna conclusione di questa cerimonia a bassissima tecnologia e ad altissima coscienza sociale ed ambientalista. Un breve filmato, ma efficace come un cazzotto nello stomaco, che mostrava gli effetti dell’inquinamento e del surriscaldamento globale sui cinque continenti che si ritrovavano lì, a giocare. Un momento da prendere assai sul serio, non essendo scontato che ce ne siano più molti altri in futuro.

.....le ragazze della Ritmica.......

…..le ragazze della Ritmica…….

I Cinque Cerchi verdi disegnati dal coreografo ebbero un impatto che andava ben al di là della loro ragione immediata. Decisamente, la più bella cerimonia inaugurale di sempre. Conclusa tra l’altro con il più nobile dei gesti. Al momento dell’entrata delle squadre, la fanfara olimpica richiamava tutti al sogno di sempre, quello che ci accompagna fin da ragazzini ai quattro angoli di questa Terra non più spensierata, se mai lo è stata. Quella volta non ci furono discussioni, ad entrare per prima fu la Madre Grecia, senza tener conto di laboriosi ordini alfabetici o di convenienze economiche, ma soltanto di quanto di più nobile contribuito da parte di essa alla storia dell’Umanità.

Assenti le autorità brasiliane, forse per evitare di rinfocolare gli animi e risvegliare cani dormienti, e purtroppo anche colui che il Brasile tutto avrebbe voluto come ultimo tedoforo, Edson Arantes do Nascimento detto Pelé, il brasiliano più famoso degli ultimi due secoli. Ma o rey versava in brutte condizioni di salute, e non c’era più neanche Mohamed Alì, scomparso due mesi prima dell’accensione del braciere di Rio.

......e Ivan Zaitzev.

……e Ivan Zaitzev.

Era tempo che il Brasile ed il mondo intero si cercassero nuovi eroi. E lo fecero, pur con qualche inevitabile e ampiamente prevista sbavatura. La seleçao vendicò l’umiliazione di due anni prima vincendo la medaglia d’oro nel futebol a spese proprio della Germania. Altro oro arrivò al Brasile dal Volley, a spese della bellissima Italia di Blengini contro la quale usò maniere più che forti coadiuvate dal favoritismo arbitrale. Dopo il 2014, il Brasile aveva deciso che non si lasciava indietro più niente e non concedeva più niente a nessuno, evidentemente.

Per l’Italia furono comunque ottime Olimpiadi, che le valsero il nono posto nel medagliere assoluto. All’argento della pallavolo (il terzo di sempre, come il basket il volley italiano si è sempre fermato sul limitare  della vittoria più prestigiosa, senza mai poterla afferrare) aggiungemmo gli otto ori di Fabio Basile (Judo), Daniele Garozzo (Fioretto individuale), Niccolò Campriani (2, una nel Tiro a segno carabina 10 m. e una nella carabina 50 m. tre posizioni), Diana Bacosi (Tiro a volo skeet femminile), Gabriele Rossetti (Tiro a volo Skeet maschile), Gregorio Paltrinieri (Nuoto, 1500 stile libero), Elia Viviani (ciclismo su pista, omnium). Aggiungemmo 12 argenti, tra cui quello della pallanuoto femminile battuta in finale dai fortissimi Stati Uniti. Aggiungemmo 8 bronzi, tra cui spiccava quello dell’ultimo rampollo della dinastia Abbagnale, Giovanni, in coppia con Marco Di Costanzo nel canottaggio 2 senza. Ed aggiungemmo anche le lacrime delle ragazze della ginnastica ritmica, tirate giù dal podio per pochi centesimi di punto a vantaggio della potentissima federazione bulgara. Sorte analoga quella di Frank Chamizo Marquez, il ragazzo di Cuba naturalizzato italiano che fu declassato dai giudici a vantaggio del più quotato (e sponsorizzato) azero Togrul Asgarov.

Medagliere di Rio de Janeiro 2016

Medagliere di Rio de Janeiro 2016

Ma insomma, malgrado sviste e furtarelli come in ogni Olimpiade che si rispetti, il nostro medagliere finale era da considerarsi decisamente egregio: 28 medaglie, 8 ori, 10 argenti, 8 bronzi. Come a Londra 2012 e appena meglio di Pechino 2008. Il nono posto sembrava la nostra dimensione ottimale, tenuto conto della nostra impreparazione istituzionale allo sport che conta. La Corea del Sud ci stava davanti all’ottavo posto con meno medaglie complessive ma un oro in più. La Francia al settimo posto sarebbe stata raggiungibile soltanto grazie a fattori episodici, ma forse non equi. Tra le 42 medaglie loro (di cui 10 ori) e le 28 nostre c’era tutta la differenza tra una società ed un paese che investono istituzionalmente nella salute ed il benessere dei propri cittadini ed una società ed un paese fermi anche in questo campo al volontariato sociale ed al provvidenziale stellone.

Vinsero gli U.S.A., che almeno nello sport si avviavano a celebrare un nuovo secolo americano. Sorprendente seconda la Gran Bretagna, la Britannia Felix che beneficiava forse dell’imminente Brexit, e dell’onda lunga di Londra 2012. La Gran Bretagna si tenne dietro anche la Cina emergente, e nell’ordine la Russia (che a sentire il Comitato Olimpico Internazionale non doveva neanche esserci),  poi Germania, Giappone, Francia ed appunto Sud Corea.

La gioia incredula di Tania Cagnotto all'annuncio della sua medaglia di bronzo

La gioia incredula di Tania Cagnotto all’annuncio della sua medaglia di bronzo

Poche, veramente poche, le figure leggendarie della XXXI^ Olimpiade. Se si escludono Michael Phelps (al passo d’addio dopo cinque olimpiadi, 23 ori, tre argenti e due bronzi, festeggiato con l’oro vinto assieme ai compagni della staffetta 4×100 americana) ed Usain Bolt (anche lui al canto del cigno, festeggiato con la terza doppietta 100 – 200 metri piani in altrettante Olimpiadi e la vittoria nella staffetta 4×100 per la Giamaica), i nomi di rilievo furono veramente pochi. Magari qualcuno lo diventerà ripetendosi a Tokyo nelle prossime settimane.

La Fede, alla sua quarta olimpiade (in procinto di disputare la quinta a Tokyo)

La Fede, alla sua quarta olimpiade (in procinto di disputare la quinta a Tokyo)

I personaggi più carismatici, probabilmente, sono state e resteranno due signore italiane. Tania Cagnotto, che completava la lunga rincorsa alla medaglia olimpica cominciata da suo padre Giorgio a Monaco di Baviera nel 1972, con il bronzo nel trampolino e l’argento nel sincronizzato insieme a Francesca Dallapé. E l’intramontabile signora italiana del nuoto nonché nostra elegantissima portabandiera: Federica Pellegrini. Alla sua quarta olimpiade, capace di far risplendere un quarto posto come una medaglia del metallo più prezioso.

Sarà difficile trovare eredi a queste donne, così come sarà difficile dopo queste Olimpiadi e questi Mondiali tornare alla normalità per il Brasile, come si intuiva già da una cerimonia di chiusura per nulla all’altezza di quella di apertura. Mentre il mondo cominciava già a guardare in direzione del Sol Levante. Adeus mundo novo. Konnichiwa Tokyo-ga.

Olympic Flame Displayed A Day After Tokyo Games Postponement Announced

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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