I conti con la sorte

di Simone Borri

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Piange Roberto Mancini, abbracciato a Gianluca Vialli. E’ un pianto che viene da lontano quello dei due ex sampdoriani che su questo prato persero nel 1992 una finale di Champion’s che il Barcellona non meritava più di loro. E che si accodò al conto che i due enfants prodiges del calcio italiano di allora avevano già aperto con la fortuna. La quale non sempre aiuta gli audaci e i meritevoli. Le delusioni più grosse le avevano avute infatti proprio dalla Nazionale, una Nazionale – quella allenata da Azeglio Vicini – che sembrava predestinata a grandi cose e che invece alla fine rimase con in mano un pugno di notti magiche alle quali ogni italiano appassionato di calcio cerca di ripensare il meno possibile.

Cominciò proprio a Italia 90 la maledizione dei calci di rigore che per ben tre edizioni consecutive dei Mondiali ci vide uscire senza praticamente aver mai perso ed essendo accreditati dei favori del pronostico in quanto squadra migliore. Di quella compagine Vialli era stato il nome più prestigioso, ma anche quello che si era fatto male per primo ed aveva giocato a mezzo servizio. Dei maledetti rigori parati da Goycoechea lui non era arrivato a tirarne neanche uno. Il suo amico Mancini era già fuori del giro della Nazionale da due anni (a quell’epoca avevamo abbondanza e ce lo potevamo permettere, avendo in squadra gente che si chiamava Giannini e Baggio), dopo aver incantato tutti all’Europeo del 1988.

ManciniVialli210712-001Piangono i due ragazzi terribili del vecchio Mantovani, e sono in molti sul prato e sugli spalti ad avere gli occhi lucidi. Ne avevamo molti di conti in sospeso con gli dèi del calcio. Qui a Wembley avevamo racimolato soltanto due vittorie, per quanto sentite e prestigiose, nel 1973 e nel 1997. Che alla fine si erano rivelate fini a se stesse, non avendo aperto la strada a particolari successi azzurri.

L’Inghilterra per i nostri colori è sempre stata una terra avara di soddisfazioni, a Middlesborough nel 1966 ed a Manchester, Old Trafford, nel 1996 eravamo usciti anzitempo senza lode e con qualche infamia. Poi basta, sia a livello di Nazionale che (con qualche eccezione come la finale italiana della Champion’s del 2003 tra Milan e Juventus) a livello di club.

Negli ultimi quindici anni ci siamo abituati a guardare il calcio inglese come il paradiso da cui ormai noi anime dannate italiane saremo esclusi per sempre, condannati ad un purgatorio senza fine. Dopo Berlino, dopo il rigore di Fabio Grosso e la corsa dei ragazzi di Lippi sul prato dell’Olympiastadion, sembrava che il calcio in Italia fosse morto e sepolto. Quelle quattro stelle che sormontano lo scudetto tricolore sulla maglia azzurra, destinate a diventare una foto d’epoca, roba da almanacco come gli stemmi della Pro Patria e della Pro Vercelli.

Ecco come arrivavamo ieri sera a Wembley, con l’aggravante della delusione per il sogno sfumato di Matteo Berrettini (in tribuna accanto alle autorità italiane) e del fatto di fronteggiare l’unica squadra europea di rango che ai giorni presenti poteva mettere in campo una fame superiore alla nostra. Noi non vincevamo gli Europei dal 1968, gli inglesi avevano vinto il loro ultimo ed unico titolo due anni prima. Erano ancora insieme i Beatles, tanto per dare l’idea del tempo che è passato. La regina d’Inghilterra era Pelé, come canta Venditti.

Gli inglesi avevano organizzato la fase finale di questo wandering european championship con la speranza neanche tanto segreta di vincerlo, riportando a casa il calcio, come si leggeva e si sentiva dappertutto a Londra nell’ultimo mese. Dopo l’ottavo contro la nemica di sempre, la Germania, dopo aver assistito all’esplosione del suo centravanti delle meraviglie, Harry Kane, ci credevano come ad un destino ormai ineluttabile.

La storia dei confronti diretti, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, li vedeva in leggero svantaggio nei nostri confronti, 10 vittorie italiane, 8 inglesi, 9 pareggi. Ma la storia recente del calcio degli anni duemila ci ha lasciati indietro, mentre ha portato verso le stelle la Premier League e le sue squadre supersponsorizzate.

Anche loro vengono da una storia di sofferenza, nove volte il loro destino si è deciso ai rigori e sette volte è stato uno di loro a sbagliare quello decisivo. Gareth Southgate, c’é da crederci, aveva smesso da poco di risognare il suo rigore sbagliato nella serie finale contro la Germania qui a Wembley trent’anni fa. Il football doveva tornare a casa allora, invece grazie a lui prese la strada di Berlino e da allora qui non s’é più rivisto. C’é da credere che quella appena trascorsa sarà la prima di una nuova lunga serie di notti in cui l’ex stopper della Nazionale dei Tre Leoni e suo attuale CT ricomincerà a sognare il suo errore, alternandolo con quelli dei rigoristi da lui mandati sul dischetto stanotte.

Euro 1968Per l’Italia che aspettava da 53 anni l’erede di Giacinto Facchetti e alla fine l’ha trovato in Leonardo Bonucci, man of the championship assieme a Gigio Donnarumma, la lunga attesa è finita nella notte forse più difficile. Questa Inghilterra, circondata dai suoi tifosi che senza paura né degli azzurri né tanto meno del Covid in tutte le sue varianti avevano riempito Wembley fino all’ultimo posto disponibile, poteva incutere timore più di Belgio e Spagna messi insieme.

E per come si erano messe le cose si sarebbe trattato di un timore più che giustficato, potenzialmente schiacciante. Ma i ragazzi selezionati da Mancini prima ancora che gente che dà del tu al pallone si sono rivelati uomini di gran carattere, 22 Bonucci ed altrettanti Chiellini. Non ultimo quello Spinazzola che saltellando su una gamba sola come Enrico Toti ha gettato la stampella addosso alle avversità ed è andato per primo a prendersi medaglia e stretta di mano sul palco dove è stata consegnata all’Italia la Coppa che doveva tornare a casa. E che alla fine l’ha fatto.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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