Il vaccino di cartapesta

di Simone Borri

RadioLondra201110-003

Parla Londra. Trasmissione destinata alle forze combattenti nelle zone occupate.

«Anche se ampie parti dell’Europa e molti Stati antichi e famosi sono caduti o potrebbero cadere nella morsa della Gestapo e di tutto l’odioso apparato del dominio nazista, noi non desisteremo né abbandoneremo. Andremo avanti fino alla fine. Combatteremo in Francia, combatteremo sui mari e gli oceani, combatteremo con fiducia crescente e con forza crescente nell’aria, difenderemo la nostra isola a qualunque costo. Combatteremo sulle spiagge, combatteremo nei luoghi di sbarco, combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline. Noi non ci arrenderemo mai».

(Winston S. Churchill, 4 giugno 1940)

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L’impresa più formidabile tutto sommato non fu quella di allestire il trasporto e lo sbarco di un milione e mezzo circa di soldati alleati in cinque spiagge diverse della Normandia, per la riapertura del secondo fronte in Europa contro Hitler nella giornata del 6 giugno 1944 che abbiamo di recente rievocato.

L’impresa più clamorosa, quasi incredibile, fu quella di approntare un esercito alternativo di pari entità, fatto però di cartapesta, e di posizionarlo dove la logica e l’Alto Comando tedesco lo volevano: al Pas de Calais, il punto in cui la Manica si stringeva di più ed una invasione era meno soggetta agli incerti del meteo e del mare. Ancora oggi, è da lì che partono i traghetti per l’Inghilterra, tre ore soltanto di traversata.

Fu un capolavoro di deception, controinformazione, controspionaggio, depistaggio, a riprova di quanto sappiamo fin dai tempi di Sun Tzu: le guerre si vincono soprattutto con il controllo delle informazioni da far trapelare (addomesticate) al nemico, prima ancora che da acquisire (veritiere) per se stessi.

Per rendere l’enorme messa in scena più credibile, a capo dell’esercito di cartone fu messo colui che ci si sarebbe aspettati di vedere alla testa della vera invasione, il generale George C. Patton, il più prussiano dei comandanti americani. La sua controparte, il feldmaresciallo Erwin Rommel, comandante del Vallo Atlantico in Francia, non era soprannominato la volpe per caso. Aveva fiutato la trappola, ma il suo parere contava meno di quello del Fuhrer, che optò per Calais.

Questa in sostanza è la storia di Overlord, lo sbarco in Normandia che fu reso possibile anche e soprattutto da come i servizi segreti inglesi ed americani se la giocarono depistando l’attività delle spie tedesche, che scoprirono troppo tardi il bluff organizzato a loro beneficio da Eisenhower & c.

Per più di settant’anni circa nel dopoguerra siamo vissuti in un mondo sostanzialmente libero anche grazie a quell’esercito di cartapesta che il D Day, il 6 giugno 1944, non si mosse di un solo millimetro ma fu determinante al pari dell’altro, quello che fu traghettato a Omaha Beach ed alle altre spiagge normanne. E grazie anche alla tempra di soldati appartenenti ad una generazione capace di affrontare a viso aperto la più mostruosa tirannia mai superata nell’oscuro, deplorevole catalogo del crimine umano, come la aveva definita Winston Churchill nel momento in cui sembrava che essa avrebbe prevalso. Una generazione di individui capaci di mettere da parte ogni individualismo e di sacrificarsi con l’unica prospettiva di sudore, lacrime e sangue, un tempo di lotta e sofferenza lungo ed incommensurabile, un’unica alternativa: vincere o morire.

Quasi ottant’anni dopo, il mondo restituito alla libertà dal sangue che arrossò le spiagge della Normandia e da quella cartapesta pressata e sagomata così bene da sembrare una distesa sterminata di Spitfire, Hurricane, bombardieri Lancaster, Fortezze Volanti, mezzi da sbarco e carri armati (senza che un solo inglese o americano andasse a venderne i segreti al nemico), si ritrova ad affrontare di nuovo un’ora più buia. Ma stavolta il nemico non è un esercito formidabile, efficiente e privo di scrupoli come la Wehrmacht nazista degli anni 40. E’ un bacillo strano, che molti sospettano esser stato creato non da Madre Natura, ma piuttosto – nella migliore delle ipotesi – da pasticcioni umani. Che – nella peggiore – sapevano esattamente con cosa stavano pasticciando e a che scopo.

Il più minuscolo dei nemici inizialmente è sembrato avere la meglio su una popolazione fatta di individualità che non sanno più – o non hanno mai saputo – fare squadra, generazione, fronte unito davanti ad una qualunque difficoltà. Figuriamoci una che ci ha presi di sorpresa come Hitler con la Francia nel 1940, proprio mentre stavamo progettando la prossima irrinunciabile e leggendaria vacanza, distraendoci nel frattempo con le tante Real TV che ormai non sappiamo più distinguere dalla realtà vera.

E’ stata una Caporetto, un 8 settembre. Con le Autorità in fuga per prime, il Regio Esercito impersonato stavolta dai medici e dai manager sanitari lasciati tutti a se stessi senza direttive né risorse adeguate, un manipolo di coraggiosi, gli infermieri, abituati da sempre ad obbedir tacendo e tacendo morir e rimasti a fare il proprio dovere anche per il fatto di non avere alternativa, una polizia morale pronta a scatenarsi contro chi, addetto ai lavori o semplice cittadino, si rifiutava di conformarsi alla vox populi corrente, alle versioni ufficiali promulgate dai governi e dalle Agenzie del Farmaco (ma non necessariamente in quest’ordine), al panico generato dalle morti – inizialmente non poche e presentate comunque con piglio manzoniano – sulle quali nessuno si fermava a riflettere veramente.

Questa volta, la deception ha funzionato a rovescio, a vantaggio dei cattivi contro i buoni. L’esercito di cartapesta è stato schierato per far credere ad una popolazione mantenuta ad arte nel terrore della nuova Morte Nera che non ci fosse altra salvezza che richiudersi in casa come nel 1348, e disporsi a ricevere quel novello Corpus Christi che è il vaccino. Anzi, i vaccini, testati a tempo di record da aziende che mai avevano prodotto presidi medici di tale natura e che stavolta sono stati in grado in tre soli mesi di trovare la panacea. Pfizer, Moderna, Astra Zeneca, Johnson & Johnson sono diventate le protagoniste di questa guerra di controinformazione che si è scatenata da quando sono entrate sul mercato con i vaccini, RNA o tradizionali, ed i loro effetti contraddittori. La guerra – nomen omen – dei bugiardini.

Alle vittime del Covid, in merito alle quali si è scatenata una faida tra statistici di regime senza precedenti (come ha rilevato di recente perfino il presidente dell’ISTAT, a proposito della questione delle classificazioni nosologiche), si sono aggiunte quelle dei vaccini. Delle quali gli organi di stampa parlano malvolentieri ed il meno possibile, come delle vittime del fanatismo islamico. Ma alla prova dei fatti non è più mistificabile il dato che queste pozioni magiche hanno controindicazioni notevoli, al punto che diversi paesi europei e di altri continenti hanno già provveduto ad alcune significative squalifiche.

Ma guai a dirlo, anche se magari sei un premio Nobel come Luc Montagnier, davanti a cui quarant’anni fa il mondo si genufletteva grato per aver egli trovato il rimedio contro la Morte Nera dell’epoca, l’AIDS, e che adesso viene fatto oggetto di pubblico ludibrio e trattato come un vecchio cretino dalla specie umana più idiota insieme a quella dei NO-WAX: i PRO-WAX.

Dice il Nobel francese che un vaccino non si mette a punto in tre mesi. Che poi è quello che avrebbe detto Albert Sabin, se fosse stato ancora tra noi. O che ha ancora voce per ribadire il suo vecchio allievo prof. Giulio Tarro, che ha voglia a sgolarsi da un anno a questa parte a dire che basta fare ragionevole ricorso ad alcune precauzioni come la mascherina (ma non magari quando sei in macchina da solo, o entri nell’acqua di mare, lì in quel caso ci vuole lo psicoanalista, e bravo), lavarsi le mani, stare all’aria aperta ed al sole (quando c’è), e lasciar fare a Madre Natura ed ai farmaci nel frattempo messi a punto da chi il coronavirus l’ha combattuto nelle prime linee ospedaliere, e non negli studi televisivi.

Non importa essere affiliati alla CIA o all’MI6 per diffidare di certi paladini della salute pubblica che si chiamano Bill Gates o Anthony Fauci (attenzione a commentare a proposito degli interessi – o per meglio dire dei conflitti di interessi – di costoro, perché Facebook e gli altri social vi silenziano subito, Zuckerberg e Dorsey l’arte della sopravvivenza l’hanno imparata da tempo). Non importa avere un master in immunologia o infettivologia per capire che se sono le aziende di Big Pharma a rivolgersi direttamente alle Agenzie Europee ed Americane del Farmaco per farsi ammettere sul mercato, allora c’è qualcosa che non va.

Non importa avere Q.I., particolari per capire che un vaccino che non copre al 100% (sia l’individuo che il cosiddetto e famigerato gregge) non è un presidio contro niente, men che meno della salute di coloro più deboli che vogliamo preservare e con la cui salvaguardia ci giustifichiamo allorché la tentazione di cedere alle enormi pressioni psicologiche dell’establishment politico-affaristico-mediatico-sanitario per costringere ad offrire il braccio alla fatale siringa si fanno insostenibili.

Se ti buchi, sei tossico e basta (per te stesso) e non sei di alcuna sicurezza per chi entra in contatto con te. In più, esistono tante di quelle varianti del ceppo originario del Covid (che qualcuno tra l’altro sostiene non essere ancora stato correttamente isolato) da rendere al confronto il periodico vaccino anti-influenzale una cosa seria.

La seconda guerra mondiale l’abbiamo vinta, direttamente o indirettamente. La terza ci è stata data a tavolino per abbandono dell’avversario. La quarta la stiamo perdendo, o la perderemo. Siamo una generazione di deboli, di vigliacchi e anche di poco istruiti. Non sappiamo fare neanche più quel due più due che una volta spingeva i nostri avi a rimboccarsi le maniche senza tanti lamenti in occasione di spagnole, alluvioni, terremoti, ad andare comunque fuori a guadagnarsi il pane, a far fronte comune sul Piave o dove di volta in volta c’era bisogno.

Siamo la generazione che non vuole storie, e per questo alla fine ha deciso di farselo (il vaccino). Siamo la generazione che se salta il mare per il secondo anno consecutivo sclera, ma intanto gli operatori turistici invernali che si fottano, seguiti a breve da quelli marittimi. Perché il bravo governatore che abbiamo acclamato a furor di popolo ancora col cavolo che paga loro dei ristori decenti.

Siamo quelli che mandiamo i nostri ragazzi di quindici anni a farsi bucare, con il sorrisetto ebete sulle labbra, lo stesso che hanno quando si mettono in coda per l’iPhone. E il bello è che crediamo di preparare ancora per loro un mondo migliore. Crediamo di assomigliare ad Abramo, confidando in un Dio che all’ultimo momento ci farà risparmiare Isacco. E non ci accorgiamo più che le nostre fattezze e le nostre modalità sono ormai quelle di Erode.

E che non distinguiamo più, come le spie tedesche in Inghilterra nel 1944, la realtà dalla cartapesta da cui siamo circondati.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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