Quella notte a Via dei Georgofili

di Barbara Chiarini e Simone Borri

Georgofili200527-001

(b.c.)

Ventotto anni fa un’esplosione sconquassò quella che sembrava una tranquilla notte fiorentina, sotto la Torre de’ Pulci nel centro storico della città: il fuoco, il tappetto di vetri e calcinacci attorno agli Uffizi e l’odore di esplosivo, di quei trecento chili di tritolo con cui era stato imbottito un Fiat Fiorino.

Fu chiaro quasi immediatamente che non era stata una fuga di gas ma un attentato: un attentato di mafia.

Morirono cinque persone: Angela Fiume e Fabrizio Nencioni, lei custode dell’Accademia dei Georgofili e lui ispettore dei vigili urbani, le loro figlie Nadia e Caterina di nove anni e due mesi e lo studente universitario fuori sede di Sarzana, Dario Capolicchio.

Altre quarantuno rimasero ferite.

Ventotto anni dopo la Toscana ricorda.

Lo ha fatto anche oggi, pur con le limitazioni imposte dalla pandemia, con una manifestazione culminata come ogni anno nella deposizione alle una e quattro minuti, l’ora in cui esplose la bomba, di una corona sul luogo dell’attentato.

Firenze, La notte della strage

Firenze, La notte della strage

(s.b.)

Erano le una di notte, o giù di lì. Ricordo che il boato ebbe la forza di svegliarmi. Una di quelle sveglie che ti rendono subito cosciente, come se non ti fossi neanche addormentato. Cosciente del fatto che è successo qualcosa che non è normale. Quello non era il botto di un fuoco d’artificio (San Giovanni aveva un mese a venire, più o meno), o di un motore a scoppio improvvisamente scoppiato. Quello era uno scoppio d’altro tipo, e di che tipo lo seppi solo il giorno dopo, dal giornale.

Faceva parte della guerra dichiarata dalla Mafia allo Stato. Totò Riina si era convinto di poter combattere in campo aperto, e chi aveva preso il suo posto dopo che il Comandante Ultimo e gli uomini della CRIMOR l’avevano arrestato era convinto di poter continuare quella guerra assurda. La guerra ai monumenti, a ciò che faceva dell’Italia un qualcosa di unico al mondo, per un fatto positivo e non per aver brevettato per prima la peggior forma di criminalità che esista, quella organizzata.

A Via dei Georgofili morirono cinque persone, e con loro la convinzione che stessimo vivendo in un periodo che manteneva qualcosa di sensato, di razionale. Le stragi di Falcone e Borsellino erano state atroci, ma in un certo qual modo comprensibili. Questa no, questa era la dimostrazione che eravamo passati a vivere in un manicomio a cielo aperto.

Aspettavo mio figlio, che doveva nascere di lì a pochi mesi. E quella notte – per la prima e unica volta nella mia esistenza  – mi chiesi se avevo fatto bene a metterlo al mondo. Se quella a cui lo stavo facendo affacciare era vita.

Trent’anni dopo, me lo chiedo ancora. Non per lui, ma per il mio povero, disgraziato paese.

Potrebbe interessarti anche ...

Commenta l'articolo