Storia delle Olimpiadi: Città del Messico 1968

di Simone Borri

Oriana Fallaci a mexico City pochi giorni dopo il massacro di Tlatecolco

Oriana Fallaci a Mexico City pochi giorni dopo il massacro di Tlatecolco

Quattro anni dopo, la fiamma olimpica si imbarcò in una nuova avventura, dai contorni apparentemente improbabili. Dopo essere andata ai confini del mondo, nell’Estremo Oriente, fu spedita in altura, là dove non aveva mai gareggiato nessuno. Fino ad allora. Il Messico aveva già avuto assegnati i Mondiali di Calcio del 1970. Per una volta prevalse il buon senso, si decise che gli stessi impianti potevano servire anche ai Giochi Olimpici. Fu una scelta che avrebbe fatto scuola, già dall’edizione successiva.

La XIX Olimpiade nacque sotto il segno della perplessità. La medicina sportiva non era ancora così progredita da conoscere gli effetti dello sforzo in altura. Un’altura di oltre 2.000 metri. Scienziati pro o contro i Giochi messicani si dettero battaglia a colpi di dossier fino a poche settimane prima della cerimonia di inizio. Quando eventi ben più tragici e protagonisti assai più sinistri entrarono a rubar loro la scena.

Tlatecolco, 2 ottobre 1968

Tlatecolco, 2 ottobre 1968

Dieci giorni prima dell’accensione del braciere olimpico, in Piazza delle Tre Culture a Tlatelolco, un quartiere di Città del Messico, la polizia aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti contro le ingenti spese sostenute dal governo per i Giochi e i Mondiali. Fu un massacro, con una stima non ufficiale di oltre cento morti, tra i quali per puro miracolo non venne ricompresa anche la nostra giornalista Oriana Fallaci, inviata del Corriere della Sera. L’impatto mediatico della strage fu tale da rischiare di far perdere al Messico i suoi Giochi a ridosso della loro apertura. Il conservatore americano Avery Brundage, lo stesso che trenta anni prima aveva avallato il titolo della Germania nazista a disputare le prime Olimpiadi propagandistiche della storia, salvò il Messico all’interno del C.I.O.

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Oriana Fallaci convalescente in ospedale

Il 12 ottobre 1968 a Mexico City si ritrovarono oltre 5.000 atleti in rappresentanza di 112 paesi. Il movimento sportivo olimpico cresceva con il progredire della decolonizzazione. Ma il mondo che si ritrovò davanti alla televisione a vedere le immagini che provenivano dalla terra dei Maya era un mondo assai cambiato rispetto a Tokyo.

La Primavera di Praga ed il suo soffocamento da parte dei carri armati sovietici, gli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy in America, le barricate del Maggio francese con l’avvio ufficiale della contestazione del ’68, la recrudescenza dell’Apartheid in Rhodesia e Sudafrica, il dramma del Vietnam e quello del Biafra facevano sì che i Giochi Olimpici fossero carichi di angoscia e densi di significato al di là di quello strettamente sportivo.

Pugno chiuso e guanto nero sul podio olimpico

Pugno chiuso e guanto nero sul podio olimpico

Il segnale che il mondo era cambiato nuovamente e per sempre lo si ebbe durante la premiazione dei 200 metri piani. Primo e terzo, gli atleti di colore statunitensi Tommie Smith e John Carlos. Al momento dell’inno americano, entrambi alzarono il pugno chiuso guantato in segno di protesta – un segno ed una protesta che le Black Panthers di Angela Davis stavano rendendo famosi in tutto il mondo in quel periodo – e abbassarono la testa per non dover guardare la bandiera a stelle e strisce. Chissà che cosa avrebbe provato ad una simile vista il barone de Coubertin.

Lo stesso gesto, ma con valenza politicamente opposta, fu ripetuto dalla ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska, che abbassò la testa al momento dell’inno e della bandiera sovietica. La politica irrompeva nuovamente dentro il sacro recinto di Olimpia, con le sue buone e imprescindibili ragioni. Non ne sarebbe uscita mai più.

Il volo di Bob Beamon

Il volo di Bob Beamon

Sportivamente parlando, furono le Olimpiadi dei tanti record battuti, proprio grazie all’aria resa rarefatta dall’altura. Bob Beamon fece quell’incredibile 8’90 nel salto in lungo che avrebbe resistito come record del mondo per 23 anni, fino a Mike Powell. Sulla pedana del salto in alto, si presentò un altro ragazzo americano semisconosciuto, Dick Fosbury, che avrebbe dato il proprio nome ad uno stile destinato ad ereditare il futuro, oltre che a valergli l’oro. Fosbury saltò per la prima volta di schiena. Da quel giorno l’Alto non fu più lo stesso.

Il salto "eretico" di Dick Fosbury

Il salto “eretico” di Dick Fosbury

Nei tuffi, l’altoatesino Klaus Dibiasi dette il via alla grande scuola italiana vincendo l’oro nella piattaforma e l’argento nel trampolino. Furono tra le poche medaglie di un’Italia precipitata giù nel medagliere di diverse posizioni. Giuseppe Gentile illuse tutti con il record del mondo nel salto triplo, che però in finale gli fu superato e gli valse solo la medaglia di bronzo. Per fortuna, a Grenoble nei Giochi Invernali, la sorte aveva ripagato Eugenio Monti del bel gesto di Tokyo consegnandogli ben due medaglie d’oro nel bob a due e a quattro.

La Germania tornò a gareggiare in versione doppia dopo tre olimpiadi come squadra unificata, con l’Est che superò l’Ovest nella classifica finale. Non era più tempo di distensione. La Guerra Fredda era tornata in pista. La tregua olimpica scricchiolava un po’ ovunque. A Mexico City si era gareggiato in ottobre. Quattro anni dopo i Giochi sarebbero stati anticipati a settembre. E sarebbe stato un settembre nero.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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