Ellery Queen

di Barbara Chiarini

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Uno degli anglicismi più diffusi nella nostra lingua, anche perché di uso comune nel mondo, è cult. 

Si intende come cult un qualsiasi prodotto culturale che nel tempo si sia affermato nell’immaginario popolare per la sua esemplarità e per il suo successo trasversale. 

Ma raramente qualcosa nasce già cult sin dalla sua presentazione o meglio, più spesso i cult iniziano in sordina e diventano tali solo in seguito, quando ci si rende finalmente conto di quanta gente li conosce e li preferisce a qualsiasi altro prodotto dello stesso genere.

I cult possono quindi nascere da dei banalissimi fallimenti o addirittura da dei  prodotti considerati quasi di scarto, realizzati nella massima economia e senza molte pretese. 

In un certo senso, forse, è proprio questo basso livello di aspettative su di essi che determina le condizioni adatte alle loro affermazione: di contro, infatti, chi lavora alla loro produzione non è ossessionato dall’obiettivo del successo a tutti i costi ed è libero di esprimere il proprio talento e la propria originalità, se ne possiede.

Quindi, se per esempio adesso volessimo fare una ricerca su Google, inserendo le parole Ellery Queen, la prima cosa che salterebbe fuori a noi, utenti italiani,  sarebbe il telefilm degli anni ’70, molto più famoso e conosciuto di qualunque altra cosa legata alla stessa firma.

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Chi ha memoria degli anni di  allora nonché successivi, ricorderà molto probabilmente come la moda del tempo proponesse spesso il look con il cappello alla Ellery Queen o la giacca alla Ellery Queen, o addirittura entrambi portati insieme,  la qual cosa faceva inevitabilmente colpo su tutte le ragazze perché, dietro la prima apparenza da secchione, si nascondeva invece un uomo dall’animo romantico.

E anche oggi, quando passano per la tv, quei telefilm richiamano sempre un affezionato pubblico, di consistenza tutt’altro che ridotta, tra cui qualora possa interessarvi, risulta sempre essere presente all’appello anche la sottoscritta!

Scherzi a parte, oserei addirittura aggiungere che, più passa il tempo, più appare evidente la bravura e la professionalità degli artisti che ci lavorarono e la genialità delle loro trovate per sorprendere garbatamente gli spettatori. Eppure, anche se in pochi ne sono a conoscenza, c’erano già state altre serie tv (oltre a moltissime serie radiofoniche precedenti) dedicate a Ellery Queen. 

Il network televisivo NBC lo produsse piuttosto svogliatamente e, nonostante il buon successo e la rapida vendita del prodotto in tutto il mondo, lo cancellò dopo una sola stagione e appena 23 episodi. Quando poi la persistenza del successo indusse i manager a tornare sulla loro decisione e farlo ripartire, una tragica circostanza lo rese impossibile.

Ellery Queen fu una serie nata dall’iniziativa di due geniali produttori, Richard Lewinson e Willliam Link, creatori anche del tenente Colombo e di altri importanti telefilm polizieschi. I due erano sempre stati appassionati ascoltatori dei radiodrammi di Ellery Queen trasmessi negli anni ’50 e pensarono di sceneggiare per la tv alcuni dei racconti da cui questi erano stati tratti.

Ma chi è, Ellery Queen?

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Come dicevamo prima, esso di fatto,  è nato come una firma ma poi si è trasformato in un brand. Nel 1928, due cugini newyorkesi, Frederic Dannay e Manfred Lee, nati entrambi nel 1905, grandi amatori dei romanzi della serie di Philo Vance di S.S. Van Dine, parteciparono a un concorso per un romanzo giallo inedito, bandito da un editore. Il loro romanzo (che in italiano si intitola La poltrona numero 30) si piazzò al primo posto ma, prima che fosse pubblicato, la casa editrice cambiò proprietari e i nuovi venuti preferirono rescindere il contratto. I due cugini non si persero d’animo e si rivolsero ad altri editori, finché uno di questi, tale Stokes, accettò il libro, pubblicandolo nel 1929.

Ebbene, questo primo romanzo contiene già quasi tutti gli elementi di quello che poi i critici definirono il canone Ellery Queen: autore e detective avevano lo stesso nome, i crimini avvenivano con modalità parecchio insolite, le prove erano contrastanti, la polizia (di cui fa parte il padre del detective, ed ecco spiegata la sua assidua presenza sulle scene dei crimini) brancolava nel buio per giorni  ma poi, una volta esposta quasi tutta la trama, il detective riassumeva tutti gli elementi in suo possesso e proponeva una imperdibile sfida al lettore.

Una formula davvero molto buona e infatti la serie andò avanti per un decennio con pochi intoppi.

Tra la fine degli anni ’30 e i primi anni ’40, Dannay e Lee, che intanto avevano fondato una rivista di racconti gialli, Ellery Queen’s Mystery Magazine firmavano, oltre che i romanzi, anche una miriade di racconti, che si prestavano facilmente a essere tradotti in telefilm o originali radiofonici. La morte di Lee, nel 1971, interruppe la serie dei romanzi. Dannay gli sopravvisse fino al 1982.

Anche alla radio, Ellery Queen ebbe un successo profondo e duraturo. 

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Quindi, nel 1971, fu prodotto un tv movie di Ellery Queen interpretato da Peter Lawford. Il suo buon successo indusse la NBC a mettere in cantiere una nuova serie di telefilm, della quale fu realizzato un episodio pilota con lo stesso Lawford. Ma poi, quando si era pronti a partire, nel 1975, Lawford si tirò indietro e fu necessario trovare un sostituto. Ed è qui che entra in scena quello che per tutti noi resterà sempre il solo e unico Ellery Queen, il mitico Jim Hutton.

Hutton, che si chiamava James Dana Hutton ed era nato nel 1934, era un attore che da qualche tempo attraversava una fase piuttosto negativa della carriera, che peraltro non era mai stata troppo brillante. Egli era rimasto sempre un caratterista, che lavorava soprattutto come spalla di divi più affermati. Ma poi, quasi come se fosse piovuta dal cielo, gli era arrivata l’offerta di fare Ellery Queen al posto di Lawford!

Nella serie televisiva  non c’era solo Hutton, ma anche una squadra di ottimi professionisti, tra i quali l’attore David Wayne che interpretava il padre poliziotto del detective, Richard Queen. Ogni telefilm si apriva con una sigla memorabile, al centro della quale c’era una scacchiera (riferimento alla partita che si sarebbe vissuta tra assassino e detective ma anche a un importante romanzo del Ciclo di Wrightsville, Il Re è morto), accompagnata da una conturbante colonna sonora opera del jazzista Errol Garner. Ogni episodio durava 45 minuti e trovava il culmine del suo climax nella nuova versione della sfida al lettore in cui Hutton-Ellery abbatteva la quarta parete e si rivolgeva direttamente al pubblico, ricapitolando tutte le prove e gl indizi. 

In Italia, gli episodi arrivarono alla rinfusa. Lo stesso era accaduto anche negli Usa, ma questo non era stato sufficiente alla NBC per mandarla avanti.

Finalmente, nel 1979, la NBC prese atto del successo duraturo della serie e cominciò a pensar a una nuova stagione. Hutton sarebbe stato entusiasta di partecipare ma, prima che il progetto potesse concretizzarsi, cominciò ad avere dei problemi di salute. Era sempre stato un uomo atletico e dinamico, ma adesso si sentiva sempre più debole e continuamente spossato, tormentato da problemi digerenti. In primavera la situazione si aggravò e Hutton si fece ricoverare in ospedale per accertamenti.

Il 4 maggio arrivò la diagnosi: carcinoma epatico. Le sue condizioni si aggravarono così rapidamente che non fu possibile tentare nessuna terapia. Il 2 giugno 1979, solo quattro settimane dopo la diagnosi, Jim Hutton morì. Aveva compiuto quarantacinque anni due giorni prima. E con lui morì anche il suo personaggio, l’indimenticabile Ellery Queen.

Questa la sigla di successo, che potete riascoltare cliccando sul link sottostante:

Ellery Queen | Sigla di testa

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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