Al Castelmur

di Barbara Chiarini

Caffè Castelmur in un disegno a illustrazione del romanzo di Carlo Lorenzini in arte Collodi

Caffè Castelmur in un disegno a illustrazione del romanzo di Carlo Lorenzini in arte Collodi

«È primavera, svegliatevi bambine, alle Cascine messer Aprile fa il rubacuor …»

Così recitava Mattinata Fiorentina, una celebre canzone degli anni ’40: da sempre infatti Le Cascine a Firenze, sono considerate il luogo di svago per eccellenza, dove si va sia per passeggiare che per fare nuove conoscenze.

Anche nella Toscana del granducato il parco delle Cascine, nei giorni di festa, accoglieva una gran folla di nobili, borghesi e popolo.

Soprattutto alla domenica, nel meritato giorno dedicato al riposo settimanale e alla famiglia riunita per la festività, i fiorentini amavano molto passeggiare; sarà stata quell’epoca di pittura macchiaiola o forse la scarsa probabilità di concedersi dei giorni di villeggiatura, ma quando la gente infine giungeva dinanzi alla ringhiera dell’Indiano, lungo il fiume Arno, pare che avesse l’illusione di trovarsi dinanzi all’immensa distesa del mare.

Quando poi, nel 1871, la capitale del Regno d’Italia passò da Firenze a Roma, sul Prato del Quercione si iniziarono anche a disputare le corse dei cavalli a premi, volgarmente dette da tutti le “corse inglesi”: difatto, comunque si chiamassero, attiravano ancora più pubblico.

Ma il riposo domenicale, soprattutto per gli uomini, aveva anche un’altra sosta obbligata: il caffè.

A Firenze, lo abbiamo già ribadito, il più elegante era sicuramente Doney; l’esercizio era stato aperto nel lontano 1827 da un francese ex ufficiale di Napoleone. Il più frequentato era invece il cosiddetto Helvetico (di cui parleremo approfonditamente  in una prossima occasione), inaugurato addirittura nel Settecento dalla famiglia Wital  in piazza del Granduca; sempre pieno, era anche il Caffè del Giappone, mentre alcuni decenni più tardi sorse il celeberrimo Rivoire, aperto dall’omonimo cioccolatiere piemontese (altro nostro immancabile prossimo appuntamento). Poi c’era Gilli, il più antico caffè di Firenze, nato nel 1733 in via de’ Calzaiuoli e quindi trasferitosi in piazza Vittorio Emanuele II, il quale attirava molti ufficiali e, per un certo periodo, come abbiamo già ampiamente raccontato, anche molti artisti.

Chi non poteva permettersi il caffè, ovvero la plebe minuta, conversava in strada degustandosi un’orzata, la tipica bevanda rinfrescante e analcolica, di origine vegetale. E poi, finita le festa, il lunedì ognuno riprendeva il proprio posto e la povera gente, ch’era la maggioranza, pensava a come sbarcare il lunario!

Ma nel centro storico fiorentino, e più precisamente sulla via dei Calzaioli, all’angolo con via dei Tavolini, si trovava anche un altro bellissimo caffè, di cui ormai è, per nostra disgrazia, andata scomparsa ogni traccia; resta il fatto che, nei secoli passati, esso seppe riempire della sua storia e dei suoi trascorsi varie pagine, incluse quelle scritte da alcuni dei suoi avventori e protagonisti.

 «Ogni volta che ripenso alla bella compagnia del quieto e grave Castelmur (…)» scriveva Ardengo Soffici in una lettera indirizzata all’amico Giovanni Papini parlando del Caffè tra i più antichi della città

Firenze, Piazza Vittorio Emanuele II

Firenze, Piazza Vittorio Emanuele II

E infatti, sull’angolo di via dei Calzaiuoli è ancora visibile un grande edificio ottocentesco che presenta un fronte di ben nove  assi organizzati su cinque piani. Pur con una minore attenzione agli elementi decorativi e alla loro varietà, la facciata presenta caratteri oltremodo prossimi a quelli propri del palazzo antistante, già sede del Bazar Buonaiuti, tanto che si potrebbe ipotizzare di ricondurre anche il disegno di questo all’architetto Telemaco Buonaiuti, autore del precedente. 

Sicuramente la datazione della costruzione è da collocarsi attorno agli anni quaranta dell’Ottocento, quando la strada venne rettificata e numerosi fronti degli edifici furono riconfigurati secondo il gusto del tempo. Al centro del fronte è una grande insegna con la scritta Alleanza Assicurazioni. Sul lato di via Orsanmichele permangono una rotella e uno stemma con le insegne congiunte della Compagnia del Bigallo e dell’Arciconfraternita della Misericordia, in ricordo di una antica proprietà (la rotella reca un pietrino con il numero 38 in caratteri romani a indicare la posizione della casa nel registro delle possessioni). 

In questo spazio – come documenta un disegno di Emilio Burci dalla metà del Settecento – e quindi nei più ampi spazi terreni del palazzo ottocentesco, si trovava il Caffè Castelmur (il cui nome completo era Castemur – Perini).

Il Castelmur può essere considerata la più antica delle botteghe fiorentine in cui si servisse caffè; veniva chiamato anche Caffè Elvetico perché il gestore era di nazionalità svizzera e inoltre era frequentato perlopiù da svizzeri, tedeschi e lorensi. 

I suoi prodotti di pasticceria erano talmente rinomati che nel 1861 il caffè partecipò all’Esposizione Internazionale che si tenne a Firenze. 

Oltre agli stranieri vi stazionavano anche i fiorentini e in particolar modo, come ricorda Collodi «la famiglia varia degli artisti aperta a orefici, cesellatori, gioiellieri, gettatori di metalli, lavoratori di brillanti, scultori, modellatori, pittori, sbozzatori, tutta gente allegra, spensierata, italianissima pronta di lingua e, capitando il bisogno anche di mano! (…) »

Da questo caffè uscivano per solito «quei moti arguti, quegli epigrammi a due tagli e quelli satire corte e affilate come rasoi che, passando di bocca in bocca,  facevano il giro di tutte le case, di tutti i Cranchi e di tutte le brigate, senza che nessuno arrivasse mai a poterne indicare con precisione il nome dell’autore: lampi spontanei e collettivi dell’antico spirito fiorentino».

Ritrovo di spie e di cospiratori, come la maggior parte dei caffè di questo periodo, anche al Castelmur come in altri locali capitò in sorte nel 1744 di dover ospitare a sua insaputa un emissario in incognito del granduca Leopoldo di Lorena. Ma il Castelmur ebbe una vita ancora molto lunga! E dal 1700 sino al 1900 mantenne inalterate, nonostante i cambi di gestione, le sue caratteristiche. 

Intorno al 1903, anno di fondazione della rivista, Papini prese a frequentarlo per un certo tempo assieme a Ardengo Soffici, Ghiglia, Calderoni, Assagioli, Spadini, Costretti e Vailati.

Di ciò rimane testimonianza nella corrispondenza intercorsa tra Papini e Giuseppe Prezzolini, in cui più volte si accenna all’abitudine di frequentare il Castelmur. Scrive infatti il Prezzolini il 18 aprile del 1905: «Fate sempre la solita via fa fra Gambrinus e Castemur? Nessun personaggio interessante? Libri importanti? (…) I personaggi degli ultimi tempi di Firenze vanno prendendo nella mia mente l’apparenza nebbiosa strana, russa dostoewkusna di un sogno: e diventano dei tipi più che delle persone, dei miti più che delle realtà (…)».

Firenze, scorcio su Piazza del Duomo

Firenze, scorcio su Piazza del Duomo

Della sua fama reca tra l’altro testimonianza un intero capitolo della pubblicazione di Enrico Montazio dedicata nel 1846 a via Calzaiuoli: «Nello splendido Caffè Castelmur fa capo, nella giornata, quanto di più elegante, di più aristocratico, di più ‘fashionable’ possieda Firenze. I suoi sorbetti e i pezzi gelati nella sera, le sue gramolate nella mattina, sono sempre inappuntabili, d’una manipolazione esemplare (…). A tutto ciò aggiungete la posizione topografica di cotesta reggia zuccherina, posta sul principio di via Calzaioli, proprio sul canto della strada, offerentesi prima alla vista ed alla ammirazione di chi vi giunge dalla piazza del Granduca, gradevole stazione a chi vi arrivi dalla piazza del Duomo: esordio da una parte, epilogo dall’altra, capo e coda ad un tempo (…)».

Poi, nel corso del Novecento l’importanza del caffè fu ridimensionata, fino alla sua chiusura, soprattutto per via dell’affermarsi di nuovi locali che stavano fiorendo nella nuovissima piazza della Repubblica, ed in particolare del Caffè delle Giubbe Rosse, presso il quale confluirono quasi tutti gli artisti e i letterati del Castelmur. 

Il decennio dei ‘90, che si concluse con la morte di re Umberto I il 29 luglio 1900 e con la proclamazione come monarca del figlio Vittorio Emanuele III, segnò la data in cui chiusero i battenti molti caffè mitici, tra cui appunto il nostro bel Castelmur!

In questa nostra ricerca abbiamo però potuto constatare l’evoluzione tipologica che subirono più o meno tutti i caffè fiorentini: non un fatto sporadico ma un accadimento che fu in linea con gli omologhi europei.

Ad ogni modo, i nostri caffè cittadini restano una importante testimonianza di molteplici forme di evoluzione della cultura, esattamente come avvenne nelle principali città europee. È grazie a loro che anche Firenze ha potuto scrivere un capitolo importante nella storia della letteratura nonchè dell’arte italiana, autentiche istituzioni contemporanee per la collettività di tutti i tempi.

Firenze, veduta animata del Parco delle Cascine

Firenze, veduta animata del Parco delle Cascine

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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