La dittatura mediatica di Mark Zuckerberg

di Simone Borri

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Si chiama censura, anche nel ventunesimo secolo e nell’ambiente glamour e politically correct dei social networks. Funziona così. Mi imbatto in un post che riprende un articolo di giornale che racconta di come l’Unione Europea nelle intenzioni della von der Leyen e di chi l’ha messa dov’è dovrebbe diventare un superstato nazionale guidato dalla èlite di Bruxelles. Non Stati Uniti come quelli americani, ma un qualcosa che mi assomiglia tanto al lebensraum di cui parlavano i tedeschi una ottantina di anni fa. E guarda caso, alla guida di tutto ciò che sta succedendo ci sono nuovamente loro.

Mi viene spontaneo commentare con quello che era uno degli slogan nazisti più forti: Ein Volk, ein Reich, ein Fuhrer (Un solo popolo, un solo stato, un solo capo). E’ ironico, ovviamente, lo capirebbe anche un mentecatto, e se non lo capisse avrebbe almeno il buon gusto di chiedere spiegazione. Dieci minuti dopo, invece, mi arriva il rosso diretto dei sovrintendenti al monitoraggio delle pagine Facebook. Il messaggio è lapidario: ho violato gli standards del social network incitando all’odio razziale. La sentenza lo è altrettanto: il mio account è bloccato per tre giorni, non posso pubblicare, interagire, commentare e nemmeno mettere mi piace.

Si parlava di Germania, al messaggio di FB manca solo di essere scritto nei caratteri gotici che erano tipici dei manifesti delle Kommandantur della Wehrmacht, ma l’effettività è la stessa. C’è una ridicola possibilità di dichiararsi non d’accordo con la decisione, ma ti dicono subito che causa covid e restrizioni conseguenti di personale (chissà che avranno da fare quelli di Facebook, sono andati a lavorare tutti negli ospedali?) non sarà possibile ritornare sul provvedimento. Cinque minuti ancora ed infatti mi arriva la conferma: d’accordo o no, mi tengo l’account bloccato per tre giorni. E quel che è peggio, dal provvedimento risultano condizionate anche le mie pagine come quella su cui condivido gli articoli di Bloogger.

Alla faccia della libertà di stampa e di pensiero. Bastano tre individui ai quali il tuo commento non piace e che lo segnalano alla Kommandantur di Facebook. La quale ha alle dipendenze un tot di ragazzotti non si sa di che arte né parte che valutano il commento e la violazione degli standards. Anzi, adesso la tecnologia ha fatto un salto avanti: ci sono gli algoritmi, l’unica cosa inventata dall’uomo che è risultata addirittura più imbecille del suo creatore. Se nel tuo commento ci sono parole giudicate da qualcuno impronunciabili  come reich o fuhrer, non importa il contesto né l’intenzione. Scatta il blocco automatico dell’account.

La prima volta ti danno un giorno di squalifica, io c’ero incorso per aver commentato un post dove si dava conto dell’ennesimo accoltellamento di poliziotti italiani da parte di immigrati africani clandestini: mi ero permesso di dire che si dovrebbe dare alla nostra polizia quantomeno la possibilità di usare anch’essa le armi, se non altro per difendersi. Secondo qualche ottuso benpensante mi ero meritato di essere segnalato e tacciato di uno dei reati più odiosi che esistano: la diffusione di odio razziale. E da parte dell’insindacabile Grande Fratello di Facebook mi ero meritato una giornata di squalifica senza appello.

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La seconda volta ne becchi tre, poi un mese, e su su fino alla chiusura dell’account. Il sistema, come detto, si regge sulla delazione. Si chiamava così anche 80 anni fa, bastava uno a cui stavi sulle scatole e finivi ad Auschwitz Birkenau o comunque davanti ad un plotone di esecuzione. Adesso tecniche e metodi si sono raffinati, nell’era dei social networks e della visibilità senza la quale non esisti, basta che ti oscurino il profilo Facebook e sei morto. Nel 21° secolo non corre più sangue (per ora), basta bloccare l’account.

Di tutto questo, il biondino che sta in California a contare i soldi che ogni giorno gli affluiscono nelle tasche da quando il suo Faccialibro si è sostituito alla vita reale dei popoli del mondo chissà se ne è consapevole. Di origine ebraica, ha favorito l’affermarsi di metodi di comportamento degni dei nazisti, bel colpo. Mark Zuckerberg appare con una faccia meno angelica da quando è stato sospettato di aver dato via la privacy e probabilmente anche l’incolumità di individui e di interi popoli ai più abbietti governi del pianeta, anche se nessuna causa contro di lui andrà mai fino in fondo e non sarà mai condannato, grazie ai salvacondotti che si è guadagnato. Ma quello che fa ogni giorno alla spicciolata è anche peggio, servendosi dei ragazzotti che ha disseminato in ogni paese a fare da guardie mentali, da polizia morale alle sue regole cervellotiche di buon comportamento; e degli algoritmi ancora più stupidi con cui calpesta ogni giorno le libertà fondamentali di donne e uomini, che non a caso su Facebook si chiamano in maniera spersonalizzata accounts.

Per un account vale il primo emendamento della costituzione americana o l’art. 21 della costituzione italiana a proposito della libertà di pensiero e della sua manifestazione? Vale il codice civile e penale di ciascun paese – appunto – civile secondo cui si è innocenti fino a prova contraria e la colpevolezza va dimostrata attraverso opportune procedure giudiziarie?

Non vale, evidentemente. E non c’è da aspettarsi solidarietà da alcuno, siamo tutti ormai anestetizzati, cloroformizzati, lobotomizzati da questa social cretinata che si è sostituita a quella che una volta era la nostra vita reale. Una parte, quella che non la pensa come te, gioisce per la censura che ti è toccata in quanto controparte. L’altra parte, che dovrebbe essere la tua, semplicemente si disinteressa perché troppo occupata a fotografare il gattino, il piatto che sta per trangugiarsi e i tre miliardi di cavolate che passano su Facebook ogni giorno, attirate come mosche da un miele vischiosissimo.

Il principio di un diritto fondamentale, un bene comune da salvaguardare perché oggi a te domani a me, non esiste più. C’è addirittura anzi da mettere in conto (e da sopportare) il solito bene informato, quello che sa tutto e con aria di saggia consapevolezza ti dice: d’altra parte è una piattaforma privata, quando accedi firmi un contratto….

Quando studiavo legge, non c’era contratto che potesse derogare ai diritti fondamentali dell’individuo o ai quattro codici. Ora a quanto pare sì. Tutto è alienabile, al momento in cui diventi un semplice account.

Siamo una piccola testata, che pubblica gratis tutto quanto, per passione e non per guadagno. E con lo stesso spirito stiamo su Facebook. Neanche da pensare di fare causa ad una major come quella di Zuckerberg e dei suoi accoliti. Ci teniamo i tre giorni di squalifica, con la promessa di tornare domenica più agguerriti che mai.

Se poi a questo punto siamo pronti o meno per un nuovo fascismo, lo lasciamo al giudizio del lettore.

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Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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