No lavoro no festa

di Simone Borri

Roma, Piazza San Giovanni in Laterano, Concerto del 1° Maggio 2007

Roma, Piazza San Giovanni in Laterano, Concerto del 1° Maggio 2007

Ricorre oggi un nuovo Labour Day. 1° maggio Festa dei Lavoratori, delle cui origini parliamo in altra parte del giornale. Una festa che era nata per rendere omaggio ai tanti morti nella lunga e difficile battaglia per i diritti sindacali arriva ai giorni nostri completamente cambiata nel significato e nel sentimento collettivo.

A 129 anni dalla sua prima celebrazione a Chicago, il Labour Day appare ormai irrimediabilmente compromesso in quanto ricorrenza riservata ad una categoria di privilegiati benestanti, coloro che hanno ancora un lavoro, e da cui è sostanzialmente esclusa l’altra categoria in costante aumento di chi il lavoro non ce l’ha più e di chi non sa se ce l’avrà mai. Al pari della Festa della Liberazione a cui segue a ruota nel nostro calendario, diventa sempre più difficile far capire soprattutto alle nuove generazioni il perché di questa festa, ed è altrettanto difficile far capire alle generazioni più anziane che dai tempi di Haymarket, da quelli di Portella delle Ginestre o anche semplicemente da quelli delle grandi adunate di popolo lavoratore convocate dalla Triplice sindacale nelle grandi piazze delle grandi città italiane è trascorso – inesorabilmente – non solo il tempo.

Sono trascorsi i significati profondi di parole come lavoro, lavoratori, diritti, sindacato ecc…. E’ sempre più complicato, in una economia sempre più complicata, distinguere tra evoluzione del mercato e involuzione delle nostre condizioni di vita. E non aiuta certo il fatto che, al pari della Festa della Liberazione questa del 1° Maggio che la segue a ruota sia finita nel tempo per essere appannaggio organizzativo della sinistra, di una certa sinistra sempre più refrattaria al mondo moderno e sempre più distante da quel popolo che pretendeva di rappresentare.

Il megaconcerto che oggi a San Giovanni in Laterano assorderà i timpani di alcuni allietando invece quelli di altri simboleggia in tutto e per tutto la festa per arricchire evocativamente la quale era stato ideato nell’ormai lontano 1990. Sul palco, si alterneranno personaggi la cui condizione non potrebbe essere più distante da quella di lavoratori sempre più precari e di disoccupati più o meno cronici. E tuttavia da quel palco arriveranno a piene mani – e sicuramente più gratis delle prestazioni canore a cui si alternano – precetti morali ed etichette a go-go.

Apprenderemo nuovamente che chi non accoglie (la concorrenza a domicilio per quei lavoratori che si vorrebbe alleviare ed allietare, tra l’altro) è razzista, chi propone soluzioni diverse al precariato di regime costituito dal Jobs Act è fascista, chi non si unisce al coro greco di accompagnamento alle varie Asia Argento o Gianna Nannini è sessista. Per concludere il tutto con un bel comizio di Camusso & c. dove verrà ribadito con voce stentorea che il nemico del popolo è Berlusconi, è Salvini, sono tutti coloro che creano o favoriscono occasioni di lavoro, e non invece chi le rifiuta o le ostacola. Jeff Bezos di Amazon è cattivo, come lo era il compianto Bernardo Caprotti di Esselunga, o come lo è Oscar Farinetti di Eataly. Il governo nazionale e locale che tassa piccoli e medi esercizi fino al settanta per cento del prodotto, lui no.

La sinistra che oggi torna a salire sul palco del Labour Day è la stessa che offre – si fa per dire – contratti di lavoro da fame, da terzo mondo ai lavoratori delle cooperative di servizi assoldate nelle pubbliche amministrazioni dove essa governa. E’ la stessa che tuona contro le aperture festive degli esercizi commerciali, perché la famiglia è sacra e riunirsi la domenica è altrettanto sacro, lo dice perfino il Santo Padre, noto esponente della sinistra di lotta e di governo. E pazienza se sarà una riunione funestata dalla disperazione, dalla rabbia, dal rancore, perché in tutto il nucleo è grassa se ne lavora uno e gli altri sono felicemente disoccupati, e vivaddio a casa sicuramente per tutte le feste comandate.

La sinistra queste cose non le spiega, e non spiega più nemmeno a se stessa come mai prende sempre meno voti. I ragazzi del resto delle sue spiegazioni ormai ne fanno volentieri a meno. Si fermeranno sotto il palco di San Giovanni a sentire della buona musica (in tutto il giorno ne scorrerà, prima o poi) e poi andranno via, senza aver capito bene cosa celebrano i più vecchi. Una settimana fa una Repubblica che sembra diventata una farsa di Pupi Siciliani. Adesso un Lavoro che sanno benissimo che a loro non toccherà mai.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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