Storia dei Presidenti della Repubblica: Antonio Segni

di Simone Borri

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Antonio Segni era un rampollo di una nobile famiglia sarda, le cui origini rimontavano addirittura al patriziato genovese dal 1752. Anche lui uscito dalla scuderia di Don Sturzo, e poi fondatore clandestino della Democrazia Cristiana nel 1942, nel 1962 fu il candidato ideale per un partito in cui montava la marea anti-centrosinistra, la coalizione inaugurata quell’anno da Fanfani con il primo governo con il sostegno esterno del PSI.

La destra DC rumoreggiava, c’erano tensioni e pressioni internazionali, il nobile professore di diritto che veniva dalla Sardegna e il cui cuore batteva più a destra possibile sembrò ai vertici DC (guidati da quell’Aldo Moro che prediligeva dare un colpo al cerchio e subito dopo uno alla botte) la scelta migliore e più rassicurante.

La presidenza di Segni fu in carattere con il personaggio, che entrò subito in conflitto con la parte sinistra dello schieramento politico, soprattutto quella che faceva parte dell’area governativa, dai repubblicani di La Malfa ai socialisti di Nenni. In particolare, l’uomo del Colle era disturbato dal riformismo invocato da questi ultimi. La preoccupazione per quella che lui vedeva come una pericolosa deriva bolscevica lo spinse a prestare ascolto ad un personaggio come il Comandante dell’Arma dei Carabinieri Generale Giovanni De Lorenzo, monarchico e reazionario convinto, che nel marzo del 1964 gli presentò il cosiddetto Piano Solo, elaborato con i vertici delle Forze Armate del momento, che prevedeva la neutralizzazione di più di 700 esponenti di partiti e sindacati di sinistra, l’occupazione dei mezzi di stampa vicini a quell’area politica e la repressione di qualsiasi manifestazione filocomunista. Il Piano, che doveva essere messo in atto teoricamente solo in situazione di emergenza (manifestazioni di piazza, ulteriore avanzata delle sinistre), lasciò Segni fortemente impressionato.

Non è mai stato accertato completamente il coinvolgimento del Capo dello Stato nel Piano Solo, i maggiori storici del periodo concordano nel ritenere che fosse sua unica intenzione utilizzarlo come forma di pressione, spauracchio per le sinistre, per indurle ad uscire dal governo o comunque a ridimensionare i propri progetti riformatori.

Seguirono fasi concitate. Nei mesi successivi De Lorenzo fu notato più volte recarsi a colloquio con Segni al Quirinale. Ci furono scambi di messaggi ed altri segnali che allarmarono forze politiche e opinione pubblica. Il “tintinnare di sciabole”, come lo definì Eugenio Scalfari autore della leggendaria inchiesta dell’Espresso sulle attività di De Lorenzo e del SIFAR, l’allora servizio segreto militare, divenne assordante.

Il 7 agosto Giuseppe Saragat, segretario socialdemocratico, e Aldo Moro, segretario DC e Presidente del Consiglio in carica, si recarono al Quirinale per chiarire la situazione. Al termine del concitato colloquio che seguì, Segni risultò essere stato colpito da trombosi cerebrale. Nessuno ha mai rivelato il contenuto di quel colloquio né ha mai messo in discussione la veridicità dell’impedimento temporaneo di cui si certificò che il Presidente era caduto vittima.

Cesare Merzagora, Presidente del senato, fu fatto in fretta e furia Presidente supplente come voleva la Costituzione. La crisi fu provvidenzialmente risolta dalle dimissioni volontarie di Antonio Segni, che nell’ottobre abbandonò Quirinale e vita pubblica. Lasciandosi dietro un figlio, Mario detto Mariotto, a cui il destino avrebbe lasciato in serbo una carriera accademica e politica altrettanto brillante, oltre all’occasione (lasciata sfumare malamente) di cambiare per sempre la storia politica d’Italia, all’epoca di Mani Pulite.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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