La Vittoria e l’Alluvione

di Simone Borri

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Quando ero piccolo, il 4 novembre era una data fatidica del nostro calendario. L’anniversario della vittoria nella Grande Guerra era una delle poche cose capaci di unire gli italiani, perché per quanto si dica adesso al Risorgimento ci avevano creduto più o meno tutti, soprattutto i nonni e bisnonni che nelle trincee del nordest ci erano sopravvissuti per quasi quattro anni a prezzo di sacrifici oggi inimmaginabili.
Il 4 novembre era La Vittoria. Non c’era bisogno di aggiungere altro, ed era una delle poche feste che il governo tagliafeste di Andreotti e della ministra riformatrice Falcucci (la prima a mettere le mani sulla e nella scuola dell’obbligo dai tempi di Gentile in epoca fascista) avrebbe fatto meglio a lasciare stare, con il suo segno rosso sul calendario che per noi bambini voleva dire festa a scuola e per gli adulti una memoria condivisa tra chi per il resto si era poi abituato a dividersi e scannarsi su tutto.
La seconda guerra mondiale aveva diviso irreparabilmente ciò che la prima aveva unito. Nel 15-18 era stata la quarta ed ultima guerra di indipendenza, Trento e Trieste, la fine dell’epopea risorgimentale che bene o male aveva ridato dignità al nostro popolo dopo secoli di servitù altrui. Nel 40-45 era stata invece una guerra voluta da un dittatore e da pochi affaristi e condotta dapprima a tradimento ai danni di vecchi amici come Francia ed Inghilterra a fianco di una potenza odiosa e a noi tradizionalmente ostile, la Germania nazista; ed in seguito trasformatasi in una resa ancora più ignobile di quella di Caporetto, a cui non aveva fatto quella volta argine nessun fiume, né il Piave né quello delle nostre coscienze avvilite ed in rotta inarrestabile.
Nel dopoguerra, fascisti e comunisti avevano continuato a darsele di santa ragione, e chi ci aveva rimesso, o continuato a rimetterci, era stato il nostro orgoglio nazionale, il nostro sentimento di popolo che – bene o male, di importazione o per faticoso convincimento – una libertà ed una democrazia le aveva in qualche modo recuperate, salvo accettare di metterle continuamente ancora in gioco per motivi che oggi possiamo tranquillamente giudicare di scarso, scarsissimo valore.
Nel momento in cui il destino nazionale veniva messo di nuovo in discussione, gli anni settanta di piombo, un governo preoccupato della crisi petrolifera e non di quella delle nostre identità tolse via dalle ricorrenze ufficiali La Vittoria, il Quattro Novembre, uno dei nostri pochi valori fondanti. Da allora è rimasta ufficialmente una festa delle Forze Armate che significa francamente poco o nulla, anche perché a parte l’onore ed il ringraziamento che si sono meritate le nostre missioni militari all’estero (non le chiamo di pace per non alimentare una ipocrisia di sinistra che non mi apparteneva nemmeno quando la sinistra era di gran moda), il nostro esercito ha fatto ben poco per meritarsi una menzione particolare nelle nostre coscienze sia prima che dopo l’abolizione della leva obbligatoria.
Alla sua immagine ha dato probabilmente un colpo di grazia la controversa gestione della presente pandemia da parte del generale Figliuolo, i cui atteggiamenti da Junta sudamericana hanno sollevato più di una perplessità. Proprio quando si cominciava a parlare dell’opportunità di ripristinare il servizio militare obbligatorio per i nostri giovani, i comportamenti di Figliuolo e di certi suoi fin troppo entusiasti estimatori hanno indotto ad un comprensibile ripensamento. Un esercito come questo forse è il caso che rimanga circoscritto al volontariato, ancora per un po’. Di sicuro non è più l’esercito che si festeggiava il 4 novembre quando io andavo alle elementari. L’esercito dei nostri poveri, coraggiosissimi nonni.
Dal 1966, questa data acquistò poi un significato particolare anche per la mia città, Firenze. Quel giorno, l’Arno ruppe gli argini (per motivi che la magistratura dell’epoca si guardò bene dall’approfondire, certe cose non cambiano mai) e trasformò Firenze in Venezia. Ero un bambino, e l’acqua che aveva sostituito la strada sotto casa mia mi sembrò un qualcosa di magico. Una favola di quelle che affascinano l’infanzia sostituendosi con facilità alla vita normale, e che ti restano dentro per sempre. Una favola da raccontare a tua volta a figli e nipoti, un giorno.
La mia mamma ed il mio babbo, quella sera, erano molto meno presi da quel fascino surreale. Erano preoccupatissimi, in certi momenti affranti. L’Alluvione aveva azzerato in un attimo il boom economico. Il babbo aveva comprato da poco la sua prima macchina, e per fortuna la FIAT di allora sapeva come rendersi accattivante e venne incontro a quelli come lui proponendo la sostituzione del mezzo irrecuperabile a prezzi di favore.
Per il resto, le case e le botteghe da sgombrare dal fango, le attività da rimettere in piedi, le lacrime di terrore e di sconforto da asciugarsi in fretta e le maniche da rimboccarsi ancora più in fretta, tutto ciò divenne nei giorni successivi al 4 novembre 1966 una epopea ed insieme una quotidianità che avevano poco da invidiare a quelle dei nostri soldati nelle trincee del Carso. I fiorentini si misero al lavoro senza un lamento, e quando il governo nazionale si fece finalmente vivo avevano già fatto il più da sé. Al presidente del consiglio di allora, Aldo Moro, fu detto beffardamente: «Eccellenza, non scenda di macchina, c’é ancora un po’ di fango e si sporca le scarpe».
i pochi funzionari pubblici che, come mio padre, si ritrovarono in mano finanziamenti enormi da destinare alla ricostruzione di Firenze, si misero al lavoro con altrettanta alacrità e con una onestà che mi ha segnato per il resto della vita. Posso giurare sulla testa di mio figlio che in mano a suo nonno, mio padre, non rimase una lira di quelle di allora, che li spese tutti come doveva ed era capace di fare, perché chi era giusto che avesse sollievo, soccorso, aiuto, lo ricevesse. E perché Firenze tornasse prima possibile ad essere quella che affascinava il mondo con il suo sogno rinascimentale senza tempo che scivola sulle acque di un fiume solitamente benevolo. Un sogno ad aggiungersi al quale sarebbe stato lasciato da allora in poi il segno sui palazzi dove l’acqua dell’Arno aveva raggiunto il massimo livello di altezza, come recitano tutt’ora le targhette didascaliche disseminate per la città. A futura memoria.
La mia memoria personale è quella di un padre che ha fatto di me un figlio orgoglioso, ma completamente disadatto a vivere in mezzo ai suoi connazionali, concittadini, contemporanei del tempo a venire. Non è un caso se scelgo sempre l’effigie del lupo solitario. E’ ciò che mi sento di essere, anche adesso che una nuova emergenza epocale, vera o presunta che sia, mette in discussione l’esistenza della nostra nazione, del nostro popolo, del nostro futuro.
A differenza di mio padre, l’unica cosa che io so fare è scrivere (o così almeno qualcuno di voi mi dice). Non saprei stare nei palazzi del potere come c’é stato lui rimanendo pulito e facendo il suo dovere fino in fondo, non perché io al suo posto mi sporcherei le mani (morirò più povero di quanto io fossi quando lui mi ha messo al mondo insieme alla mamma), ma perché in quei palazzi, in quei corridoi dove ho giocato da bambino e dove da grande ho preteso di seguire le sue orme, io a certi livelli resisterei cinque minuti, non di più.
Così come resisto a fatica in questo paese, tra questa gente che non riconosco più, che ha perso tutto, dignità, coscienza di sé, condivisione di quei pochi valori che La Vittoria e L’Alluvione ci avevano tramandato, volenti o nolenti.
Gli anni scorsi questo era il giorno in cui ripubblicavo i soliti articoli rievocativi. Quest’anno, scusate, mi astengo. Non voglio più abbastanza bene ai miei simili, soprattutto a quelli che contro i propri simili si sono rivoltati con la bava alla bocca, perché non hanno accettato di farsi stampare come loro sull’avambraccio il numero maledetto. Non più quello di Auschwitz, ma quello della Pfizer.
Rievocheremo l’anno prossimo, rievocheremo finché avremo vita. Finché ci sarà un 4 Novembre nel calendario, e noi avremo testa e cuore per ricordare, soprattutto ai nostri giovani, che cosa ha significato e significa.

 

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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