La canzone pop che si fece inno

di Barbara Chiarini

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«You may say I’m a dreamer / But I’m not the only one». C’è bisogno di tradurlo? Probabilmente no e forse nemmeno di citare da dove venga quest’etica del sognatore. Versi scritti da John Lennon che hanno appena compiuto (ieri) 50 anni.

Imagine ha mezzo secolo e lo porta bene, con tutto il suo carico di aneddoti, con tutti gli intenti interpretativi che già dal primo giorno provarono a etichettare questa canzone.

Sarebbe troppo semplice dire che per entrare nella storia della musica bastano un pianoforte, una penna e un foglio di carta ma, nei fatti, è quello che è servito esattamente allora a John Lennon per comporre il brano più iconico della sua carriera di solista dopo il distacco dal gruppo dei Beatles.

La rivista Rolling Stones la classifica come una delle tre canzoni migliori di tutti i tempi. Una valutazione con cui si può essere concordi o meno, ma quello che non si può discutere è l’impatto che questo brano ha avuto nel mondo, con un messaggio fortissimo di pace e uguaglianza. 

Un inno. Lo disse per primo Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti: un inno laico e politicamente corretto che risuona spesso, anche in occasioni istituzionali. Dalle Olimpiadi ai falò in spiaggia con la chitarra aspettando l’alba: se ci fosse un contatore per sapere quante volte questa canzone è stata suonata in tutto il mondo, semplicemente impazzirebbe. La più citata e forse anche coverizzata, probabilmente quella dei fratelli Gallagher, quando ancora si facevano chiamare Oasis, in Don’t look back in anger, la citano apertamente, dal punto di vista musicale nell’attacco e poi cantano anche quel tempo sospeso di John Lennon, in cui la compose, con la frase «So I start revolution from my bed». Il riferimento, ovviamente, non è puramente casuale ed è al Bed-in, la protesta di Lennon e Yoko Ono dal letto degli hotel di Amsterdam e Montreal contro la guerra in Vietnam (1969).

Neil Young invece, grande vecchio del rock, si accompagna con la chitarra e la canta all’indomani dell’11 settembre, nel concerto tributo alle vittime del World Trade Center, calzando sulle parole: «Nulla per cui uccidere o morire», dolore e lacrime.

New York, World Trade Center, Ground Zero

New York, World Trade Center, Ground Zero

Da quanto raccontato da John e Yoko,  il testo del brano fu segnato da diverse influenze: in primis le poesie di Yoko Ono raccolte nel libro Grapefruit, in particolare quella intitolata Cloud Piece, un pezzo di nuvola, che recita: «Imagine the clouds dropping, dig a hole in your garden to put them in»(Immagina le nuvole gocciolanti, scava un buco nel tuo giardino per raccoglierle). Inoltre l’ex “Fab Four”  raccontò  come un ruolo fondamentale nella scrittura del testo e dei concetti alla base di questo l’avesse ricoperto un libro di preghiere cristiane regalategli dal comico e attivista per i diritti civili Dick Gregory: «Il concetto alla base è quello di preghiera positiva. Se puoi “immaginare” un mondo in pace, senza discriminazioni dettate dalla religione, non senza religione, ma senza quell’atteggiamento ‘il mio Dio è più grande del tuo’, significa che può davvero esistere» spiegava Lennon. 

Pezzi di questa canzone sono finiti sui muri dei bagni, nelle pagine dei diari degli adolescenti, nelle lettere d’amore per fare colpo, in luoghi pubblici come l’aeroporto di Liverpool. Lì forse c’è la citazione più bella: «Above us, only sky». Sopra di noi solo il cielo…. che poi è un ottimo invito per volare!

La canzone fu interpretata anche in senso diametralmente opposto, quasi come un inno all’ateismo, fraintendendone le intenzioni. Ma quello che Lennon voleva trasmettere è che prima di poter vivere in un mondo perfetto, dobbiamo avere in mente come esso debba essere. Per questo l’artista chiedeva ai suoi ascoltatori di immaginare un mondo migliore, perché solo avendolo chiaro in testa si può provare a realizzarlo: «Prima di tutto bisogna pensare a volare, poi si vola. Concepire l’idea è la prima mossa» spiegava John nel 1980, poco prima di essere ucciso.

Il messaggio che Lennon sperava di trasmettere risuona ancora oggi di grande attualità: siamo un paese solo, un mondo, un popolo. Un concetto che in molti non hanno ancora recepito, ma c’è sempre tempo per immaginare un futuro migliore … almeno immaginiamolo

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Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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