Ground below Zero

di Simone Borri

Riprendo l’articolo dell’anno scorso, per vedere quanto di quello che ho scritto un anno fa regge ancora al confronto con l’attualità, un anno dopo.

Tutto. E Niente. Un anno dopo, vent’anni dopo, il mondo che conoscevamo è andato in pezzi un’altra volta. Gli Stati Uniti d’America che conoscevamo non esistono più. Il mondo che su di loro faceva affidamento non esiste più, o è moribondo anche se continua a camminare all’apparenza stordito e senza meta.

C’era un motivo se eravamo grati del secolo americano. Se di fronte all’immagine di New York attaccata e delle sue Torri Gemelle abbattute ci commuovemmo tutti. Lo sentimmo come una cosa insopportabile, inaccettabile. Gli USA sono stati per tutto il ventesimo secolo il fratello maggiore che prima o poi arrivava a tirarti fuori dai guai, soprattutto da quelli che ti eri cercato da solo. Grande e grosso, magari a volte sgraziato, magari a volte grossolano perfino nei toni della sua voce, a volte ancora all’apparenza prepotente, presupponente, arrogante e rozzo, questo fratellone ingombrante tuttavia ci ha risparmiato per decenni guai ancora peggiori. Magari faceva altri danni, muovendosi come un elefante in una cristalleria. Ma sapevamo che l’alternativa era in ogni caso assai peggiore, quella si davvero inaccettabile.

Gli USA erano la nostra squadra, il capitano, il quarterback, i marines, i G.I., il Settimo Cavalleria. La tromba che suonava ad annunciare salvezza e riscossa quando ormai il nostro fortino stava per cadere. La luce oltre il buio oltre la siepe. La siepe che da soli non avevamo il coraggio di attraversare.

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Vederli in ginocchio, schiantati nel loro cuore da quegli aerei kamikaze (a confronto dei quali quelli di Pearl Harbor sembravano una delle nostre partite infantili giocate con i soldatini dell’Airfix); dalla vista di quei poveri loro connazionali costretti a lanciarsi nel vuoto per non bruciare vivi nel fuoco delle Twin Towers; dalla rabbia per non aver potuto realmente combattere (allora come nella jungla vietnamita) contro un nemico invisibile, inafferrabile, subdolo e vigliacco; vederli alle prese con tutto questo ce li fece sentire di nuovo vicini, fratelli, la nostra gente, la nostra squadra. Dietro alla loro american vendetta negli anni successivi ci andammo tutti, e convinti. Era l’unica cosa decente da fare.

Per venti anni abbiamo scritto tutti queste cose, aggiornandole di anno in anno a seconda degli sviluppi, ma solo marginalmente. Obama dice che Ground Zero non sarà ricostruita. Anzi, no, faranno una torre sola. Le missioni militari sguinzagliate dietro Al Qaeda, l’Isis, i Talebani saranno ritirate. Anzi, no, restano dove sono, ci mancherebbe. Gli USA si impegneranno sempre più contro i nuovi nemici dell’Occidente. Anzi, no, tornano nel loro primigenio isolazionismo.

Tutto questo, ed il contrario di tutto questo abbiamo scritto. C’era una sola costante, semmai, anno dopo anno. Gli USA sono lì, e ci saranno sempre, con il loro landscape di New York ferito irrimediabilmente e quella brutta cicatrice al posto delle Torri Gemelle, ma inconfondibile e rassicurante per noi come lo era al tempo dei nostri poveri emigranti. Con la coscienza visibile e tangibile di un immancabile destino. Lo sapevamo e lo sappiamo tutti: che mondo sarebbe senza gli Stati Uniti d’America?

Poi un bel giorno ti eleggono un presidente che sembra – con tutto il rispetto – uscito da una casa di riposo per anziani non più autosufficienti, alle cui spalle scalpita una carrierista di colore che vorrebbe essere la prima donna presidente pur senza essere stata votata da nessuno. Con tante, anzi poche idee ma confuse. Una su tutte, assecondare la short vision dei vaccari del Midwest – con tutto il rispetto, soprattutto per le vacche – e le altre brillant vision dei radical chic delle due coste, in base a cui, bella gente, sapete che c’è? Gli USA se ne chiamano fuori. Costi quel che costi, soprattutto agli altri.

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Per chi vuole, gli articoli degli ultimi anni sono pubblicati nell’apposita sezione del menu di questo giornale, alla voce 11 settembre. Non ci sentiamo di aggiungerne altri quest’anno. Abbiamo ed avremo sempre nel cuore e negli occhi quelle immagini drammatiche di venti anni fa. Ma gli Stati Uniti d’America che conoscevamo ed amavamo, a cui eravamo riconoscenti per i nostri nonni, i nostri genitori ed anche per noi, non se ne andavano sul più bello, lasciando nei guai, sanguinosissimi guai, chi aveva creduto in loro per recuperare libertà, dignità, sopravvivenza.

Quegli Stati Uniti non esistono più. Vent’anni dopo, sono stati loro stessi a lanciare un altro aereo kamikaze contro le loro Twin Towers, la loro e nostra New York, la loro e nostra squadra, gente, cultura, destino.

E stavolta non so se si rialzeranno. Se ci rialzeremo. Siamo scesi sotto Ground Zero. E abbiamo appena cominciato a scavare.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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