Sayōnara Tōkyō

di Simone Borri

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Seb Coe, presidente di World Athletics, la Federazione mondiale dell’Atletica Leggera, è commosso mentre affianca Thomas Bach, ex schermidore tedesco a Montreal 1976 e attuale presidente del Comitato Olimpico Internazionale, nella cerimonia di chiusura di Tokyo 2020, Giochi della XXXII^ Olimpiade.

Forse la sua mente sta ritornando a quel giorno di agosto del 2012 in cui spettò a lui dichiarare orgoglioso, a nome di una intera nazione: When came Great Britain’s time, we did it right.

Ce l’ha fatta anche Tokyo. Alla fine è stata dura, anche più dura di sempre, ma ce l’ha fatta. Lo riconosce Bach a nome del mondo intero, prima ancora che sia la governatrice della Metropoli di Tokyo Yuriko Koike a dichiararlo orgogliosa, nel momento in cui passa il testimone olimpico alla sua omologa parigina, la maire Anne Hidalgo.

Quando il Giappone organizza qualcosa, niente è mai scontato. Nel 1940, l’Impero del Sol Levante ambiva a ripetere i fasti di Berlino e dell’alleata Germania nazista, salvo poi dirottare la propria capacità organizzativa su un tipo del tutto diverso di competizione. La fiamma olimpica dovette aspettare il 1948 per essere riaccesa a Londra, tra le macerie di un mondo che il Giappone aveva dato il suo contributo a fare a pezzi.

OlimpiadiTokyo210412-001Nel 1964, il ricostituito Giappone democratico dette al mondo una immagine di efficienza e di accoglienza, doppiando il successo di Roma. Ma era fatale che tutti gli occhi si appuntassero soprattutto sulla prima immagine di quei Giochi, quel giovanissimo tedoforo che entra nello stadio olimpico reggendo una fiaccola che tutti sentivano essere stata accesa ben diciannove anni prima: Yoshinori Sakai, un ragazzo nato ad Hiroshima il 6 agosto 1945 alle ore 9,15, esattamente un’ora dopo il lancio di Little Boy, la prima bomba atomica esplosa della storia, da parte del bombardiere Enola Gay.

Tossine pesanti ancora da smaltire da parte di un mondo che cominciava appena allora a ringiovanire. Nessuno immaginava che alla terza nomination, in pieno ventunesimo secolo, il Giappone avrebbe ancora avuto da tribolare, e con lui di nuovo, ma stavolta non per colpa sua, il mondo intero.

OlimpiaFiaccola200317-002Come succede ogni quattro anni, le sacerdotesse del tempio di Hera e Zeus ad Olympia avevano riacceso la fiaccola dal braciere perenne che non viene mai spento a partire da quel 776 a. C. in cui fu disputata la prima edizione dei Giochi. La fiaccola era attesa al Pireo per imbarcarsi e cominciare il lungo viaggio per mare e per terra che doveva portarla a Tokyo, la città a cui il C.I.O. aveva assegnato il Giochi del 2020 dopo la rinuncia della candidatura di Roma da parte del mai abbastanza esecrato governo Monti.

La fiaccola era attesa all’imbarco alla metà di marzo dell’anno scorso. Ma non prese mai il mare. Nel frattempo, il C.I.O. aveva dovuto prendere atto delle preoccupazioni insorte nella comunità internazionale e si era dovuto adeguare alle disposizioni adottate dalle sue istituzioni politiche. Alla fine di quel mese di marzo, il mondo era ufficialmente in ginocchio di fronte al più minuscolo di tutti gli aggressori della sua lunga storia, nonché quello che al momento sembrava anche il più letale.

Il 24 marzo 2020 il C.I.O. decretò il rinvio al mese di luglio del 2021 della disputa di Giochi che prevedevano ciò che non si poteva assolutamente in quel momento permettere e neanche ipotizzare: il contatto, il confronto, la competizione, la promiscuità tra la gioventù di tutti i paesi del pianeta.

La storia successiva è nota. A lungo si è dibattuto se fare di Tokyo 2020 un altra tregua olimpica mancata, come Tokyo 1940, Berlino 1916 e Londra 1944, designando il Covid19 quale erede ufficiale del Kaiser di Germania e dell’Asse Roma-Berlino-Tokyo.

Man mano che le idee si chiarivano, o finivano di complicarsi a seconda dei punti di vista, il C.I.O. ed autorità politiche quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità si sono orientati verso la disputa dei Giochi con un anno di ritardo, ma a condizione dell’assenza pressoché totale di pubblico. Il villaggio olimpico trasformato in una enorme bolla sanitaria.

Il governo giapponese è stato a lungo tentato di chiedere la cancellazione dell’evento, ritenendo che i mancati benefici economici non avrebbero consentito di coprire i costi organizzativi. In realtà, si è stimato che l’85% degli introiti sarebbero venuti al Giappone dalle televisioni, e che pertanto il gioco avrebbe valso lo stesso la candela, almeno per tutti coloro che ormai avevano sottoscritto lauti contratti di trasmissione e sponsorizzazione.

Quello che il 23 luglio scorso si è collegato con Tokyo per la cerimonia di apertura della Olimpiade numero trentadue (a far data dalla prima edizione moderna disputatasi in Grecia nel 1896) è stato dunque – diciamocelo – un mondo stravolto e stralunato al pari di quello riunitosi a Londra nel 1948 o ad Anversa nel 1920, anche se le macerie tra cui aggirarsi erano stavolta di tipo assolutamente diverso.

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Facciamo parte di una umanità spaurita, piena di dubbi e con poche certezze, aggredita da sollecitazioni economiche speculative, confortata da presìdi sanitari che tuttavia non bucano la rete ed a cui moltissimi esitano a dar credito. Seduti davanti alla televisione, accomodati sul nostro ormai inseparabile divano, osserviamo i ragazzi nostri e di tutto il mondo tornare a rimescolarsi senza paura, e non sappiamo se gioirne o meno. Il male alla fine è poco più letale di un virus di stagione, ma ci ha lasciato dentro delle tossine ben peggiori. Adesso è tutto nella nostra testa e per stanarlo da lì dentro non c’é stata fino a questo momento cura che tenga.

Per questo, pur rifuggendo la retorica che di consueto si accompagna a queste cerimonie ufficiali, siano esse di natura sportiva o meno, stavolta ci sentiamo di applaudire le parole del presidente Bach e della governatrice Koike. Tokyo ce l’ha fatta davvero, e con lei ce l’ha fatta, forse, il mondo intero.

Olimpiade che resterà nella storia, non soltanto perché si chiama Tokyo 2020 ed in realtà si è disputata nel 2021. Non soltanto perché psicologicamente la abbiamo vissuta come vissero il 1349 dopo il 1348, l’anno della peste nera. Non soltanto per quelle surreali platee con gli spettatori disegnati, l’assenza di tifo da parte del pubblico, il risuonare di grida e incitamenti tra compagni di team che non sentivamo più dai tempi delle gare di educazione fisica a scuola.

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Resterà nella storia perché, malgrado quello scorso sia stato l’anno in cui non si poteva neanche uscire di casa, figuriamoci allenarsi decentemente, ha visto l’avvicendarsi di una nuova generazione di atleti e di campioni. La fine dell’era Bolt, per fare un esempio, e l’inizio di un’era che a noi italiani piacerebbe molto intitolare a Jacobs, anche se i pretendenti alla successione nei prossimi anni è da credere che saranno molti. La fine dell’era Pellegrini, e qui non è dato proprio immaginare chi potrà raccogliere, prima di tutto mediaticamente, l’eredità della Regina, che intanto va ad accomodarsi sulla poltrona di nuovo membro del direttivo del C.I.O.. Come nel caso di Valentino Rossi, altra stretta al nostro cuore in questa estate che ce ne ha inferte molte, ci sentiamo di dire che semplicemente simili personaggi non si sostituiscono.

federicapellegrini210809-001Resterà nella storia soprattutto per noi italiani, per una quantità di motivi. Il medagliere è il migliore di sempre, 40 medaglie di cui 10 sono ori, 10 argenti e 20 bronzi. Scaliamo un posto rispetto a Rio de Janeiro dove fummo noni, ma stavolta abbiamo portato a medaglia dodici atleti in più. Ci stanno sopra di un soffio Germania (un oro in più), Francia e Paesi Bassi (due ori) pur avendo tutte e tre un numero complessivo di medaglie inferiore.

Ciò sta a significare qualcosa che deve farci riflettere, oltre che inorgoglirci. Gli atleti vittoriosi a Rio, alcuni dei quali si sono confermati pur salendo su gradini inferiori del podio (combattendo anche contro la malasorte, la mononucleosi di Greg Paltrinieri ha preso il posto del gesso di Gianmarco Tamberi), sono stati rimpiazzati al vertice da una nuova infornata di campioni.

Questo ci ha consentito di giocarcela fino all’ultimo giorno con nazioni (quelle sopra citate, mentre restano per noi inarrivabili quelle anglosassoni come Gran Bretagna e Australia, le superpotenze USA, Cina e Russia – nella circostanza Comitato Olimpico Russo, a seguito della squalifica della federazione moscovita-, e forse anche potenze asiatiche emergenti come Sud Corea ed i padroni di casa del Giappone) che – diciamoci anche questo con la mano sul cuore – destinano risorse assai più ingenti delle nostre per la promozione dello sport e del benessere fisico dei loro cittadini rispetto alla nostra.

Tokyo2020-210809-006La Francia, per stare ad un termine di paragone comprensibile facilmente a tutti gli italiani, da quarant’anni spende nello sport, in tutti gli sport, risorse in quantità e qualità che noi ci sogniamo. All’ultima giornata, era in corsa per l’oro in tutti gli sport di squadra, o con la selezione maschile o con quella femminile. I campioni forse nascono per caso, ma vengono coltivati e ottengono risultati solo se lo Stato ci investe sopra. Noi siamo molto più indietro rispetto a questo stato di cose di quanto non dica il nostro prodigioso medagliere, e non soltanto rispetto ai cugini francesi che già non vedono l’ora di dare il via alla prossima edizione, la XXXIII^ che riporterà a Parigi la fiaccola cento anni esatti dopo quella dei Momenti di Gloria.

Nell’estate più emozionante dello sport italiano da tempo immemorabile, abbiamo aperto con i calciatori azzurri risorti a Wembley e chiudiamo con l’Atletica Leggera rinata a Tokyo. I nostri principali serbatoi di medaglie erano discipline come scherma, ciclismo, pugilato, pallavolo, pallanuoto, basket, nuoto e a volte sì, anche la regina delle Olimpiadi, quell’Atletica in cui avevamo fatto scoppiare sporadici ma prestigiosi botti, come quelli – per citarne solo alcuni – di Livio Berruti, Pietro Mennea, Sara Simeoni, Gabriella Dorio, Gelindo Bordin, Stefano Baldini.

Tokyo2020-210809-007Fanno stavolta grande notizia, al di là della occasionale rivalità anglo-italiana iniziata a Wembley e proseguita fino qui a Tokyo, le cinque medaglie d’oro in contemporanea dell’Atletica tra cui spiccano gli acuti di Marcell Jacobs e della 4×100 maschile, emozionanti ed impreziositi da record olimpici e nazionali che si avvicinano incredibilmente a quelli del mondo. Le nostre piste sempre più derelitte e abbandonate hanno ripreso a produrre campioni come facevano a cavallo degli anni 70-80. Chiedersi se si tratta di un miracolo o se sarà piuttosto una tendenza è un esercizio del tutto inutile. Chiediamo piuttosto al nostro paese di sostenere in tutti i modi i nostri atleti (anche quando scendono in strada a correre e ci viene voglia di bersagliarli dai nostri comodi terrazzi con facili ironie impregnate di discutibile umorismo post covid) e stiamo a vedere (questa volta seriamente e con pieno diritto) cosa può succedere nelle prossime edizioni.

Tokyo2020-210809-008E’ stata l’estate che ricorderemo per aver rivisto D’Artagnan Montano riportare i quattro moschettieri azzurri al tutti per uno, uno per tutti. Quella in cui la Fede ci ha commossi per l’ultima volta con lacrime che abbiamo pianto tutti insieme a lei, la figlia che tutti gli italiani vorrebbero avere, la donna che d’ora in poi farà mental coaching, insegnerà il suo prodigioso controllo mentale a nuove generazioni di campioni azzurri.

JacobsTamberi210802-001E’ stata l’estate in cui ragazzi di colore si sono mescolati in pista e sul podio a quelli di pelle chiara con una naturalezza tale da farci chiedere a gran voce ai nostri politici che la finiscano di saltare su carri di cui hanno abusato abbastanza, parlando sempre a sproposito di Italia multietnica. Marcell Jacobs che dice a Gianmarco Tamberi in perfetto dialetto bresciano che gli ci vorrà una settimana buona per capire cosa ha fatto, è lo spot finale di Team Italia e di tutto ciò che riporta a casa dal Giappone.

Tokyo2020-210809-009Vittorie scintillanti come l’oro, sconfitte che ci inorgogliscono perché arrivate dopo che le nostre ragazze ed i nostri ragazzi si sono battuti fino all’esaurimento di tutto ciò che avevano dentro da dare, promesse del futuro, saluti al passato, e che glorioso passato. Gli occhi della tigre dei ragazzi della pallacanestro, i loro rabbiosi rimpianti che fanno ben sperare per una pronta rivincita in casa di chi li ha battuti, tra tre anni. Gli occhi della tigre che vorremmo rivedere presto in maschi e femmine del volley e del waterpolo, come li avevano una volta. Forse è sufficiente riassoldare un Velasco o un Rudic?

Quello splendido catamarano controsole di Banti & Tita, alla fine si distingue solo il bianco, rosso e verde della vela italiana. Gioia per una vittoria storica e impazienza per una vittoria che ancora ci manca: ma la Coppa America è così tanto più difficile di una Olimpiade?

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E’ una estate che non dimenticheremo, e che faremo fatica a spiegare ai nostri nipotini, quando ci chiederanno:

«Nonna, nonno, ma nel 2021 che cosa successe? Vinse tutto l’Italia?»

«Non lo so, nipote….. ad un certo punto, sì, a quello a cui giocavamo vincevamo tutto noi…… non ho mai capito che diavolo successe…… vincevamo e basta».

O forse sì, l’abbiamo capito, e da tempo. Lassù qualcuno ci ama, più di quanto spesso ci meritiamo noi stessi. E ogni tanto ci risarcisce di tante sofferenze e difficoltà.

Vive l’Italie. Au revoir les enfants. Rendez-vous à Paris 2024.

Inno Olimpico – Ολυμπιακός Ύμνος – Hymne Olympique – Olympic Anthem

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Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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