Gesu di Nazareth

di Simone Borri

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Alla metà degli anni settanta, Franco Zeffirelli era già considerato il regista italiano di maggior prestigio internazionale. Già definirlo regista cinematografico appariva riduttivo, per colui che aveva raccolto il testimone dal suo mentore Luchino Visconti senza farlo rimpiangere, e che quando non era dietro la macchina da presa era sul palcoscenico di qualche teatro a mettere in scena come minimo (si fa per dire) Shakespeare.

FrancoZeffirelli190615-001Zeffirelli era un visionario il cui estro spaziava per tutti i territori assegnati alle Nove Muse, a cui nel suo secolo si era aggiunta la Decima: il cinema. Aveva rappresentato i grandi classici a teatro ed al cinema con la stessa efficacia rappresentativa e lo stesso gusto fotografico che qualcuno definiva troppo patinato ed i più restavano in silenzio ad ammirare, commossi ed estasiati.

Aveva rappresentato l’Alluvione della sua città, Firenze, toccando – se ce n’era bisogno – il cuore di tutta l’opinione pubblica mondiale e trasformandola in una moltitudine di Angeli del Fango, mentre alle sue immagini senza bisogno di commento faceva da complemento impareggiabile la voce di uno dei suoi attori preferiti, Richard Burton.

Graham Faulkner, il San Francesco di Franco Zeffirelli

Graham Faulkner, il San Francesco di Franco Zeffirelli

Era stato chiamato perfino dal Vaticano ad assumersi la regia dell’Anno Santo del 1974. E lui, che si definiva un credente a modo suo, aveva accettato senza battere ciglio. A quel punto, tra David di Donatello, Nastri d’Argento e nominations al Premio Oscar, faceva già incetta di premi e riconoscimenti prestigiosi. Con Romeo e Giulietta aveva reso quella di Shakespeare una tragedia moderna, in cui perfino la gioventù degli anni della contestazione poteva identificarsi. Con Fratello Sole Sorella Luna si era avvicinato ad una delle storie, o per meglio dire delle parabole più care agli italiani: quella di Francesco d’Assisi che essi conoscevano come loro patrono ma di cui Zeffirelli aveva colto la dimensione umana, alla portata di tutti, tirandola fuori dalle vite dei santi e dall’iconografia ufficiale della Chiesa.

Era tempo, alla metà degli anni settanta, di tentare un salto ancora più difficile. Triplo salto mortale con massimo coefficiente di difficoltà: dopo aver narrato la vita e le opere del n. 2 della nostra religione cristiana, era il momento di accostarsi a quelle del n. 1. Era tempo di fare ciò che nessuno aveva mai osato, nell’Italia di allora il cui codice civile e penale erano ancora sottoposti alla supervisione di fatto di quello canonico, e la morale ad una censura a quel tempo ancora assai stretta.

Enrique Irazoqui, nel Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini

Enrique Irazoqui, nel Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini

Ci aveva provato Pier Paolo Pasolini, che tuttavia essendo un intellettuale fuori dal coro, un lupo culturalmente solitario sia rispetto alla Chiesa cattolica che a quella comunista da cui proveniva, si era potuto permettere – ma solo al cinema, mai passato in televisione a quell’epoca – un Vangelo secondo Matteo che non per nulla aveva fatto assai discutere con i suoi protagonisti dalla fisionomia troppo palestinese.

Ted Neely, Jesus Christ Superstar

Ted Neely, Jesus Christ Superstar

Da oltre Oceano ci era arrivato l’iconoclastico Jesus Christ Superstar, ma per quanto sbancasse anche da noi il botteghino era pur sempre un prodotto di un’altra cultura. Roba da protestanti, diceva la critica ufficiale sempre attenta a non pestare i piedi alla religione ufficiale.

Era tempo, insomma, di narrare la vita e le opere di Gesu di Nazareth, l’ispiratore e fondatore del cristianesimo. Il Figlio di Dio, per un paio di miliardi di persone su questo pianeta. Una figura fino a quel momento inavvicinabile ed irrappresentabile per i cattolici quasi quanto lo era il profeta Maometto per i musulmani.

A Zeffirelli i polsi non tremavano di fronte a nessuna impresa culturale. Tre anni prima Gianfranco De Bosio aveva fatto centro restituendoci Mosé ed il Vecchio testamento come una grande storia, sì, ma pur sempre di uomini. Che poi erano diventati archetipi per altri uomini, nel tempo a venire. Zeffirelli ritentò la sorte con il Nuovo Testamento, e come gli succedeva e gli sarebbe successo ad ogni sua uscita, più che vincere stravinse.

Yorgo Voiagis e Olivia Hussey rispettivamente Giuseppe e Maria

Yorgo Voyagis e Olivia Hussey rispettivamente Giuseppe e Maria

E’ opinione comune di chi si occupa di storia della televisione che Gesu di Nazareth, realizzato come il Mosé di tre anni prima in coproduzione da RAI e la britannica ITC (una filiazione della BBC, di fatto la prima televisione indipendente della storia del Regno Unito), segni uno spartiacque di genere, oltre che di qualità.

Fino a quel momento, fino al Pinocchio di Luigi Comencini o al Sandokan di Sergio Sollima, si era continuato a parlare di sceneggiato TV. Gesu di Nazareth fu il primo film per la TV della nostra storia, concepito e realizzato con tecniche cinematografiche, che non a caso un anno dopo il primo passaggio televisivo ne consentirono l’uscita al cinema. Ed il bis sul grande schermo del successo registrato su quello piccolo.

Ma soprattutto, Gesu di Nazareth fu il primo tentativo – messo tra l’altro in atto non più da un agnostico come era stato Pasolini ma da un credente a tutti gli effetti come si dichiarava il maestro fiorentino – di restituire alle platee di tutto il mondo, che credessero o meno, una figura anche in questo caso soprattutto umana, estrapolata da ogni deformazione biblica o liturgica, riportata alla sua, per quanto incommensurabile, dimensione originale.

GesuZeffirelli210406-002Per passare alla storia ed alla leggenda, Zeffirelli si era circondato del meglio che la cultura ed il professionismo artistico del tempo offrivano. Coautori della sceneggiatura erano Suso Cecchi d’Amico e nientemeno che Anthony Burgess, all’epoca una specie di Leonardo da Vinci letterario inglese, che aveva appena avuto la sua consacrazione personale dando alle stampe il romanzo epocale che Stanley Kubrick avrebbe trasposto al cinema con pari maestria: Arancia Meccanica. Secondo lo stile di Burgess, c’é violenza anche nello sceneggiato, o film TV che dir si voglia, scritto per Zeffirelli, e come potrebbe non esserci? La passione e crocefissione di Cristo non é una favola per il catechismo dei bambini. La si consideri mistero della fede o semplicemente classica vicenda di un mondo antico dove la predicazione di colui che esortava a porgere l’altra guancia e la brutalità di un Impero costruito dalle Legioni Romane andavano di pari passo.

Zeffirelli e Powell sul set di Gesu di Nazareth

Zeffirelli e Powell sul set di Gesu di Nazareth

A leggere il cast che scorre lungo i titoli di coda di Gesu di Nazareth, si rimane basiti ancor oggi. Il cinema italiano godeva allora di un prestigio che dopo non ha più ha avuto. Alla corte di Zeffirelli accorsero tutte, ma proprio tutte le star internazionali del tempo. A cominciare da quella Olivia Hussey che avevamo già adorato nei panni di Giulietta Capuleti da Verona. E dall’allora semisconosciuto Robert Powell, che per fisionomia e recitazione incarnò – è il caso di dire – il personaggio ed il verbo del Redentore così come ognuno se li immaginava dai tempi appunto del catechismo.

Completava come sempre il capolavoro una colonna sonora all’altezza. Se per quello tratto da Shakespeare si era scomodato Nino Rota, con una giovanissima Loreena McKennitt che cantava la hit principale, A time for us; se per San Francesco si era messo a disposizione Riz Ortolani, con il motivo principale, Dolce è sentire, cantato dall’esordiente ma già popolarissimo Claudio Baglioni; la soundtrack di Gesu di Nazareth fu affidata a Maurice Jarre, e fu un altro capolavoro, a coronamento di una carriera prestigiosa quanto quella di Franco Zeffirelli.

Opere d’arte d’altri tempi, che ormai sembrano quasi distanti quanto il Vecchio Testamento. Franco Zeffirelli aveva il dono di infondere religiosità anche in chi non era religioso. Poesia anche in chi non vedeva nella vita altro che prosa.

Ricordo come fosse oggi mio nonno che al momento del Padre Nostro si segna e comincia a recitare la preghiera insieme a Robert Powell.

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«Questo è il principio. Ora tutto comincia».

(Zerah, emissario del Sinedrio, di fronte al sepolcro vuoto di Gesu).

Clicca per ascoltare la colonna sonora:

Jesus of Nazareth Opening and Closing Theme

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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