Tutti gli insulti del presidente

di Simone Borri

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Premetto. Ho smesso di seguire i discorsi di fine anno del presidente della repubblica dai tempi di Napolitano. Bello o brutto che fosse stato l’anno che terminava, non volevo avvelenarmene gli ultimi istanti insieme ai primi di quello che stava cominciando rimuginando su parole e atteggiamenti che, sono più che mai convinto, non dovrebbero avere cittadinanza nella nostra repubblica. Nella nostra democrazia.

Chi mi segue su queste colonne sa che non ho mai fatto mistero di ritenere indegni rispetto alla carica ed alla funzione di presidente gli ultimi due inquilini del Quirinale. Non mi piacciono né Giorgio Napolitano né il suo successore Sergio Mattarella. Umanamente e politicamente. Sono la faccia brutta, inaccettabile, inguardabile delle nostre istituzioni. I garanti di una classe politica dominante che non ha caso ha fatto i salti quando è riuscita a farli eleggere (ricordate Renzi?) grazie al farraginosissimo sistema con cui in Italia si elegge qualunque persona a qualunque carica. Perché il popolo non conti nulla, si deve far finta di rappresentarlo al 100%, si potrebbe dire parafrasando Giuseppe Tomasi di Lampedusa ed il suo Gattopardo.

La pantomima ipocrita della democrazia parlamentare che rappresenterebbe il popolo italiano al meglio poteva avere un senso nel 1947, nei confronti di un paese che usciva da una dittatura, da una guerra civile, e non voleva rischiare di ricascarci a breve. Ma adesso il re è nudo, e non parliamo del presidente. Adesso il presidente non garantisce più né il popolo né tantomeno la Costituzione approvata settant’anni fa in suo nome. Garantisce la casta, punto e basta. Per questo Renzi saltava fino al soffitto quando sostituì il trinariciuto Napolitano con il peone democristiano Mattarella. Perché nulla cambiasse, sembrava che sarebbe cambiato tutto. Invece non cambiò nulla per davvero.

Napolitano aveva almeno il pregio (si fa per dire) di mostrarsi per quello che è, non nascondendosi dietro atteggiamenti liberali. Comunista era, comunista è rimasto, anche se borderline. Veniva usato da Togliatti e da Berlinguer per i lavori sporchi, le intese sottobanco con il nemico: i democristiani, la NATO, gli americani con cui si intendeva benissimo (Kissinger lo chiamava il mio comunista preferito). A tempo debito, questi legami e gli altri stabiliti con i vertici di una massoneria internazionale che nel frattempo aveva spostato e redistribuito i suoi equilibri, gli sono tornati utili. Eletto per succedere all’amico Ciampi, se ne è discostato appena ha potuto avallando se non promuovendo quel golpe neanche tanto di velluto che esautorò il presidente del consiglio votato dal popolo, Silvio Berlusconi, e mise al suo posto un governo Quisling, quello del Mario Monti che stava bene all’Europa, ma di cui l’Italia non aveva mai sentito parlare. Avrebbe colmato la lacuna in fretta e con dolore nei diciotto mesi successivi.

Dopo il duro che aveva applaudito i carri armati sovietici a Budapest, ed in fondo non era poi mai veramente cambiato, serviva qualcuno più soft, almeno all’apparenza. Un democristiano, di quelli che avevano fatto compromessi anche con le loro madri per nascere, di quelli che si sporcavano le mani restando tra i banchi della seconda e terza fila, non figuravano mai, potendo dire in futuro di non essersi attirati addosso particolare odio o disprezzo.

Mattarella era uno di questi. Aveva all’attivo quell’indegna legge elettorale del 1993 con la quale per incarico del suo morente partito, la DC, ne aveva operato il salvataggio surrettizio disattendendo la volontà popolare che si era espressa per il sistema maggioritario. Lui mantenne in vita il proporzionale, né più e né meno. La sua cifra stilistica, giuridica, politica, morale, in una parola umana fu consegnata alla storia allora.

Un uomo che non ispira simpatia personale, né tranquillizza rispetto alla sua azione in rappresentanza dello Stato. Se lo rappresenta come ha rappresentato il popolo, pensammo al momento della sua elezione, stiamo freschi. E infatti.

Sergio Mattarella è stato il garante non di una Costituzione che, a giudicare da come la tratta, sembrerebbe di poter dire che non conosce neanche (malgrado sia considerato un fine giurista e costituzionalista). E’ stato ed è il garante di una casta, come detto, di un gruppo dominante. Il PD che l’ha espresso in faccia ad un parlamento per la quarta volta consecutiva costretto ad eleggere un presidente smaccatamente di parte (la sinistra, tanto per scansare equivoci), ed i Cinque Stelle che hanno imparato ad apprezzarlo dopo, quando il governo gialloverde é diventato giallorosso e Di Maio si è improvvisamente dimenticato di chi voleva mettere in stato d’accusa due o tre anni fa, e del perché.

Non mi piace Sergio Mattarella. Cambio canale quando lo vedo in TV, e non posso fare a meno di richiamare alla memoria la descrizione che Bram Stoker fa del conte Dracula, affacciato ad una finestra del suo maniero transilvano mentre osserva l’arrivo dell’ignaro immobiliarista Jonathan Harker che dovrebbe procurargli una nuova residenza e nuove vittime. Me lo immagino così, con la stessa espressione imperturbabile e sinistra (nel senso facciale del termine), guardarci tutti non come cittadini. Neanche come sudditi, come faceva il suo predecessore. Ma come vittime.

Ho letto il resoconto del discorso di Mattarella, il penultimo se Dio vuole, il giorno dopo, e mi sono andati a traverso i cappelletti in brodo. E spero vivamente sia successo a molti altri.

Il richiamo all’unità nazionale è una marchetta smaccata al trend renziano del momento, via Conte ed al suo posto uno di quei governi di responsabilità e di unità nazionale che è dal 1976 che consentono alla nostra classe politica dominante di sbarcare lunari altrimenti da naufragio. Dall’ex peone DC non era lecito aspettarsi altro, e non è questo che ci turba la digestione del pranzo di Capodanno. Sono due frasi a seguire, di una gravità assoluta.

La prima: «vaccinarsi è un dovere». Oscar alla carriera di un costituzionalista che non sa o fa finta di non ricordare che la Costituzione proibisce espressamente i trattamenti sanitari obbligatori. Applausi da parte di tutta la classe politica schierata pro-vax, ovviamente. Nessuno che si alzi a rivendicare, insieme alla libertà del cittadino di non fare la fine del protagonista di Qualcuno volò sul nido del cuculo, anche le legittime perplessità circa un medicinale che fino a prova contraria non è neanche un vaccino, e per di più non è neanche  sufficientemente testato circa gli eventuali danni che farà, non assicurando nemmeno tra l’altro una copertura efficace e sicura.

Ma è la frase successiva che riempie di maggior sdegno. «La scienza deve superare l’ignoranza». Considerato che i sondaggi attuali individuano in almeno un terzo della popolazione italiana i perplessi circa la bontà (per non dire la legittimità) di questa campagna vaccinale in corso, saranno tutti contenti di sapere come li considera il loro presidente.

Ecco, ve lo immaginate Macron che dà di ignoranti ai francesi, Trump agli americani, la regina Elisabetta che chiama i suoi sudditi illiterates, ignoranti appunto? O el rey Felipe che fa lo stesso con gli spagnoli?

Da noi si può? A quanto pare, sì. Da noi il presidente può farlo, la Costituzione non glielo consentirebbe, ma ormai è diventata come la pelle delle guance: dove la tiri, va. Da noi il presidente lo fa perché gli pare di farlo, e con la sua loquela poco appassionante, molto risorgimentale, molto prima repubblica, molto poco simpatica come gli si addice, non manca mai di farlo.

L’uomo che ci considera ignoranti, e che nessuno metterà mai in stato d’accusa per questa ed altre prese di posizione ancora più gravi, si appresta a concludere la sua opera salutando un anno 2021 che come previsto dovrebbe sollevarlo da ogni difficoltà. Buona parte di esso trascorrerà infatti come semestre bianco. Se Conte vuole combinare l’ultimo dei suoi casini e andarsene a casa, deve sbrigarsi perché da luglio questo presidente a cui nessuno ha inoculato il vaccino della democrazia le Camere non potrà scioglierle più. Il che rende la scadenza del governo giallorosso molto più vicina a quella agognata del 2023.

La scienza di Mattarella è quella del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. E purtroppo lo share televisivo del discorso di fine anno, insieme a tutti gli atti d’ossequio rivolti anche in questa circostanza al suo autore dai media, fanno temere che non sia una scienza del tutto infondata.

Moriremo DC, caro Scalfari. O forse, siamo già morti.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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