Il Conte e il Re

di Simone Borri

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E dunque, Giuseppe Conte sale al Quirinale a rassegnare le dimissioni dal suo governo 2 nelle mani di chi glielo aveva conferito 17 mesi fa, dopo le dimissioni dal suo governo 1 di segno diametralmente opposto.

L’uomo per tutte le stagioni e per tutte le emergenze sembrerebbe arrivato a fine corsa. Responsabili in Parlamento non ne trova, c’è troppa aria di resa nei conti, pur nel contesto di una maggioranza (nelle Camere, non nel paese, stando ai ricorrenti sondaggi) che ha nel proprio programma politico un punto solo: durare la legislatura intera, scongiurare nuove elezioni, portare a casa un altro scampolo di sopravvivenza del centrosinistra in Italia (proprio ora che gli USA sono ritornati nel campo democratico) e soprattutto portare a casa di ogni singolo parlamentare lo stipendio, le indennità, la pensione e tutti gli altri benefits che malgrado la propaganda grillina a suon di vaffa, gesti dell’ombrello e apriscatole sono ancora appannaggio dei rappresentanti del popolo.

Il rischio del voto c’è, ma non si vede. Cosa deciderà il presidente della repubblica è nella sua testa, più che nelle mani di Dio. La Costituzione italiana è sospesa dal 2011, da quando cioè l’ultimo dei governi più o meno eletti dal popolo fu messo da parte in seguito ad una telefonata dell’Europa ed al suo posto fu insediato il primo dei governi del presidente. Nel senso che il loro fondamento politico era ed è soltanto nella testa appunto del presidente.

Siamo una repubblica parlamentare, sarà di nuovo il ritornello che partirà nei cori e coretti che risuoneranno nel Transatlantico di qui a breve. Il presidente ha il dovere di ricercare tutte le maggioranze possibili nelle Camere, sarà il controcanto che si leverà dal loggione dei peones democratici e grillini, mentre i loro maggiorenti trattano per il Conte 3.

Il presidente, recita un altro refrain, quello più sommesso ma più veritiero, ha un unico dovere: ottemperare al volere di chi lo ha messo lì –  Renzi e il PD, ma non solo – e di escogitare qualcosa che consenta a quella congrega di arrivare al semestre bianco, alle elezioni del nuovo presidente (o alla riconferma del vecchio) e poi si vedrà. Il Covid e l’Unione Europea di qui ad allora qualcosa si saranno inventati di sicuro, e il 2023 ormai è a uscio.

Giuseppe Conte dovrebbe bussare alla porta di Mattarella con il cappello ed il suo governo 2 in mano, ed uscire poco più tardi con l’incarico per il governo 3. Ce lo giochiamo alla SNAI. Nel frattempo, l’Italia dà segni di inquietudine sempre crescente, con i ristoratori che disobbediscono in numero sempre maggiore, i siparietti di Speranza, Arcuri & c. sulla gestione della pandemia, lo scricchiolio del recovery fund e le bacchettate surreali della UE. Last but not least, il rischio di non partecipare alle Olimpiadi a giugno, se mai si faranno.

Il rischio più grande tuttavia è quello di perdere alla democrazia che bene o male ci ha mantenuti al caldo nel dopoguerra la maggioranza dell’opinione pubblica. Quest’anno ricorre l’anniversario dell’avvio della contrapposizione tragica e letale che ha avvelenato la politica italiana per tutto il ventesimo secolo. Fascisti e comunisti cominciarono a darsele nel gennaio del 1921. La gente all’inizio stette a guardare, poi – nel casino sempre più grande, allora come ora – alla fine si ruppe le scatole e dette il suo consenso a quello dei due litiganti che dava la sensazione di poter prima e meglio rimettere le cose a posto. Guai a ridurre l’analisi storica ad una contrapposizione tra quel cattivone di Mussolini e l’altro cattivone di Gramsci. Decise allora, come rischia di decidere adesso, la rabbia e la stanchezza di una moltitudine di persone comuni, normali, che di emergenze non ne poteva più.

Quando la democrazia smette di dare risposte ai problemi reali della gente, è tempo di uomini forti. L’omino che salirà oggi al più alto dei Colli sicuramente non è fatto per simili riflessioni, interessandogli molto di più il proprio destino personale. Ma sarebbe bene che ci pensasse il popolo italiano, invece di stare a guardare inerme questo teatrino dove pupazzi che pretendono di rappresentarlo fanno finta di prendersi a mazzate per procrastinare soltanto se stessi.

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La Costituzione è sospesa da dieci anni. Come tutte le cose ha una data di scadenza. Anche soltanto aggiungere un undicesimo anno a questa ibernazione potrebbe risultare per l’Italia un punto di non ritorno.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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