Un pranzo di Natale diverso?

di Barbara Chiarini

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L’attesa per il Dpcm natalizio nell’anno pandemico 2020 cresce di ora in ora, destinata a superare ogni storico livello di trepidazione. Probabilmente domani, 4 dicembre 2020, il disciplinare delle festività sarà ufficialmente presentato a Palazzo Chigi. Fino ad adesso gli italiani hanno potuto solamente spiluccare qualche anticipazione, ipotesi complessivamente verosimili calate dall’alto per valutarne l’effetto sugli umori nazionali. 

I decisori del tutto: Conte&Speranza, costretti all’ingrato compito di regolare tavolate familiari e spirito della festa, in concorrenza impossibile con Gesù Bambino, bue e asinello, cappelletto in brodo di cappone e panettone a lievitazione naturale!

E qui cominciano le raccomandazioni.

Raccomandazione numero uno: la tavolata di Natale o il cenone di Capodanno non dovrà attovagliare più di 6 persone, fatti salvi i nuclei familiari numerosi (se così registrati all’anagrafe). Ovviamente il Dpcm non prevederà un divieto vero e proprio, essendo le abitazioni luoghi privati, ma certamente solleciterà le famiglie invocando alle raccomandazioni di governo e la par condicio parentale: per esempio, moglie e marito con prole potrebbero infatti lasciare a casa i rispettivi suoceri (magari per la prima volta, dando serenamente la colpa al Covid!).

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Ironia a parte, il fatto è che a Natale, Santo Stefano, San Silvestro, Capodanno ed Epifania, tutti i ristoranti dovrebbero restare chiusi, per evitare assembramenti e in particolare tavolate troppo estese, seppur abilmente camuffate da microdistanziamenti.

Anche il coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino successivo andrà in ogni caso rispettato, seppure non si esclude che qualche deroga verrà  alla fine concessa. 

L’eccezione più dibattuta riguarda la vigilia di Natale. La messa di mezzanotte potrebbe essere anticipata di almeno un paio d’ore. Ma anche in questo caso, le autorità sanitarie temono che l’ex messa di mezzanotte  possa trasformarsi in un’occasione di assembramento tra banchi e navate!

A questo punto, la domanda sorge spontanea: in tutta questa confusione di decreti e consigli, secondo voi, cambieranno anche le tradizioni delle nostre tavole?

Perché è inutile starlo a sottolineare proprio  adesso, in questo momento di tragica crisi, ma niente riesce a rappresentare l‘Italia meglio delle sue tradizioni culinarie esportate in tutto il mondo da centinaia di anni, soprattutto se legate alle festività quando diventano ancora più evidenti e vive, trasformando pochi e semplici ingredienti in un vero e proprio trionfo di sapori.

Le festivita natalizie in tutta Italia, come nella nostra Toscana, si sono da sempre concentrate  nelle tre settimane di dicembre a partire dal giorno dell’ Immacolata fino alla prima settimana di gennaio, ovvero al giorno dell’ Epifania, da noi fiorentini meglio conosciuto come giorno di Befana .  

Può sembrare cosa lunga ma dovete credermi; qui da noi, c’è piu di una valida ragione per stare a tavola con la famiglia, gli amici ed un ricco ed abbondante menù, ogni giorno fino al 6 gennaio!

L’inizio ufficiale del periodo natalizio è da sempre stato riposto nel giorno dell’8 dicembre: fino a qualche tempo fa, le strade, le vetrine dei negozi e le piazze non venivano addobbate prima di allora, così come non si trovavano alberi di Natale o dolci tipici fino a quella data. La fine delle festività coincide, invece, con il 6 gennaio; le prime feste celebrate in grande stile sono la vigilia di Natale, il giorno di Natale ed il 26 dicembre, Santo Stefano…tre giorni di fila di grandi abbuffate e specialità culinarie tradizionali!

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Poi, una breve tregua di 4 giorni prima di tornare con le “gambe sotto il tavolino” per il grande Cenone di Capodanno, spesso basato esclusivamente su un menù di pesce e seguito, il giorno dopo, dal pranzo del “primo dell’anno“.

E cinque giorni dopo, ecco arrivare l’ultimo evento del periodo natalizio;  l’Epifania e l’arrivo dei Re Magi che per tutti i bambini significa poi l’arrivo della Befana, la vecchia strega che vola a cavallo di una scopa per portare regali ai buoni e carbone a quelli cattivi. Nonostante l’aspetto decisamente poco aggraziato, con tutte quelle rughe ed il lungo naso ricurvo, i bambini l’aspettano con ansia quasi quanto Babbo Natale.

Purtroppo però con lei si concludono tutte le feste  e per grandi e piccini  gli impegni di lavoro o scolastici sono di nuovo lì, pronti a bussare alla porta!

Come ben saprete i proverbi sono gli antichi custodi delle tradizioni: ecco quindi  «la cena delle sette cene», ovvero una festa così grande e stupefacente che sembra che siano state messe insieme 7 cene. Questo proverbio era rivolto al  23 dicembre e consisteva in una cena, appunto, di 7 portate (il numero 7 non era stato scelto a caso: aveva un significato mistico e magico), una più ricca e lussuosa dell’altra.

Invece per la Vigilia di Natale, esiste  il detto «Chi guasta la vigilia di Natale, corpo di lupo e anima di cane», una sorta di incantesimo della mala sorte per chi rovina la cena che, come tradizione vuole, non prevede carne.

Ed in ultimo, ecco il più triste, quello legato all’ Epifania il quale sostiene che «…con  lei  tutte le feste se ne vanno  via!», per dire che con il 6 gennaio si chiude ufficialmente il periodo delle festività.

Quando ho cominciato a chiedere ad amici e conoscenti di raccontarmi i loro ricordi legati al Natale – soprattutto quest’ anno che sarà diverso da ogni altro precedentemente trascorso negli ultimi ottant’anni –  ho notato una divisione ben distinta, non tanto legata al luogo di provenienza ma piuttosto all’età. Gli anni ’50 – 60 fanno da spartiacque tra quelli che sono nati ed in parte vissuti prima e dopo quel tempo. Coloro nati prima sembrano essere molto più legati alle tradizioni locali. Le tradizioni che hanno preso piede di recente, invece, sono più segno del consumismo odierno e del fenomeno della globalizzazione di massa, che rende omogenei i diversi paesi del mondo e le diverse regioni della Toscana.

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Ogni famiglia porta in tavola qualcosa di speciale, ovviamente;  ma se l’intento è quello di creare un tipico pranzo in stile toscano, vi sono alcune ricette che non possono essere assolutamente escluse dal menù.

Un menù tipicamente e prettamente toscano per il giorno di Natale ha come prima portata i classici crostini di fegatelli, rivisitati con variazioni sul tema a seconda delle ricette di famiglia, come ad esempio un paté puro di fegatini di pollo o un mix di fegatini, milza ed altro.

Alcune volte il pane viene tostato, altre invece inzuppato nel brodo per ammorbidirlo oppure – come mi aveva rivelato la mia nonna Renata, per le occasioni speciali – andrà prima tostato e poi inzuppato (solo la crosta) nel vin santo, e infine spalmato con il paté di fegatelli.

Come primo piatto, vi è un ricco brodo fatto, come tradizione vuole, con il cappone, un galletto bello paffuto, castrato affinché la carne diventi più morbida e saporita. Oggi, insieme al brodo vengono serviti tortellini o cappelletti ripieni di carne di manzo – anche se, come mio zio Mario ci teneva sempre a precisare – i tortellini sono una tradizione di Bologna, non della Toscana, dove in passato si sarebbero probabilmente serviti i tagliolini o un’altra pasta corta fatta a mano.

Dopo il primo, si passa ai secondi: solitamente  viene servito un arrosto o un misto di carni arrosto insaporite con rosmarino, salvia ed aglio. Il pollo, un tempo, era considerato un piatto di lusso – non come oggi che è a buon mercato –  per cui un arrosto misto preparato per un’occasione speciale come quella delle feste natalizie, spesso includeva il pollo ruspante o il cappone arrosto.

In un pranzo dalle portate infinte come questo, sembra che le verdure siano un optional, invece i contorni che accompagnano i secondi piatti di certo non mancano. Tra i preferiti, vi sono le gustosissime patate arrosto, insaporite con salvia e rosmarino, e chiunque può confermarvi che le patate al forno…non sono mai abbastanza, indipendentemente da quante se ne sbuccia! 

Viene quasi sempre preparata anche un’insalata mista, ma la maggior parte delle volte, con tutte le altre leccornie dai sapori invitanti servite, non arriva nemmeno sulla tavola! Ricordo che quando trascorrevamo il Natale a casa della mia zia Mirella, ogni volta che si cominciava a sparecchiare dalla tavola i piatti per far posto al dessert, c’era sempre qualcuno che diceva: «…OH no, ci siamo dimenticati di portare in tavola l’insalata»!

Ma i veri cambiamenti del menù che si sono avuti nel corso degli anni riguardano i dolci. Da anni sembra, infatti, che non soltanto da noi in Toscana ma in ogni parte d’Italia ci sia il solito dolce natalizio a chiudere l’interminabile pranzo, ma non è sempre stato così; un tempo erano un lusso e solitamente si trattava di specialità fatte in casa. Ciò che oggi accomuna l’Italia da nord a sud – il panettone ed il pandoro in tutte le loro squisite varianti – è quello che si trova nei supermercati di ogni luogo, ma in realtà queste sono tradizioni che appartengono al nord Italia.

I tipici dolci toscani fanno risaltare gli ingredienti locali (o la loro mancanza). Se andate verso Grosseto, noterete che le Vecchierelle venivano mangiate la vigilia di Natale (castagne bollite, cariche di calorie per compensare un pranzo solitamente privo di carne); nell’area di Porto Santo Stefano, invece, viene preparato una sorta di pane dolce cotto in forno a cui vengono aggiunti fichi secchi, uvetta, pinoli, noci e mandorle, chiamato Pagnottella di Natale che, solo per il fatto di avere le noci, era considerato un lusso. Nella zona del Monte Amiata, invece, si trova la ricciolina, una specie di dolce con cioccolata, noci e nocciole di ogni tipo, guarnito con meringhe ed altra cioccolata.

I PRANZI DI NATALE DI UNA VOLTA.20202.12.04-04Nonostante i dolci natalizi di Siena siano diventati una specialità tipica locale che si può trovare durante tutto l’anno, assurgendo a simbolo della città, un tempo erano strettamente legati alle festività natalizie, a partire dal panforte, un dolce compatto con frutta candita e noci, e dai ricciarelli, ovvero biscotti fatti con pasta di mandorle e zucchero; tipico della campagna toscana è il cavalluccio, un biscotto di consistenza piuttosto dura con un accentuato sapore di anice, mischiato con noci finemente tritate e frutta candita.

Dalle parti di Livorno, ma generalmente in tutta la parte settentrionale della Toscana, ci sono i Befanini, biscotti di zucchero al sapore di rum, che un tempo le famiglie solevano scambiarsi come presente, soprattutto il 6 gennaio in occasione della visita della Befana. 

Tutti sono buoni, garantisco io che di dolci sono una vera golosa !

Ma ricordate sempre che nelle nostre terre, in Toscana, ogni dolce che si rispetti  deve esser accompagnato sempre da un bicchierino di vin santo, il vino dolce fatto con i grappoli di uva appassita.

E dopo questa lunga carrellata di cibarie che francamente ci hanno fatto ben venire una certa acquolina in bocca, come riferisce un altro antico proverbio, anche noi …« … siamo arrivati alla frutta»! 

Ed in effetti, l’ultima cosa che veniva servita in tavola era proprio quella, la frutta … considerata un tempo segno di benessere economico!

E adesso che anche noi siamo giunti alla frutta (pure con il nostro articolo odierno) non possiamo fare altro che aspettare, ansiosi di sapere se per queste festività natalizie in questo anno bisestile  20 20, spiluccheremo cene e pranzi in quarantena, da soli e tristi, o in piccoli nuclei scorporati di materia vitale, oppure se ci potremmo dilettare a realizzare almeno qualcuna delle  ricette e dei suggerimenti  sopra esposti per una decina di parenti!

A breve l’ ardua sentenza… ! Pertanto, per  adesso continuiamo a ricordare la bellezza dei nostri trascorsi Pranzi di Natale …quando il Covid- 19 non albergava neppure nei nostri peggiori incubi, sperando che babbo Natale ci porti qualcosa di buono…finalmente!

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Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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