Avvento 4 – Giorno 24

di Simone Borri

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Ce lo siamo lasciato per ultimo. Del resto, come diceva il vecchio Highlander, ne resterà uno solo. E malgrado tutto ci sono molte probabilità che quell’uno sia lui.

Giorni fa ricorreva il decennale della nevicata che trasformò Firenze in Cortina d’Ampezzo. Nel giro di mezz’ora, la città fu messa in ginocchio, malgrado le previsioni meteo avessero largamente e tempestivamente previsto quell’ecatombe bianca.

Matteo Renzi offrì in quella circostanza la sua cifra stilistica ed amministrativa. Il Comune fu il primo a restare sotto la neve, scomparendo dai radar per quattro giorni, durante i quali i fiorentini si ritrovarono obbligati a ricorrere a quel fai da te che dalle loro parti non si verificava più dai tempi dell’Alluvione.

Di lì a poco, il sindaco pasticcione decollò per una fulgida carriera nazionale, sia nel PD che nel governo del paese. E si ritrovò l’Italia ai suoi piedi, malgrado a parole stesse sulle scatole a tutti. Il populismo lo inventò lui, perché otteneva il consenso del popolo – o di una larga fetta di esso – soltanto con le chiacchiere. Ai fatti, in vita sua, non c’è mai arrivato. Ma proprio per questo essere arrivato dov’è arrivato (e dove è tutt’ora) senza aver mai combinato nulla di concreto ha qualcosa di geniale, va detto.

E’ un incapace di successo, che forse ha la fortuna di vivere in un’era di incapaci (politicamente) con l’aggravante di essere anche odiosi, e perciò la sua loquela ti affabula, ti prende, a volte addirittura ti convince. Sere fa, il suo discorso in parlamento contro la tendenza del Governo Conte (della cui maggioranza lui fa parte) a governare per decreto esautorando il Parlamento, è stato l’unico per cui è valsa la pena di seguire il dibattito e non piuttosto convincersi definitivamente a chiudere tutte e due le Camere, non soltanto il Senato come voleva il suo referendum arruffone che gli italiani respinsero al mittente quattro anni fa, mettendo apparentemente fine alla sua irresistibile – fino a quel momento – ascesa.

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Atti parlamentari alla mano, è stato addirittura uno dei discorsi che qualificano uno statista, e ce ne sono stati veramente pochi nei nostri emicicli. Poi purtroppo (o per fortuna) il solito Renzi ha ripreso la scena. Sotto il vestito, anzi, sotto i discorsi, niente. Si è trattato del solito escamotage sempre abusato dai tempi di Buttiglione e Mastella con cui il democristiano più minoritario passa all’incasso, perché il suo 2% conta più del 49% nominalmente ascritto ai soci di maggioranza. E se a Matteo gira male, se in vista c’è qualche lauto guadagno, Giuseppi va a casa e Mattarella passa il Natale a fare le consultazioni.

Nel rimpasto che sta dietro al suo celebre discorso, Renzi ha già chiesto i servizi segreti, cioè la struttura che ha in gestione realmente la nostra politica estera dietro le quinte di Di Maio e Conte. Se i pescatori di Mazara sono a casa per Natale lo si deve ai servizi, e quei due pistola che sono andati ad inchinarsi ad Haftar contano come Nardella sindaco di Firenze: devono solo leggere le istruzioni che gli fa arrivare chi comanda veramente. Renzi, appunto, è uno di questi, percentuali o non percentuali.

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Nel PD non ci poteva più stare, non lo avrebbero mai riaccettato come leader (l’unico peraltro che hanno avuto dai tempi di Berlinguer). E lui vuole fare il leader, da quando si riprendeva il pallone alle partitelle fuori di scuola e se lo riportava a casa stizzito, se l’arbitro non dava retta a lui. Ma siamo più che sicuri che Zingaretti lo rivorrebbe dentro, se non altro per poterlo controllare e limitare. Invece così Matteo Renzi da Rignano finirà per fargli cascare anche i capelli che non ha.

Sembrava finito, ma quelli come Renzi non finiscono, non in una politica come quella italiana. E’ l’Andreotti del terzo millennio. Sembrava destinato ad un tramonto ancora più inglorioso di quello di Mastella. Poi, quando l’altro Matteo, Salvini, ha fatto la più grande cazzata mai fatta da un leader del centrodestra da quando il centrodestra esiste, eccolo lì come l’Araba Fenice. A rimettere in gioco prima se stesso, poi il PD da cui era uscito sbattendo la porta e spernacchiando tutti, infine quei Cinque Stelle che ha sempre trattato come il fratello meno furbo dei De Rege, c’era lui. A Mattarella le istruzioni su come si fa un governo che gli italiani non hanno votato gliele ha date lui. A fine legislatura questa banda di scappati da dio sa dove ce li porta lui. Oppure, a casa ce li manda lui.

Moriremo democristiani, caro Scalfari. E l’ultimo a morire sarà lui. Perché ne resterà uno solo, e sta di casa a Rignano.

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Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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