Avvento 4 – Giorno 23

di Simone Borri

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E veniamo alla Banda degli Aperitivi.

Non è l’ultimo film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Nemmeno l’ennesimo episodio di cronaca nera (almeno crediamo).

Parliamo oggi di alcuni governatori di Regione. Segnatamente, quelli che si sono distinti nella prima fase della lotta al Covid.

VincenzoDeLuca201223-001Partiamo da quello più facile. Vincenzo De Luca detto Judge Dredd. Fa le ordinanze e poi le esegue personalmente con il lanciafiamme in dotazione tra i suoi componenti. Risultato, a Napoli nella prima ondata non c’é nemmeno un contagiato, almeno ufficialmente. Nella seconda risulta positiva praticamente tutta la cintura vesuviana, ma questo è uno di quei fenomeni inspiegabili per i quali ancora la scienza non ha risposte, come nel caso della sismica. Le cose succedono, e sono imprevedibili. Puoi solo giocarti al Lotto, al limite, il numero corrispondente della Smorfia.

Nel mezzo alle due ondate ci sono state le elezioni, e la riconferma in tromba del fireman, pardon, del governatore. Siamo nel cuore ai napoletani, che avevano già sul groppone De Magistris. Avrebbero anche un eccellenza come Tarro, virologo allievo di Sabin. Il fatto è che a Crozza De Luca gli viene bene, Tarro no. Per questo forse tengono De Luca.

EnricoRossi201223-001Seicento chilometri più a nord, si conclude la parabola politica di Enrico Rossi, almeno come governatore della Toscana. Il suo canto del cigno è quello con cui irride – siamo nei primi giorni dopo l’ammissione dell’esistenza in Italia del Covid19, e l’ammissione del governo di non avere sotto controllo proprio niente, nemmeno il ciuffo di Conte – l’opposizione leghista. Non in Consiglio Regionale ma sul proprio profilo social, che a differenza di quello dei comuni mortali da lui amministrati non è vincolato al rispetto di alcuna norma, né di bon ton né di buona amministrazione. In Toscana, dice il Rossi, non c’é rischio di contagio, né fascista né virale. Hasta l’antibiotico siempre!, conclude il governatore sempre sulla compiacente piattaforma Facebook. Negli ultimi mesi, il Rossi non viene preso a pernacchie semplicemente perché non viene più preso in considerazione. Farebbe la bocca al rinvio delle elezioni regionali causa Covid, ma la può tirare fino ad ottobre, poi è ora di andare anche per lui.

Intellettualmente parlando, è stato un energumeno dotato di cultura abborracciata (rinfacciò alla candidata leghista Saccardi di lottare per far tornare la Toscanina, senza sapere che era il soprannome dato a quella parte di mondo amministrata dal barone Bettino Ricasoli dopo l’Unità d’Italia, uno dei periodi più fulgidi – e meglio amministrati – della storia regionale) e di un carattere instabile come l’umore.

NicolaZingaretti201223-002Enrico Rossi è così, forte con i deboli, debole con i forti. Si lascia dietro una Toscana in macerie, sia come comunità che come amministrazione. Lascia dietro di sé anche una quantità di post che testimoniano più che altro sciocchezza interiore. Ma poteva permetterselo, perché quando uno ha elettori che votano qualunque figura del bestiario il PD metta in lista, puoi anche fare le campagne elettorali a grugniti, l’esito è comunque assicurato.

Per finire, er sor tentenna, come lo chiamano a Roma. Come governatore della Regione Lazio, si può dire che non ha fatto danni semplicemente perché non ha fatto nulla. Come segretario del PD, gli va riconosciuto di essersi fatto trovare pronto, come richiese lui stesso ai suoi compagni di partito quando fu chiaro che il complotto per defenestrare Salvini dal governo stringeva i tempi e le fila. Uomo per tutte le stagioni, soprattutto quelle in cui ti vengono perdonate le boiate che dici, Nicola Zingaretti non è uomo di pensiero, ma uomo che estrinseca come pochi altri l’assenza di pensiero del suo partito, facendola apparire piuttosto come una filosofia adeguata ai tempi.

Nella fase eroica della prima resistenza al Covid, lo Zinga si mette alla testa di quella corrente del partito che dirige che proclama: abbraccia anche tu un cinese. E poi: fatte n’aperitivo, alla faccia de chi ce vo’ male. Si becca subito uno dei primi tamponi positivi (glielo fanno espresso, lui dal drive in di San Giovanni-Addolorata non ci deve passare, ma che stai a scherza’?) e quindici giorni di quarantena al termine dei quali ritorna con la faccia da impunito più che mai, e quell’aria da fratello sfigato del commissario Montalbano che avrebbe fatto la fortuna di qualche regista della commedia all’italiana di altri tempi.

Da allora, si segnala soltanto per il fatto che in questo marasma l’unica certezza è la regione Lazio. Giallo fisso, mentre il resto di Italia pare la bandiera dell’Unione Sovietica. A Milano ci sono più contagiati che tifosi dell’Inter e del Milan. A Roma no. A Roma nun t’ammali.

L’effigie del governatore dell’anno spetta a lui. Lo vorrebbero avere tutti, se con lui funziona così. E il bello è che se lo beccheranno tutti, ma al governo dell’Italia, e per chissà quanto.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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