Avvento 4 – Giorno 22

di Simone Borri

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Il personaggio di oggi ha l’effigie di Domenico Guzzini, anche se non siamo per nulla convinti che nella vicenda di cui parliamo oggi lui rappresenti il cattivo.

Domenico Guzzini è un designer di arredo di interni di successo, presidente pro-tempore della Confindustria per il comprensorio della natìa Macerata, un esempio della migliore (superstite) imprenditoria italiana, quella che non vendeva ai cinesi anche le brache ma diceva loro in fabbrica cosa fare e come e quando. E teneva su, suo malgrado, la baracca Italia.

Domenico Guzzini, da qualche giorno, non è più presidente di Confindustria Macerata. Ha dovuto dimettersi, e fare pubblicamente ammenda cospargendosi il capo di cenere. Un autodafé in piena regola, come quelli imposti dalla Santa Inquisizione nel Medioevo ai supposti eretici. Ha dovuto farlo, per risparmiarsi quello che sarebbe probabilmente seguito: il rogo di lui stesso e delle sue aziende.

La Santa Inquisizione a volte perdonava, il Politicamente Corretto no. E ti fa chiudere. Già che gli stavi sui coglioni da tempo perché non hai ancora diversificato (trad: venduto ai cinesi, ai francesi, a qualche altro Capitano di Ventura della moderna economia di rapina).

Abbiamo già regolato i conti con un certo razzismo in questo Calendario. Poi con un certo sessismo. Ci mancherebbe l’onanismo, ma anche il politicamente corretto. Per ragioni di spazio, ne scegliamo uno, il secondo.

Domenico Guzzini partecipa ad un evento online, come probabilmente fa un giorno sì e uno no. Ma quel giorno accade che pronunci la frase sbagliata. Quella che il sistema non tollera, perché mette a nudo il re su due argomenti fondamentali: la pandemia e l’economia. E il sistema ha fatto sapere da tempo che di essere messo a nudo non lo tollera.

Guzzini dice una cosa che pensiamo in molti. Magari non sceglie le parole più soft per dirla, e mal gliene incoglie in quest’epoca di permalosi, suscettibili, vuoti a perdere ma dotati delle armi più letali che esistano: quelle della censura.

Parlando delle chiusure degli esercizi commerciali e, in generale, delle tasche degli italiani, Domenico Guzzini afferma: «Le persone sono un po’ stanche di questa situazione e vorrebbero, alla fine, venirne fuori. Anche se qualcuno morirà, pazienza. Ma così, secondo me, diventa una situazione impossibile per tutti».

E’ una frase – se si vuole – alla Sgarbi, alla Feltri, concede poco a quella sensibilità acuita fino allo spasimo che i cittadini italiani del ventunesimo secolo hanno sviluppato nei confronti di temi e questioni che fondamentalmente non capiscono, ma che piace loro tanto liquidare con quei rassicuranti luoghi comuni con cui si va sempre sul sicuro.

E’ una frase che, magari pronunciata lisciando l’opinione pubblica per l’attuale verso del pelo, esprime una inconfondibile ed insopprimibile verità.

La strada che abbiamo intrapreso come comunità-stato, è da discutere se ci porterà fuori dalla pandemia (anche perché fondamentalmente non sappiamo ancora chi e cosa e come l’ha provocata realmente), ma di sicuro ci porterà fuori dall’economia avanzata conquistata attraverso secoli di civilizzazione e di faticoso progresso.

Non esiste civiltà, compresa la nostra, che non si sia trovata prima o dopo di fronte al dilemma citato da Guzzini. Alla fine, ti piaccia o no, apertamente o ipocritamente, quel calcolo costi-benefici sociali lo devi fare. L’Ordine dei Medici se ne esce in questi giorni con lo slogan (che non costa nulla se non la parcella del pubblicitario di turno): Ogni vita conta. Già…a parte ricordarsene ogni giorno che Dio mette in terra (e la chiudiamo qui, perché la malasanità non è l’argomento di oggi), i signori medici dovrebbero sapere che la coperta della nostra sanità è più corta che mai. Le altre coperte che compongono il PIL nazionale sono ancora più corte. Il loro slogan serve a dare la buonanotte ai bambini al posto della favola di Hansel e Gretel o simili, ma poi a poco altro.

ordinemedici201222-001Non ce la facciamo a salvare tutti, è legge di natura. La conoscevano bene quella legge i nostri nonni al tempo della spagnola, e i nostri genitori al tempo dell’asiatica. Non smisero di lavorare, né di andare incontro al loro destino a viso aperto e schiena dritta. Rimanendo uomini e donne veri, mantenendo in piedi la nostra comunità-stato in mezzo a difficoltà che ora non ci immaginiamo più nemmeno.

Tutto ciò che noi non riusciremo a fare. Guzzini si è dovuto dimettere pochi giorni dopo la sua frase, quando già la Confindustria aveva indetto nei suoi confronti una procedura presso il consiglio di indirizzo etico e dei valori associativi, il suo organo che presidia e implementa i princìpi etico-valoriali del sistema industriale (sic!). Procedura che prelude a possibili sanzioni o – per evitarle – a un passo indietro da parte dello stesso Guzzini.

Questa è la Confindustria e questi sono gli imprenditori che rappresenta. Questa è l’Italia. Dove le vite contano tutte, ma dove di questo passo ed entro breve non ne salveremo – o non ne accudiremo dignitosamente – neanche una.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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