Avvento 4 – Giorno 21

di Simone Borri

Jack Dorsey, fondatore di Twitter, in versione nerd

Jack Dorsey, fondatore di Twitter, in versione nerd

Immaginatevi se fosse successo in altri tempi, anche abbastanza recenti. Un media qualsiasi che censura il Presidente degli Stati Uniti. La sera stessa la sede del media sarebbe stata occupata dai Men in Black, ed il proprietario avrebbe trascorso una nottata – se se la fosse cavata con poco – a dare spiegazioni e anche qualcosa di più negli uffici di Langley o del J. Edgar Hoover Building. Per qualcuno, soprattutto dalle nostre parti, questo era fascismo, anche se poi i media americani erano capaci di tirarli giù legalmente i loro presidenti. Da noi un Bernstein e un Woodward hanno ancora da nascere, dobbiamo accontentarci di un Travaglio e di uno Scanzi, e di continuare a pensare che gli Stati Uniti sono il Grande Satana fascista dell’era moderna.

Ma i tempi cambiano, e tutto si complica, anche oltre Atlantico. Viviamo in tempi di social networks, una via di mezzo tra il Grande Fratello di Orwell e l’idiozia con applausi a comando delle televisioni commerciali. E’ successo più volte dunque che il presidente USA sia stato oscurato in occasione di suoi post che qualcuno, nei servizi di assistenza e monitoraggio dei social, ha ritenuto politicamente non corretti. In alcuni casi il reprobo della Casa Bianca se l’è cavata con un ridicolo cartellino elettronico sovrammesso al suo post e con su scritto: contenuto inattendibile, gli USA hanno leggi che garantiscono la trasparenza e la correttezza di questo e di quello.

Voi capite, il disclaimer non richiesto – oltre a rappresentare un’intelligenza da comari che discutono del più e del meno sul ballatoio –  varrebbe come aver detto a Firenze negli anni 80: non c’è pericolo, l’Italia ha leggi che perseguono i serial killers. Siccome c’è un limite anche al ridicolo (per quanto gli addetti ai lavori dell’informatica ci arrivino di solito prima di tutti gli altri a superarli), ecco i social alzare il livello dello scontro. Il post di Trump ultimamente sparisce, così, tout court. Con buona pace del primo emendamento della costituzione americana e di tutti gli articoli di tutte le costituzioni occidentali che dovrebbero garantire la libertà di pensiero e della sua espressione.

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In Italia, ad esempio, spariscono spesso e volentieri i post di Matteo Salvini. E spariscono i post della gente comune che all’area di pensiero di Salvini fa più o meno riferimento. Nel paese dove i ministri del governo benedicono ed incitano la delazione, bastano del resto tre solerti difensori del pensiero unico e corretto che ti segnalano, e te stai muto dietro la lavagna per quattro giorni, una settimana, un mese o per sempre. A giudizio insindacabile di algoritmi o di operatori che per loro stessa ammissione non giudicano (sono tutti a rischio Covid). Si limitano a fare due più due se nei post compare la parola che non si può dire, la frase che – se tirata fuori contesto specialmente – fa gridare all’incitamento all’odio di questo e di quello.

Di Mark Zuckerberg, e del suo grande ridicolo fratello con la effe maiuscola abbiamo già parlato in questo Calendario. Oggi facciamo un cenno ad un suo collega, quel Jack Dorsey che appena due anni dopo Facebook ha inventato Twitter. La sublimazione del pensiero che a definirlo pensiero ormai gli si fa anche un favore, ma guai a pensarlo diversamente da come vuole la morale comune, codificata dal potere di turno.

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Il Dorsey è un ex nerd che ha avuto un’idea a suo tempo geniale. Facebook consentiva post anche lunghi dove uno, specialmente nei primi e spensierati tempi, poteva articolare un ragionamento? Macché, macché, roba troppo lunga, troppo pesante. Il nuovo verbo del web è: scrivete poco, niente punteggiatura o ortografia, mettete tante emoticon, tante foto, e via così, alla prossima. Ed ecco dunque Twitter, dove non si può postare una frase di senso compiuto che abbia più di 140 caratteri. Di solito appena sufficienti ad esprimere eresie, purché omologate.

Incitamento al predominio dei più naif, a voler loro bene, o dei più rozzi. Un pensierino, per quanto sgrammaticato, a scuola a scriverlo riusciva a tutti, i problemi venivano semmai con i temi. Siamo cresciuti, ma non poi di tanto, ed ecco il social con l’effigie dell’uccellino che fa tweet tweet favorire più che uno scambio di idee e sentimenti una scarica di randellate. Ci vuole un attimo ad essere ricoperti di insulti senza freno né controllo se si dice la cosa che non ossequia la morale o il pensiero comune. Nessuno vi verrà in soccorso. Ci vuole un attimo in compenso a finire dietro la lavagna se reagite, compostamente o meno. In quel caso i poliziotti morali intervengono subito.

Jack Dorsey, che – siamo convinti – al pari di Mark Zuckerberg ormai non accende più neanche il proprio personal computer se non sta dentro i paletti messigli (in quel palazzo intitolato a Hoover o in quell’altro di Langley) dalle autorità del suo paese (e di seguito anche da quelle di altri), entra a piedi pari nella campagna elettorale oscurando Donald Trump. E non gli costa nulla. E’ il mondo del futuro che si affaccia finalmente nella realtà, dopo avere per decenni alimentato la fantascienza.

Chiunque vinca alla fine tra Biden e Trump, una cosa è certa: nel 2024 si vota mettendo mi piace sul profilo social del candidato prescelto.

Jack Dorsey in versione guru

Jack Dorsey in versione guru

«…ci siamo imbattuti nella parola twitter, era semplicemente perfetta. La definizione era: una breve raffica di informazioni irrilevanti e un cinguettio di uccelli, e questo è esattamente ciò che era il prodotto.»

(Jack Dorsey)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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