Good night and good luck, America

di Simone Borri

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E dunque, Joseph Robinette Biden Jr. risulta eletto 46° presidente degli Stati Uniti d’America, al termine di una delle settimane più lunghe della storia di quel paese. Più lunghe e più difficili, sicuramente cariche di conseguenze. Alla fine, l’ex vice di Barack Obama risulta vincitore per qualcosa come 10.000 voti, quelli giunti per posta all’Ufficio Elettorale della Pennsylvania e accettati – anche dopo la data stabilita per l’Election Day in tutti gli USA, il 3 novembre – in virtù della particolare legge elettorale di quello stato.

Le circostanze che quello è lo stato natale, la roccaforte del candidato Biden e che i voti postali sono annunciati in larga maggioranza a favore del Partito Democratico ben prima che il postino li recapiti, sono solo alcune delle tante che non permettono di dire che sia finita qui. Solitamente, il perdente concede la vittoria al presidente eletto già alle prime luci dell’alba del Day After. Stavolta, Donald Trump annuncia ricorsi e battaglie legali a tutto campo, fino alla Corte Suprema.

Non si tratta di mancanza di fair play, o addirittura di rottura costituzionale. Malgrado tutti gli organi di comunicazione di massa in quota al mondo democratico di là e di qua dall’Atlantico si affrettino a congratularsi con il neo eletto Biden (spicca su tutti il presidente italiano Mattarella, al quale i lunghi anni trascorsi a difesa della Costituzione del suo paese non hanno evidentemente insegnato un po’ di cautela né ricordato il principio cardine secondo cui ci si congratula solo con governi ufficialmente nominati ed insediati, non foss’altro che per ragioni di opportunità politica e diplomatica), la vicenda di #USA2020 è da considerarsi tutt’altro che conclusa, da qualunque parte uno la veda.

La strana rimonta di Biden in Michigan, Georgia e nella stessa Pennsylvania – per usare le parole del presidente uscente Trump – è tale da sostanziare la discesa in campo dell’esercito di avvocati che sicuramente egli sta già mobilitando. La nomina recente di Amy Coney Barrett, giudice di orientamento notoriamente conservatore alla Corte Suprema, lascia qualche spiraglio di speranza a quella che molti, in modo anche interessato, definiscono già una battaglia persa.

Stiamo a vedere, la contesa potrebbe alla fine fare impallidire il ricordo del precedente, lo stillicidio di riconteggi in Florida nel 2000 per decidere, all’ultimo voto, chi l’avesse spuntata tra George Bush jr. e Al Gore. Secondo la Costituzione americana, è bene ricordarlo, gli Stati membri della Federazione hanno tempo fino alla Befana, 6 gennaio anche in America, per verbalizzare i propri risultati elettorali senza più sema e permettere quindi l’assegnazione dei loro Grandi Elettori ad un candidato o all’altro. Per ratificare quel 290 a 214 battuto ieri dalle agenzie giornalistiche di tutto il mondo, insomma, c’è ancora tempo e spazio per i più vari pronostici.

Nel frattempo, come detto c’è una parte del paese che festeggia a scena aperta, la rediviva galassia democratica. Le telecamere ed i microfoni di tutti i networks televisivi vanno a caccia di commenti sulla spianata antistante il numero 1600 di Pennsylvania Avenue a Washington, la Casa Bianca. Sarà un caso, ma intercettano esclusivamente afroamericani, latinoamericani e studenti. Mancano, a colpo d’occhio, i cittadini del ceto medio produttivo, wasp o comunque cosiddetti americani medi.

La presidenza virtuale di Joe Biden si annuncia esplicitamente come all inclusive, per segnare il distacco totale da quella del razzista Trump. Ma è da vedere quanto e come sia possibile eventualmente sanare la frattura che si è creata nel paese non per colpa dell’inquilino uscente di White House, quanto per un effettivo distacco creatosi tra due Americhe ormai forse inconciliabili: quella che vota repubblicano e che nell’economia statunitense in netta ripresa grazie allo zio Donald ci si trovava proprio bene, e quella che vota democratico e si appassiona a tutte le battaglie civili possibili ed immaginabili, basta che il conto lo paghi qualcun altro.

I repubblicani di base per ora si limitano a rumoreggiare, ma in un paese che ha dimostrato negli ultimi anni una preoccupante tendenza a rispolverare – almeno psicologicamente, per ora – atteggiamenti da guerra civile, i rumors sono già un fatto inquietante.

Come è inquietante l’attesa per le eventuali scelte di politica estera della eventuale nuova amministrazione. La Cina tornerà a comprarsi il debito pubblico di un paese che tornerà ad essere governato dai tycoons di Wall Street (sono loro infatti i veri controllori del Partito Democratico americano, non quel popolo variopinto che manifesta nel pomeriggio davanti a White House)? L’immigrazione incontrollata tornerà a rendere la frontiera sud del paese il colabrodo attraverso cui filtrano a nord del Rio Grande tanti narcos, tanti irregolari e soprattutto tante tragedie? L’America tornerà ad essere quella che sposa cause a volte incomprensibili trasformandole in guerre spesso insostenibili (costringendo magari la sempre più debole Europa a combattere da sola, standing alone, le proprie guerre di sopravvivenza, come non è più abituata a fare dal 1940)?

Una domanda su tutte: Joe Biden ha veramente il carisma necessario per sedere in quello scomodissimo studio ovale ed in quella ancora più scomoda stanza dei bottoni (atomici), oppure verrà sopraffatto dallo stuolo di collaboratori e consiglieri che come cavallette affamate già fremono per avventarsi sulla Casa Bianca e sulle stanze dove ancora (chissà per quanto) viene esercitato il potere più forte del mondo?

Vedremo. L’unica certezza è che il sistema elettorale americano esce da #USA2020 una volta di più ridicolizzato. Il potere più assoluto che c’è non può essere attribuito da un pugno di voti che non si sa bene neanche come siano finiti all’Ufficio Postale, portati da chi, aperti e scrutinati quando e come.

Il fair play è ormai un cimelio vintage anche sulla sponda ovest dell’Oceano Atlantico? A loro per ora va bene così. E a noi, alla vecchia Europa, che ha tutti i problemi da risolvere che attendono la prossima amministrazione americana senza avere a disposizione nessuna delle sue risorse (a cominciare da quelle morali), invece come andrà?

Dicono che il Trumpismo non sia finito qui, sconfitto nella notte scura di Philadelphia. C’è solo da augurarselo. Se il mondo arrivasse ad una resa dei conti (cosa che la stessa vicenda Covid rende ogni giorno più probabile), ci permettiamo di dubitare che troveremmo in prima linea un solo militante di un qualunque Partito Democratico.

Comunque vada, sentiremo ancora parlare di Donald Trump.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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