Rispetto per Firenze, il calcio vada a Campi

di Simone Borri

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«Firenze è una città di pensatori visionari». Lo dice messer Gentile Becchi, ex precettore di Lorenzo il Magnifico, a Clarice Orsini, la nobile romana che sta accompagnando a prenderlo in sposa. E’ stato il nostro paradigma, ed insieme il nostro epitaffio. Noi fiorentini non siamo più capaci di avere visioni, se non allucinate, né di pensare a come realizzarle, se non ce lo suggerisce o impone il partito, la lobby, la consorteria, la corporazione, la loggia, il comitato d’affari, o anche soltanto l’abbonamento alla Fiorentina.

Non sappiamo più prenderci cura della nostra città, dei monumenti che la rendono unica al mondo, dei nostri servizi che avrebbero bisogno di trasferirsi lontano da quei monumenti, verso nuovi impianti più funzionali e più rispondenti al gusto ed al sentimento del ventunesimo secolo.

Quando l’ing. Pier Luigi Nervi costruì lo stadio per conto del marchese Ridolfi e del Podestà di Firenze perché la neonata Fiorentina potesse giocarvi, era mosso ancora da una scienza delle costruzioni e da una filosofia civile che poneva l’arte al servizio non soltanto dell’anima ma anche del corpo dei cittadini. Certo, il regime di allora era quello che era, guai a nominarlo adesso al tempo del politicamente corretto e del funzionalmente inutile, se non dannoso. Ma sta di fatto che quel regime si curava di certi interessi comuni più di quanto non abbia fatto oggettivamente la repubblica che gli è succeduta. Se Firenze ha uno stadio, piaccia o non piaccia, è grazie a Mussolini. Quando si trattò di ristrutturarlo per il secondo mondiale italiano – quello del 90, il primo in democrazia dopo quello fascista del 34 -, qualcuno dice, dati alla mano, che trent’anni dopo stiamo ancora pagando i debiti contratti allora in sede di corruzioni, speculazioni, malversazioni e sprechi vari.

Quasi cento anni dopo, lo stadio intitolato a Giovanni Berta, martire fascista, poi al Comune di Firenze e poi infine al compianto Artemio Franchi, l’ultimo dirigente sportivo di spessore prodotto da questa città e da questa regione, mostra i segni dell’usura del tempo. Il ponte Morandi di Genova ha tolto le ultime illusioni in proposito. A differenza della Muraglia Cinese e degli acquedotti e delle arene e strade costruite dagli antichi Romani, il cemento moderno è sempre a scadenza, soprattutto in tempi di capitolati d’appalto scritti al risparmio. Chi passa sotto le gradinate e le scale del Franchi ogni volta che gioca la Fiorentina per raggiungere il suo posto, sa per esserne testimone oculare che con certi segni dell’usura non è il caso di scherzare più a lungo.

In tutta Europa da tempo le grandi e medio-grandi città hanno ammodernato i propri impianti. A Kiev, in occasione dell’europeo 2012 ci vergognammo come ladri. E fece impressione la sovrana iconoclastia con cui gli inglesi abbatterono l’Imperial Stadium di Wembley per costruire al suo posto uno stadio ancora più imperiale. In Italia siamo fermi allo Juventus Stadium, costruito con i fondi delle Olimpiadi del 2006 dal Comune di Torino per accasarvi la squadra bianconera, mentre il Torino ha preso casa nel vecchio e ristruturato Filadelfia.

Esempi senza seguito. A Milano e Roma si litiga tra istituzioni e società sportive per arrivare a mettere su pietra avveniristici e per ora improbabili progetti esistenti soltanto su carta. Splendidi plastici che sono rimasti lì, al giorno della presentazione. E se non vanno avanti a Milano e Roma, dove possono andare analoghi progetti a Firenze?

Di rifare lo stadio si parla dai tempi di Pontello. Con L’Anderlecht, quella sera del 1985, c’erano 60.000 persone dentro uno stadio tarato per la metà degli spettatori, e possiamo testimoniare che si stava su una gamba sola, spazio al suolo per appoggiare la seconda non ce n’era.

Ma Firenze già allora era la città dove delle grandi opere si parlava e basta, per poi nella migliore delle ipotesi non farne di niente. La dismissione dell’area FIAT con la costruzione del parco di San Donato, il Tribunale nuovo, la tramvia ricostruita lì sopra a dove avevamo interrato i binari della vecchia, parlano eloquentemente. Sull’aeroporto stendiamo un velo pietoso.

Non siamo più una città di pensatori visionari, ma piuttosto una di deliranti chiacchieroni. Per lo più interessati ormai soltanto a quello che Guicciardini, già cinquecento anni fa, descriveva sprezzantemente come il nostro «particulare».

La politica fiorentina è serva di quella romana da almeno quarant’anni, da quando per avere l’ok a opere che servivano alla nostra cittadinanza si aspettava, spesso inutilmente, l’assenso della direzione della burocrazia o peggio ancora del partito. Alla fine del secolo scorso le grandi opere fiorentine – o almeno presunte tali – erano ostaggio del partito comunista e delle sue faide interne, e dopo dei suoi successori PDS, DS e PD.

Nel ventunesimo abbiamo inserito una variabile: l’imprenditore che vorrebbe edificare, ma facendolo con soldi pubblici salvo poi intascarsi lui i proventi. E siccome questi imprenditori prestati al calcio promettono scudetti, al popolo non pare vero di seguirli, e guai a chi si mette in mezzo. Sia esso Sindaco o Sovrintendente.

Non proviamo particolare simpatia per Nardella, o per una Sovrintendenza che ha messo in passato i bastoni tra le ruote perfino alle opere di ripristino di danni derivati da pubbliche calamità. Ma in questo caso ci viene da dire che fanno il loro dovere, se la controparte è quella che promette di «tirar giù tutto con le ruspe». Questi son discorsi da fare altrove, non a Firenze.

Il Franchi è monumento nazionale, come la stazione di Michelucci, il Campanile di Giotto e la Cupola del Brunelleschi. Difficile farlo capire a certa tifoseria, ma è così. Dovrebbe essere lasciato in pace, a consegnarsi al trascorrere rispetoso ed ammirato del tempo, accompagnato da una manutenzione oculata da parte di una razza umana cittadina ancora consapevole di se stessa e del proprio retaggio.

Il calcio, e tutto ciò che si porta dietro, dovrebbe trasferirsi in luoghi più idonei, e Campi Bisenzio aveva offerto in tal senso una soluzione ottimale. Ma a quanto pare il sig. Commisso non è d’accordo, ed il perché francamente non ci convince più di quanto ci convincano le posizioni di Nardella e Pessina.

Come mai? Presto detto. Se dobbiamo tifare, oltre che per la Fiorentina scegliamo di farlo anche per le nostre finanze domestiche già messe a dura prova da tasse e balzelli, e per quella eredità che i nostri antenati ci hanno lasciato, risalente a ben prima che il marchese Ridolfi convocasse tutti dal notaio per fondare l’Associazione Calcio Fiorentina.

Questa polemica fuorviante, tra l’altro, ci ha stancato. Malgrado la tecnologia sia decisamente più avanzata rispetto a quando fu costruito il Duomo, uno stadio finito in questa città se va bene lo vedranno i nostri figli, e da vecchi. Non ne possiamo più intanto di chi ci rimanda alla prossima vita con la promessa di investire seriamente nello sport soltanto quando la Fiorentina giocherà in un impianto che sembra il Giant Stadium di New York.

Chi vuole restare nella nostra storia, cominci ad investire adesso. O altrimenti almeno abbia il buon gusto di rispettare, con le parole e con i fatti, ciò che nella nostra storia c’é già.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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