….. e l’aria rovente fischiava di pirulini…..

di Simone Borri

Cerbottana artigianale fiorentina anni 50 e 60 con munizioni denominate pirulini

Cerbottana artigianale fiorentina a due canne anni 50 e 60 con munizioni denominate “pirulini”

Le prime cerbottane facevano la loro comparsa dopo Ferragosto. Era il segnale che l’estate entrava nella sua fase discendente, ma non c’era spazio né tempo per la malinconia in quella nostra infanzia. Perché era anche la sua fase più divertente.

Settembre allora era per noi ragazzi un mese pieno di vacanza, l’ultimo. Si tornava a scuola per San Remigio, il 1° ottobre. Rientrati dalle vacanze al mare o in montagna, le proseguivamo per le strade dei nostri quartieri cittadini. Dopo tre mesi, il bello aveva ancora da venire. La Rificolona era il sette settembre, ma sapevamo tutti che era un pretesto, e la festa in realtà cominciava molto prima.

Io abitavo alla periferia di Firenze, una di quelle aperte campagne che nel giro di pochi anni -quei favolosi sessanta in cui il mondo cambiava repentinamente e radicalmente per sempre – si era vista fagocitata dalla città che era rimasta vicina eppur lontana per secoli. Con il boom dell’edilizia popolare, la zona chiamata Legnaia tra Firenze e Scandicci era passata dall’essere una terra di nessuno abitata soltanto da pochi contadini che cercavano di sbarcare un plurisecolare lunario come meglio potevano, a terra promessa di neo-cittadini che nel giro di pochi anni compivano il percorso inverso dell’urbanizzazione. Trasferitisi in città, la città li sospingeva di nuovo verso periferie limitrofe a quella campagna da poco abbandonata.

La mia casa era una di quelle di confine, alla fine degli anni sessanta in cui la mia famiglia vi si trasferì a vivere. Da un lato guardava una campagna ancora selvaggia, almeno nell’aspetto. Dall’altro si sentiva sul collo il fiato del cemento che avanzava a grandi passi. Poco tempo dopo il nostro trasloco, Legnaia era un quartiere ai margini di una civiltà che l’aveva ormai raggiunta, e per le cui strade tuttavia i ragazzi delle famiglie neo-residenti – come la mia – potevano condurre un’esistenza favolosa, meravigliosa, godendosi un’infanzia che nessun’altra generazione aveva goduto prima e nessun’altra avrebbe anche soltanto potuto immaginare in seguito.

Il mio ricordo di un’estate non è quello del romanzo di Stephen King, ma non è meno avventuroso. Lanciati a corsa su biciclette di ogni tipo, dalla Graziella da donna all’Atala da corsa, scatenati tra campi e contadini a cui rubare la frutta (non lavata e ricoperta di un verderame che oggi incorrerebbe nelle temibili direttive comunitarie ed allora chissà perché non faceva male a nessuno), all’assalto di cantieri edili in cui si costruivano le case successive alle nostre e momentaneamente fermi per problemi burocratici o di soldi, che per noi diventavano campi di battaglia in cui combattere le nostre sassaiole (non s’è mai fatto male nessuno, nemmeno una infezione, segno che gli angeli custodi negli anni sessanta non erano quelli di adesso, tutti con il mansionario, i sindacati ed i certificati medici alla mano). Oppure con le cerbottane.

Cerbottana a canna singola con munizioni di stucco

Cerbottana a canna singola caricata a stucco

Tra la fine di agosto ed i primi di settembre, diventavamo tutti una via di mezzo tra gli Avitos di Indiana Jones e i guerriglieri Tupac Amaros o Vietcong di cui sentivamo parlare ai telegiornali che interrompevano le nostre TV dei ragazzi. Era tempo di armarsi, la battaglia di quartiere ci chiamava.

A Legnaia, si cominciava a procurarsi l’occorrente dal Susini, l’elettricista, che vendeva anche lampadari ed era pertanto fornito di quei tubi metallici sottili che ci servivano come canne da sparo. In genere, una cerbottana che si rispettasse ne aveva due, una più lunga e una più corta.

Poi si proseguiva dal Cappelli, il mesticatore, per il nastro adesivo con cui fissare le due canne al pezzo di legno leggero ma ben bilanciato preso in cantiere che serviva a dare l’aspetto, la consistenza e la maneggevolezza del fucile alla nostra arma. E soprattutto per lo stucco, che alla fine del decennio aveva ormai sostituito i pirulini, i proiettili di carta arrotolata resi acuminati e letali dagli stecchini da denti o dagli spilli nascosti in cima (anche in questo caso, non s’è mai fatto male nessuno, avevamo angeli custodi che nemmeno i reparti speciali dei NOCS).

I pirulini, sostituiti nei tardi anni sessanta dal più versatile stucco

I “pirulini”, sostituiti nei tardi anni sessanta dal più versatile stucco

Per i gadgets e gli adesivi decorativi c’era il Ceroti, il cartolaio. L’ultimo di una serie di negozianti adulti che ci vedevano arrivare e correre via a frotte, ostentando un cipiglio burbero sotto cui se la ridevano tutti quanti, rivedendo nella nostra infanzia la propria. Le mollette da bucato che fungevano da mirino erano fornite gentilmente e inconsapevolmente dalla rispettiva mamma di ciascuno.

A quel punto, la cerbottana era pronta, e la guerra per bande poteva incominciare. A Legnaia, come in tutte le periferie fiorentine, si scatenava una guerriglia senza quartiere come nemmeno a Belfast. I più bravi, quelli che riuscivano a sparare stando in sella alla bici, erano la cavalleria. Gli altri combattevano a piedi, erano la fanteria, e per diverse settimane dimenticavano il proprio cavallo a pedali in garage, c’era altro da fare.

La mia banda era numerosa e ben assortita. Il nostro quartiere era ben difeso. La nostra strada, Via Maso di Banco, era come il Bronx: non ci entrava nessuno straniero, e se lo faceva era a suo rischio e pericolo. Come gli indiani, combattevamo dall’alba al tramonto. Le giornate di inizio settembre erano interminabili, con la luce del sole morente che lambiva ancora l’immediato dopocena.

Le cene ed i pranzi, a proposito, erano consumati in fretta, dopo che le mamme avevano finito di sgolarsi per chiamarci a tavola e prima che avessero il tempo di arrabbiarsi vedendoci scappare via di nuovo, brandendo quell’affare che era la nostra compagna inseparabile di quei giorni. Diversamente dagli indiani, il giorno dopo non avevamo altro da fare che ciò che stavamo facendo quel giorno, e la guerra poteva proseguire anche nell’oscurità dopo il tramonto, con buona pace del Grande Spirito. Anzi, le tenebre aggiungevano un sapore particolare alla nostra epopea.

In centro si andava ad ammirare le Rificolone in Piazza SS. Annunziata. mentre in periferia si scatenava l'inferno....

In centro si andava ad ammirare le Rificolone in Piazza SS. Annunziata. Mentre in periferia si scatenava l’inferno….

Settembre trascorreva così, e nel mezzo o quasi c’era questa festa della Rificolona. Inizialmente la storia delle cerbottane era nata per andare la sera del sette in giro a tirare giù le lanterne di carta appese ai balconi, facendole incendiare grazie al rovesciamento della candela che contenevano al loro interno. Ma in breve tempo, nessuno o quasi si ricordava più delle rificolone, o quantomeno le considerava un passatempo marginale. C’erano ben altri bersagli a cui tirare, premi assai più ambiti e onorevoli per i grandi cacciatori e guerrieri che ci sentivamo di essere: i bersagli umani.

Tuttavia quelle lanterne accese lungo le strade c’erano, la sera del sette. Non potevano essere ignorate, e a volte attaccanti e difensori ingaggiavano battaglia sotto finestre e balconi come fossero fortezze. Gli attaccanti finivano una dotazione di stucco (e la mattina dopo il Cappelli avrebbe brontolato che non poteva esaurire le sue scorte per i nostri giochi…. «Oh ragazzi, ma quando vi ricomincia la scuola? Ma le vostre mamme?»…..). I difensori rispondevano con armi meno nobili, ma di sicuro effetto fin dai tempi di Sun Tzu: le secchiate d’acqua. Con le quali ad esempio i miei amici del quarto piano del mio condominio difendevano strenuamente la loro lanterna (e io che ero combattuto tra due lealtà, tra loro e quelli della mia banda, dovevo far finta di indignarmi, scansando l’acquata!).

Formidabili quegli anni. I nostri genitori avevano giocato vent’anni prima tra carri armati, bombardamenti e tutti i pericoli possibili ed immaginabili. Mio padre parlava della sua infanzia durante la guerra con un tono tra il divertito ed il trasognato. Ma era contento che adesso a far da cornice alla mia di infanzie non ci fossero più altri pericoli che quelli che eravamo bravi a crearci da soli, arrampicandosi su alberi e ponteggi, tirandoci addosso di tutto e di più, giocando a pallone con le porte sistemate a ridosso di fragili vetrate, correndo in bicicletta come forsennati confidando che per quelle nostre strade se andava bene passavano non più di due macchine al giorno.

Cerbottana in materiale tecnologicamente avanzato del ventunesimo secolo. Ma la poesia dov'é finita?

Cerbottana in materiale tecnologicamente avanzato del ventunesimo secolo. Ma la poesia dov’é finita?

I nostri figlioli, poco più di vent’anni dopo, non potevano neanche immaginare cos’è stata l’infanzia dei loro genitori, priva di qualunque gadget tecnologico e piena di un senso dell’avventura e dell’esistenza che nessuno dei videogames di cui li abbiamo riempiti potrà mai loro trasmettere.

Tornavamo a scuola con ancora negli occhi la luce residua di tutto lo splendore – tra l’erba ed il cemento – in cui eravamo stati immersi per quattro lunghi mesi, per finire con l’apoteosi di quell’ultimo trascorso a prenderci cura della nostra cerbottana così come fanno i marines con i loro M16. Finché veniva il momento di riporla nell’armadio, e di imbracciare i libri per far finta almeno per pochi giorni di aver svolto qualche compito di quelli assegnatici per le vacanze quattro mesi prima.

L’inverno non ci sembrava mai troppo lungo. Perché sapevamo che aveva invariabilmente alla fine un’altra di queste meravigliose estati, nelle cui notti splendevano, come fuochi di accampamenti lontani, tante piccole e grandi lanterne chiamate rificolone. Le cui luci si riverberavano sul volto di tanti bambini e ragazzi in preda ad una felicità di cui non potevano allora essere consapevoli.

Mentre attorno a loro l’aria si faceva rovente, e fischiava di proiettili come in una vignetta delle avventure di Tex Willer.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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