Dove l’uomo non è mai arrivato

di Simone Borri

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L’8 settembre 1966 cominciava le trasmissioni sul canale televisivo statunitense NBC una serie televisiva destinata a diventare leggendaria. Star Trek significava letteralmente rotta verso le stelle. Ufficialmente nasceva come trasposizione fantascientifica di una delle serie western che allora in America andavano per la maggiore: Wagon trains, Carovane verso il West.

L’accostamento non era casuale. Il ventesimo secolo aveva sostituito per gli USA la vecchia frontiera dei pionieri colonizzatori delle grandi praterie ad ovest del subcontinente americano con la nuova costituita da tutto quanto si estendeva (e si celava) nello spazio profondo appena fuori dell’atmosfera terrestre, improvvisamente diventata un guscio ristretto in cui un’umanità in crescita demografica e di consapevolezza di sé si ritrovava costretta a vivere.

L’Amministrazione Kennedy aveva dichiarato ufficialmente ciò che era ormai nell’ordine delle cose: la corsa allo spazio era una realtà, e prometteva di svolgersi con lo stesso caotico e spesso sanguinoso impeto con cui si era svolta la corsa al West. In piena guerra fredda, il guanto di sfida lanciato dalle Soyuz sovietiche che avevano portato Yuri Gagarin il primo uomo in orbita nello spazio nel 1957, era stato raccolto dal programma americano Mercury che avrebbe portato il primo uomo su un altro corpo celeste, la nostra Luna, pochi anni dopo l’uscita del primo episodio della serie che sembrava fatta apposta per fondere e sublimare la celebrazione di una nuova epopea a stelle e strisce con i leit motiv degli ultimi trent’anni di fantascienza.

Leonard Nimoy e William Shatner protagonisti delle prime serie

Leonard Nimoy e William Shatner protagonisti delle prime serie

Da quando Orson Welles aveva sbattuto in faccia ai radioascoltatori americani l’eventualità che nello spazio non fossimo soli, i cultori della fantascienza non avevano sviluppato altro desiderio che quello di andare a vedere cosa c’era la fuori.

Star Trek metteva d’accordo dunque scienza e politica, invitando i telespettatori a seguire le avventure della nave spaziale Enterprise fin là dove l’uomo non è mai arrivato. In un futuro lontano in cui l’umanità bene o male si era unita sotto il governo di una Federazione Interplanetaria che rappresentava anche le altre specie viventi e senzienti incontrate nel corso dell’esplorazione spaziale, gli equipaggi continuavano a spingersi verso l’infinito ed oltre come i vecchi marinai esploratori di una volta.

Il Francis Drake di quel futuro era il capitano Kirk, interpretato da William Shatner, comandante di una astronave che non avrebbe avuto mai altro sviluppo che quello di un modellino in scala, ma che avrebbe colpito l’immaginario collettivo al punto da spingere migliaia di fans a chiedere alla NASA, l’ente spaziale americano, di dare il suo nome così prestigioso alle navicelle spaziali che un giorno avrebbero davvero salpato dalla superficie terrestre, dal leggendario Cape Kennedy, dirette verso lo spazio.

Nichelle Nichols è la dottoressa Uhura, primo storico esempio di politicamente corretto

Nichelle Nichols è la dottoressa Uhura, primo storico esempio di politicamente corretto

Il primo Shuttle, prototipo del programma che aveva preso il posto degli Apollo con cui era stata raggiunta la superficie lunare, si sarebbe chiamato a furor di popolo appunto Enterprise. Nessuno aveva dimenticato alla fine degli anni settanta – ben dopo averle viste in tv – le imprese di Kirk e compagni, il signor Spock il vulcaniano dalle orecchie appuntite come un elfo del Signore degli Anelli e forse altrettanto saggio, il signor Sulu di chiare origini asiatiche, la dottoressa Uhura di chiare origini afroamericane (per la difesa del cui character, in un momento in cui sembrava dovesse essere soppresso dalla serie, si mosse addirittura Martin Luther King).

Star Trek fu un paradosso televisivo. Dette sistema e sublimazione, come detto, alle aspettative coltivate da due o tre decenni dai cultori della fantascienza classica, da Wells e Welles ad Asimov a Clarke. Scontentò tutti gli altri, tanto da portare ad una prematura soppressione della serie dopo appena tre stagioni. Il fatto era che la fantascienza secondo il gusto prevalente del pubblico si muoveva ormai verso nuovi orizzonti sulla spinta di altre e più potenti suggestioni.

Mentre si decideva se riproporre una terza stagione di Star Trek, Stanley Kubrick lanciava nelle sale cinematografiche il suo 2001 Odissea nello Spazio, che avrebbe cambiato il genere per sempre nell’imminenza per di più dello sbarco sulla Luna di una astronave che assomigliava tanto a quella su cui Dave Bowman insegue il suo destino finale attraverso le stelle.

Non solo, ma un allora oscuro cinematografaro di nome George Lucas, raccogliendo idee e immagini evocategli dalla frequentazione del mondo delle fanzines fantascientifiche e comunque dal clima che si respirava in studios cinematografici ormai sempre più aperti alle sollecitazioni della società civile, aveva iniziato a scrivere il copione di un film di fantascienza del tutto nuovo. Quel Guerre Stellari che avrebbe assestato il colpo finale alla vecchia science fiction dopo la spallata assestatagli da Kubrick.

Star Trek era un‘opera classica, ma un pubblico che già aspettava gli effetti speciali che aveva sentito germogliare dentro di sé fin dagli anni sessanta la percepì a maggioranza come una serie scolastica, più filosofica che d’azione, con poco mordente (nell’episodio pilota Kirk era interpretato dal poco carismatico e platonico Jeffrey Hunter, subito dopo sostituito dal più esuberante Shatner).

Star Trek seguì lo stesso destino all’apparenza ingiusto che sarebbe toccato alla serie U.F.O. del 1973, e che sarebbe stato evitato per un soffio dallo spin off di quest’ultima, Spazio 1999 del 1979. Era tempo che il cinema adeguasse i suoi effetti ed i suoi copioni al comune sentire, e lo fece con la trilogia di Lucas ambientata in una galassia molto lontana e con gli Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg.

Per la franchise ideata dall’ex pilota d’aviazione pluridecorato Gene Roddenberry (a cui l’ex diva di Hollywood Lucille Ball in persona, in quanto in quel momento proprietaria esclusiva della casa di produzione RKO, aveva dato la sua approvazione entusiasta) non c’era più posto in TV. Almeno negli U.S.A., perché l’Italia – tradizionale fanalino di coda di tutto ciò che è culturale e mediatico a partire dal dopoguerra – ebbe la sua prima stagione di Star Trek soltanto nel 1979, e solo per il tramite della allora poco diffusa sul territorio Telemontecarlo).

Andò al meglio al cinema, dove la Paramount giocò e vinse la sua scommessa, tentando di replicare il successo di Guerre Stellari e di Superman e riuscendoci. Star Trek the motion picture (1979) si avvaleva tra l’altro di un’idea di partenza geniale e suggestiva: nel corso del suo viaggio l’astronave Enterprise si imbatteva nientemeno che in quel Voyager lanciato effettivamente nello spazio pochi anni prima, con al suo interno una serie di messaggi di vario linguaggio e supporto mediatico con cui la razza umana cercava di parlare di sé alle altre razze che la nave spaziale avrebbe incontrato eventualmente nello spazio.

La serie dei film fu più longeva di quella televisiva, arrivando agli anni novanta e permettendo tra le altre cose alla generazione storica dell’equipaggio dell’Enterprise di andare in pensione, a partire dal settimo film non a caso intitolato Generazioni.

Siamo alla terza di quelle generazioni, nel frattempo, se non abbiamo contato male. Un bel risultato per una serie che era stata dichiarata defunta nel 1969, quando le navi spaziali ormai decollavano dalle basi terrestri dirette verso luoghi dove davvero l’uomo non era mai stato. Luoghi dove la razza umana è tutt’ora in attesa di andare. Nel frattempo, cinquant’anni dopo, si consola ancora dell’attesa con le repliche di Star Trek.

USS Enterprise (NCC-1701)

USS Enterprise (NCC-1701)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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