Via col vento

di Simone Borri

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Il 30 giugno 1936 Margaret Mitchell entrò nella storia della letteratura mondiale. E in quella del suo paese, gli Stati Uniti d’America. Il suo unico romanzo, Via col vento (Gone with the Wind), era destinato a diventare fin da subito il più grande caso editoriale di tutti i tempi, nonché ad operare finalmente quella riconciliazione tra il Nord ed il Sud degli USA nella quale nient’altro sembrava essere riuscito nei settant’anni trascorsi dalla fine della Guerra Civile.

Margaret Mitchell (Atlanta, 8 novembre 1900 – Atlanta, 16 agosto 1949)

Margaret Mitchell
(Atlanta, 8 novembre 1900 – Atlanta, 16 agosto 1949)

La Mitchell era una giornalista di Atlanta, rampolla di una delle famiglie più illuminate e progressiste di una città che all’epoca della Guerra di Secessione era diventata, nel bene e nel male, il simbolo di un Sud alla cui causa nuoceva irrimediabilmente il sostegno alla schiavitù degli afroamericani. La madre, May Belle, era stata una convinta suffragetta. La figlia, dopo appena un anno dall’uscita del suo libro, poté fregiarsi del titolo di prima donna d’America a vincere il Premio Pulitzer. Atlanta, la sua città, poté cominciare a dimenticare – pur rivivendoli nella sua prosa – i giorni terribili dell’occupazione da parte delle Giacche Blu del generale Sherman, durante la quale aveva pagato il prezzo della ribellione a Lincoln a nome e per conto di tutta la Confederazione. E iniziato anche a capire come avrebbe funzionato il dopoguerra, in mano a vendicativi e speculativi nordisti non pù tenuti a freno dal presidente caduto vittima degli spari di John Wilkes Booth al Ford Theatre di Washington.

La storia americana degli anni sessanta del ventesimo secolo avrebbe avuto come epicentro proprio Atlanta, e la predicazione ivi condotta da Martin Luther King, per gli sviluppi di una battaglia per la parità dei diritti dei neri di cui il romanzo della Mitchell aveva appena narrato gli albori. La giornalista, prematuramente scomparsa nel 1949, aveva potuto appena intravedere i suoi ulteriori primati conseguiti. Nel secondo dopoguerra il suo libro, tradotto in ben 37 lingue, era già in fase di pressoché continua ristampa. A tutt’oggi, con i suoi 30 milioni di copie, è ancora uno dei romanzi più venduti e letti di tutti i tempi.

A tutt’oggi, è da Guinness dei primati anche il film che Victor Fleming trasse dal libro appena due anni dopo la sua uscita. Qui i record sono ancora più impressionanti: al netto dell’inflazione, Via col vento è ancora alla data odierna il film che detiene il record assoluto di incassi. Anche le 10 statuette che si aggiudicò sulla ribalta del Premio Oscar parlano eloquentemente.

Viacolvento200630-003Gone with the wind toccava corde profonde nel pubblico non solo americano. E le toccava bene. Margaret Mitchell era una gentildonna del sud, e trattava la sua terra e la sua storia come un mondo scomparso di gentiluomini di altri tempi. Quale forse non era stato, ma di sicuro era passato così nell’immaginario collettivo. Il rozzo Nord aveva vinto la guerra antischiavista, ma il nobile Sud sembrava aver vinto quella della simpatia non soltanto nei discendenti delle Giacche Grigie che avevano combattuto agli ordini di Robert Lee, ma anche in tutti coloro che aprivano il libro, assistevano al film, o comunque si appassionavano ad una vicenda che aveva rischiato – comunque la si valutasse all’epoca o a posteriori – di strozzare nella culla la nascente superpotenza americana. Al bivio tra due economie: una d’altri tempi ormai andati, e una che prefigurava tempi completamente nuovi.

Sia stata la sua intenzione o meno, in realtà la Mitchell ritraeva un Sud quasi insopportabile nella sua vera o presunta ingenuità e nella pertinacia con cui tentava di mantenere in vita valori da ancien règime. I personaggi magistralmente interpretati dal casting di Fleming per il film lo confermavano. Il divo Clark Gable era un Rhett Butler perfetto, a tratti quasi simpatico nonostante si trattasse della più spregevole e odiosa canaglia presente sul quel palcoscenico. Rossella O’Hara, resa parimenti alla perfezione da una quasi esordiente Vivien Leigh, era altrettanto insopportabile con il suo modo di essere da viziatissima rampolla di una famiglia che nel suo complesso male interpretava l’arrivo dei tempi nuovi. Colta di sorpresa da essi, così come dal ferro e fuoco scatenato dalle truppe di Sherman.

Ci sono poi quei neri resi in modo caricaturale come d’uso all’epoca. Quel Miz Rozella pronunciato dalla Mami interpretata da Hattie McDaniel (che dieci anni dopo Al Jolson doveva ancora recitare – ed essere doppiata – come se il suo modo di parlare fosse quello di una disabile), proprio non si può sentire. Dalle pagine della Mitchell ai fotogrammi di Fleming, qualcosa non c’é dubbio che si perda in termini di stile, al netto dei Premi Oscar.

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In compenso, il film è riscattato da un messaggio femminista ante-litteram. Rossella O’Hara sarà stata antipatica per quasi tutto il film, tanto da meritarsi forse quel «francamente me ne infischio» da parte del marito Rhett Butler sicuramente non migliore di lei, anzi. Ma alla fine è lei quella che rimane in piedi, a simboleggiare non solo la propria forza d’animo indomabile, ma quella di tutto un popolo, quello del Sud sconfitto e umiliato, e determinato tuttavia a rialzarsi.

Perché per quanto brutto possa essere l’oggi, domani è un altro giorno.

 

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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