Ma San Giovanni vuole o non vuole inganni?

di Barbara Chiarini

 

SANGIOVANNI.2020.06.24-06

«San Giovanni non vuole inganni»  è un proverbio popolare a sfondo religioso, diffuso in molte zone d’ Italia e la cui spiegazione varia da regione a regione.

In Toscana esso viene spiegato con il comportamento inflessibile di Giovanni, anche se in realtà fu Daniele a denunciare gli inganni!

In alcune zone del Meridione, lo si collega all’usanza del comparatico, che è quel vincolo di quasi parentela spirituale che lega compari e comari di battesimo con i loro figliocci, ma anche compari e comari di matrimonio con i due sposi. 

Anche in Romagna vi è l’usanza per San Giovanni di regalare alla fidanzata un mazzo di fiori che viene contraccambiato nel giorno di San Pietro e i due vengono chiamati compare e comare di San Giovanni e in qualche modo ufficializzano il loro amore.

Andrea del Sarto: San Giovanni Battista giovane, olio su tela, Palazzo Pitti.

Andrea del Sarto: San Giovanni Battista giovane, olio su tela, Palazzo Pitti.

Insomma, qualunque tradizione si voglia rispettare, in tutta la penisola, da Nord a Sud, San Giovanni Battista punisce chi non rispetta la fede del compare e soprattutto… chi tradisce un compare.

Ecco perché, come recita il vecchio adagio fiorentino, «San Giovanni non vuole inganni»!

Patrono cittadino, a Firenze,  San Giovanni si festeggia il 24 giugno in grande stile. 

Gli eventi cominciano la mattina, con il tradizionale corteo che da Palazzo Vecchio arriva fino al Battistero.

La giornata prosegue con l’ultima partita del Calcio Storico in Santa Croce, l’arena dove si sfidano le due squadre finaliste; ma l’appuntamento più atteso della festa arriva la sera con i fuochi d’artificio o, per dirla alla fiorentina, con i Fochi: alle 22.00 in punto un colpo di cannone segna l’inizio dello spettacolo, che può essere ammirato dai lungarni e dalle colline intorno alla città. Numerosi sono i luoghi da cui poter assistere ai giochi pirotecnici: dall’affollato Ponte Santa Trinita alla Spiaggia sull’Arno, dai più decentrati Orti del Parnaso in via Trento, fino alla romantica Fiesole.

Ma torniamo al nostro proverbio: siamo davvero sicuri che San Giovanni non volesse inganni? 

Per rispondere dobbiamo risalire ai tempi delle corporazioni, quando l’arte del cambio faceva parte delle sette arti maggiori di Firenze. I mercanti del cambio svolgevano sostanzialmente due attività: il presto e lo scambio. Nel primo caso, dunque, si concedevano prestiti in denaro che dovevano essere restituiti in un tempo ben preciso, con l’aggiunta di interessi precedentemente concordati. La famiglia degli Strozzi divenne tristemente famosa per via degli altissimi interessi che imponeva ai suoi creditori: pare addirittura che, proprio dalla cupidigia di questa casata, ebbe origine il termine strozzino, ancora oggi utilizzato come sinonimo di usuraio.

Incisione di inizio Cinquecento, che descrive l’attività di zecca

Incisione di inizio Cinquecento, che descrive l’attività di zecca

Il cambio, invece, consisteva proprio nel cambiare le monete importate con quella fiorentina, vale a dire il Fiorino. Per compiere correttamente questa operazione i mercanti erano soliti battere queste monete sopra un tavolo di marmo per poterne sentire il suono e valutarne così l’effettivo valore.

Non è un caso che questo tavolo prendesse proprio il nome di banco, da cui poi è derivata la parola banca, successivamente adottata in tantissime altre lingue (si pensi al termine banque in francese o bank in inglese, giusto per citarne alcune).

L’unica moneta che non veniva mai battuta sul banco era proprio il fiorino, in quanto ritenuta così solida e affidabile da non necessitare di alcun tipo di conferma.

Ecco dunque perché, probabilmente, il nostro vecchio detto (nato e cresciuto in seno alla Zecca di Firenze) sarebbe assolutamente da rivedere: perché indubbiamente San Giovanni non voleva gli inganni tuttavia, alcune volte, chi lavorava alla Zecca di certo era molto più interessato all’ illecito guadagno che non all’onestà!

Ne abbiamo la prova grazie al prodotto per eccellenza della zecca comunale: un fiorino d’oro (coniato nel 1310, quando Signore della Zecca era tal messer Lapo di Ghino) il quale, invece di essere tutto di metallo nobile, fu realizzato con il procedimento della suberazione, un’antichissima tecnica conosciuta e messa in pratica sin dai tempi dei greci.

Essa consisteva nel preparare un tondello di metallo vile, generalmente rame (come nel nostro caso) e ricoprirlo con un lamina d’oro o d’argento. La moneta, così preparata, apparentemente poteva sembrare di buon metallo ma, in realtà, il suo valore era nettamente inferiore a quello che avrebbe dovuto essere.  A quei tempi, infatti, la portata di una qualsiasi moneta dipendeva direttamente dalla quantità di metallo pregiato in essa contenuto.

A questo proposito bisogna tenere presente che le monete suberate uscivano di norma unicamente da una zecca ufficiale, in quanto questa particolare tecnica necessitava di un’attrezzatura che un normale falsario sicuramente non possedeva. Era pertanto la stessa autorità emittente che, in un certo  qual senso, diventava il falsario, lucrando sulla quantità di metallo pregiato monetato. 

Ovviamente, la truffa poteva essere scoperta solamente dopo una lunga circolazione della moneta con la conseguente usura dei rilievi che ne faceva affiorare l’anima di rame. Poteva anche capitare che la frode venisse scoperta grazie all’opera di un tosatore, un altro tipo di truffatore il quale, volendo asportare l’oro o l’argento di parte del bordo della moneta mediante l’uso di una lima, appurava l’inganno sicuramente con suo sommo stupore e disappunto!

Nel nostro caso, non ci furono mai tosatori: fu soltanto il passare degli anni e la conseguente usura che fecero sì che venisse scoperta la frode compiuta nel 1310. Infatti, sul campo della moneta si vedono ampi spazi in cui è ben manifesto lo strato sottostante di rame che affiora anche dalle consunzioni di alcuni rilievi e del bordo.

Non doveva essere facile falsificare un fiorino, anche perché le autorità preposte alla varie fasi di battitura effettuavano accurati controlli sulla lega (che doveva essere soltanto oro a 24 carati) e sulla sobria, ma efficace, rappresentazione di San Giovanni e del Giglio, in quanto simbolo della nostra città. 

Uno dei primissimi fiorini di Firenze, coniato probabilmente tra il 1252 e il 1260

Uno dei primissimi fiorini di Firenze, coniato probabilmente tra il 1252 e il 1260

Inoltre, dato che in breve tempo il Fiorino d’oro era diventato moneta di riferimento nelle grandi transazioni finanziarie a livello europeo, tanto da venire imitato in moltissime zecche italiane ed estere, il Comune di Firenze aveva promulgato una specifica normativa atta a difenderlo dall’inevitabile attacco dei falsificatori, arrivando perfino ad offrire laute ricompense a chi li avesse denunciati.

Caso emblematico è quello di Mastro Adamo, ricordato anche da Dante Alighieri nel XXX canto dell’ Inferno il quale, per la sua attività di falsario (coniava fiorini d’oro a lega più bassa nel Castello di Romena, sotto la protezione dei conti Guidi), finì la sua vita sul rogo.

Ma chi fu dunque l’audace che ebbe l’ardire di coniare questa moneta nella Zecca di Firenze?

Dritto del fiorino suberato del 1310

Dritto del fiorino suberato del 1310

Evidentemente, il nostro falsario dovette godere di buone complici amicizie che chiusero un occhio (se non tutti e due!) al momento di verificare la sua produzione.

Quindi, nonostante la manifesta volontà del Comune di Firenze di garantire la bontà della sua moneta aurea, è logico supporre che nell’attenta organizzazione della zecca esistessero delle falle che, abilmente sfruttate, permisero illeciti guadagni: ed il fiorino d’oro di Lapo di Ghino ne è la prova.

In tutti i casi, visto il grosso rischio che correva chi falsificava monete, è logico ritenere che chiunque abbia prodotto il nostro fiorino suberato non si sia limitato certamente all’emissione di un solo esemplare!

Resta il fatto che, a distanza di secoli, non è facile reperire fiorini d’oro falsi, il che potrebbe significare che alla lunga gli uffici preposti al controllo abbiano effettuato un lavoro minuzioso e capillare riuscendo a levare dalla circolazione buona parte degli esemplari contraffatti dando, tutto sommato, ragione a San Giovanni!

Il castello dei conti Guidi a Romena, in provincia di Arezzo

Il castello dei conti Guidi a Romena, in provincia di Arezzo

 

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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