The “i” Revolution

di Simone Borri

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In principio erano loro due. Bill Gates e Steve Jobs, con alcuni loro compagni di studio e d’avventura, si erano lanciati nell’impresa di trasformare quel mastodontico attrezzo che stava cambiando la vita di tutti (aveva già cominciato nella seconda guerra mondiale, vinta dagli Alleati anche grazie alla velocità di calcolo della nuova macchina in funzione a Bletchley Park) – il calcolatore elettronico, o computer – in qualcosa che potesse entrare nelle case di tutti. Ed essere usato da tutti.

Geni "separati alla nascita"

Geni “separati alla nascita”

C’era un solo problema, anzi due. Il personal computer in casa ci poteva anche entrare, una volta ridotto alle dimensioni di un elettrodomestico qualsiasi. Ma era quanto di più antiestetico potesse esistere, per non parlare della funzionalità. Fino ai primi anni ottanta, non era necessario essere Alan Turing per far funzionare un PC, ma avrebbe aiutato moltissimo.

Fu a quel punto che Bill e Steve presero due strade diverse. La Microsoft di Bill si lanciò verso la produzione di macchine e sistemi operativi che invadessero ed egemonizzassero il nascente mercato. La Apple di Steve preferì orientarsi invece verso settori dell’utenza all’inizio forse di nicchia, ma destinati invece a crescere di più in prospettiva.

AppleLogo200507-001Rispetto a Bill, Steve era più estetizzante. La sua mela colorata partiva con la pretesa di rendere il mondo di aspetto più gradevole, non soltanto più user friendly. Il suo gioiello non poteva quindi che prendere il nome di una delle varietà più gustose del frutto che aveva scelto come logo. La McIntosh è una delle mele più saporite e pregiate del Nordamerica. Finì a dare il nome a quel prodigio della tecnica che si stava progettando a Cupertino, in California, dalla parte opposta degli Stati Uniti.

iMac G3, 7 maggio 1998

iMac G3, 7 maggio 1998

Come la mela di Biancaneve, sorprese il mondo il 7 maggio 1988 alla sua prima uscita. L’iMac G3 era un prodotto rivoluzionario. Era il primo computer all-in-one, che racchiudeva tutto in un monovolume (monitor con processore incorporato) lasciando fuori soltanto le interfaccia, tastiera e mouse. Era finalmente bello a vedersi, nelle cinque varianti Strawberry (rosso), Blueberry (blu), Lime (verde), Grape (viola), and Tangerine (arancio). Eliminava le scomode porte seriali ed i poco pratici e funzionali slot dei floppy disk, sostituendoli con quella tecnologa standard USB che avrebbe avuto il futuro ai suoi piedi con la sua semplicità ed universalità di utilizzo.

Steve Jobs e Wendell Brown all'epoca del lancio del primo iMac

Steve Jobs e Wendell Brown all’epoca del lancio del primo iMac

Ed era – soprattutto – il primo personal a potersi fregiare del suffisso “i”, poiché era già predisposto per navigare su internet, la rete che stava aprendo la porta del futuro al mondo. Costava un po’ di più dell’equivalente della concorrenza, ma era una scelta obbligata per i professionisti della grafica. E specialmente sul mercato nordamericano se la batté – e se la batte tutt’ora alla pari, se non meglio – con i cugini della Microsoft, più a lungo ancorati a stili e funzionalità più aziendali.

Nel 2002 il terzo restyling dell’iMac aggiunse il tocco che mancava, lo schermo piatto che eliminava l’ingombro di quel televisore che aveva rappresentato negli anni precedenti il principale problema di arredo domestico.

Quando passò a miglior vita, nel 2011, Steve Jobs poteva ben dirsi orgoglioso di ciò che la sua follia e la sua fame avevano conquistato per il mondo. La sua mela nel frattempo era stata stilizzata di color argento. Ma i colori di cui si tingeva un iMac appena acceso erano e restano quelli che abbiamo sognato tutti da ragazzi. E che ci portano inevitabilmente dritti verso il reparto della Apple ogni volta che mettiamo piede in un negozio di informatica, o di telefonia.

Per quella “i” e quella mela, ogni volta che dobbiamo aggiornare il nostro parco macchine, siamo disposti a qualunque sacrificio economico. E quella fame di cui parlava Steve Jobs la sentiamo prepotente, nello stomaco.

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«Dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario».

(Steve Jobs)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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