Sangue navajo

di Simone Borri

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Medici senza frontiere sbarca per la prima volta nel Nordamerica, aggiungendo gli Stati Uniti alle zone geografiche del mondo in cui presta servizio a favore delle popolazioni in difficoltà a causa di conflitti internazionali o di calamità di vario tipo. Sembra incredibile, ma neanche poi tanto se si considera che oggetto dell’intervento di MSF sono le popolazioni indigene, i cosiddetti native americans, la cui sopravvivenza é messa seriamente a rischio dal diffondersi del coronavirus e, a quanto pare, dalla quasi totale negligenza del governo centrale.

La ONG francese ha inviato sul posto una squadra composta da due medici, tre infermiere ed ostetriche, uno specialista in servizi igienico-sanitari, due logisti (specialisti cioé nell’organizzazione di tutto ciò che è infrastrutturale per la sanità) e un promotore sanitario specializzato nell’educazione alla salute della comunità. Il team ha attualmente in programma di rimanervi fino alla fine di giugno, ma l’incarico potrebbe essere prorogato se, come probabile, servirà assistenza anche più a lungo.

tex200514-003Il posto e la popolazione che vi abita sono quelli che ormai comunemente associamo, nel bene e nel male, alla leggenda del Far West e della sua colonizzazione. La più famosa forse delle nazioni indiane, almeno per i consumatori di tutto ciò che è western: la Nazione Navajo, 170.000 persone confinate fin dalla fine delle Guerre Indiane del diciannovesimo secolo in un territorio a cavallo degli Stati dell’Arizona, Nuovo Messico, Colorado e Utah, nel sud-ovest degli Stati Uniti. Un territorio non proprio ospitale, privo di ricchezze per i bianchi ma poverissimo anche di risorse per i pellirosse. Un territorio dove, anche per questi motivi, il COVID-19 sta colpendo in modo ancora più duro che altrove. E a proteggere i discendenti di Nuvola Rossa e Tiger Jack non c’é più purtroppo Aquila della Notte né nessuno dei suoi pards.

A quanto ha dichiarato MSF alla CBS, la situazione dei Navajo infatti «ha un particolare profilo di rischio. Situazionalmente, le comunità di nativi americani hanno un rischio molto più elevato di complicazioni da COVID-19 e anche di diffusione nella comunità perché non hanno accesso alla varietà di elementi che rendono possibile l’autoisolamento. Non puoi aspettarti che le persone si isolino se devono spostarsi 100 miglia per procurarsi cibo e acqua».

navajos200514-002I primi casi di coronavirus risalgono ai primi di marzo. Attualmente sono stati registrati 3.204 casi e 102 vittime, il numero più elevato rispetto a qualsiasi altro stato d’America in proporzione alla popolazione. All’inizio di maggio, la regione mostrava ancora un tasso di mortalità per coronavirus più elevato rispetto a quello degli altri stati. Il timore è che il COVID-19 possa letteralmente decimare la popolazione, che non ha né difese immunitarie sufficienti, né strutture ospedaliere in grado di fronteggiare l’emergenza pandemica.

Un timore non infondato, se si considera la carenza di personale medico specializzato, infermieristico e di strutture apposite, che obbliga al trasporto degli ammalati più in gravi condizioni verso ospedali lontani. Il governo della Navajo Nation ha dichiarato lo stato di emergenza sin dal 13 marzo, una settimana dopo l’accertamento ufficiale dei primi casi. «In un breve periodo di tempo, il COVID-19 è arrivato sulla nazione Navajo e il numero di casi sta aumentando a un ritmo elevato», ha detto il governatore del New Mexico Michelle Lujan Grisham. «Bisogna dichiarare la chiusura della nazione e isolare le persone contagiate».

Le tribù locali si sono comportate alla cinese, autoisolandosi in modo anche rigoroso e chiudendo i loro confini per mantenere il virus fuori della riserva. Ma non basta, lì ancor meno che altrove. La Navajo Nation è di fatto un deserto alimentare dipendente dal governo degli Stati Uniti per ogni tipo di approvvigionamento. Si stima che un residente su 3 non abbia accesso nemmeno all’acqua corrente. Le istituzioni, nella crisi presente, mostrano a quanto pare tra l’altro una indifferenza ancora più grave, non inviando ai residenti neanche il materiale sanitario necessario. Nello stile dei peggiori agenti indiani di una volta.

tex200514-001L’invito è stato dunque anche per i Navajo quello di stare a casa. Il distanziamento sociale. Come se fosse facile, lì ancor meno che altrove. Migliaia di persone sono costrette ogni giorno a lasciare le proprie case, i loro accampamenti per questioni di necessità: in molte zone, come detto, non c’è l’acqua corrente e bisogna fare parecchi chilometri per trovarla, il che rende complicato eseguire uno dei migliori e più raccomandati metodi di prevenzione: il lavaggio frequente delle mani.

Per la verità, quando le linee guida dei Centers for Disease Control and Prevention hanno iniziato a circolare, molti Navajo hanno reagito con la ormai consueta diffidenza, a causa della sfiducia di lunga data nei confronti del governo federale. Non è più il tempo delle coperte infettate di vaiolo fornite da indian agents senza scrupoli, ma insomma la storia delle perdite causate da epidemie precedenti e dall’incuria governativa è lunga e dolorosa. E ha lasciato l’inevitabile segno.

Ethel Branch, ex procuratore generale della Navajo Nation sollecita donazioni di cibo per le persone più vulnerabili. «Per combattere la pandemia – ha detto – è fondamentale che le persone possano ottenere i rifornimenti d’acqua direttamente nelle loro case in modo da non dover viaggiare». Il governatore del New Mexico Grisham ha chiesto da parte sua più importanti risposte al presidente Trump. Il virus potrebbe spazzare via i nativi di Arizona, New Mexico e Utah, perché ci sono circa 250mila persone che fanno capo a solo quattro ospedali che non hanno alcuna attrezzatura idonea.

«Sono molto preoccupato, signor Presidente. Stiamo assistendo a picchi incredibili nella Navajo Nation, e questo sarà un problema (…) Stiamo assistendo a un numero elevato di contagi che raddoppiano ogni due giorni. Il coronavirus potrebbe spazzare via le nazioni tribali», ha affermato ancora Grisham, che ha fatto richiesta al Dipartimento della Difesa per un ospedale di supporto da 248 posti letto ad Albuquerque, New Mexico. Ma dall’amministrazione Trump ancora nessuna risposta.

tex200514-002A complicare le cose, i Navajos hanno un tasso di diabete e di ipertensione cronicamente elevato, il che aumenta la loro condizione di rischio. Ma non solo. Sono anche tra le tribù più vulnerabili, che mal rispondono alle malattie respiratorie. Basti pensare che nel 2009, gli Indiani d’America e i nativi dell’Alaska sono morti a causa dell’H1N1 a un tasso quattro volte superiore a quello di tutti gli altri gruppi etnici messi insieme. L’impatto potrebbe essere quindi anche stavolta particolarmente devastante.

La tragedia qui insomma rischia di non essere – ci si perdoni il gioco di parole – soltanto umanitaria. Lo sarebbe ancor più sul piano culturale, di civiltà. Gli anziani Navajos sono le persone più a rischio a causa della loro età, mentre la loro salvaguardia è fondamentale anche perché essi hanno il compito di tramandare e preservare la lingua e la cultura della tribù. «Ho paura per le nostre lingue, la nostra cultura, la nostra gente», dice la dott.ssa indigena Michelle Tom. «So che sta accadendo in tutto il mondo. Lo capisco. Il mio tempo è limitato su questa Terra ma il nostro linguaggio e le nostre culture possono continuare a vivere per sempre, finché ci sono persone Navajo. È questo quello che mi spaventa di più».

tex200514-005Ma per il momento, al danno risponde solo la beffa. Alla sua richiesta di forniture mediche per fronteggiare l’emergenza COVID-19, il centro sanitario della comunità che si prende cura dei nativi americani si è visto recapitare intere scatole di sacche bianche sterilizzate per inserire cadaveri. C’era urgenza di test per i tamponi e dispositivi di protezione individuale, ma, dopo tre settimane, quando finalmente il materiale è arrivato, medici e infermieri sono rimasti senza parole. Le agenzie sanitarie competenti avevano spedito tutt’altro. «Il mio team è diventato bianco fantasma», ha dichiarato Esther Lucero, amministratore delegato dell’Indian Health Board. «Abbiamo chiesto dei test e ci hanno inviato una scatola di sacche per i cadaveri».

L’agenzia compeente, da parte sua, ha risposto che le sacche sono state consegnate per errore dal dipartimento di sanità pubblica. Uno scaricabarile a giustificazione di un errore che ha comunque un risvolto macabro, e che secondo Abigail Echo-Hawk, capo del dipartimento di ricerca del comitato sanitario, il messaggio che invia, anche involontariamente, non lascia indifferenti le comunità di nativi americani già messi a dura prova dalla pandemia: «I Navajos stanno vivendo un momento di difficoltà, hanno bisogno di forniture mediche, non di vedere la gente morire».

Secondo la Echo-Hawk, il centro non ha abbastanza dispositivi di protezione individuale per fronteggiare il momento in cui verranno allentate le restrizioni, una volta contenuti i contagi. «La mia domanda è: continueranno a mandarci sacche per i cadaveri o avremo finalmente ciò di cui abbiamo bisogno?»

Il governo degli Stati Uniti ha l’obbligo di fornire assistenza sanitaria a tutti i nativi americani, come scritto nei trattati stipulati con le tribù indiane. Ma i trattati, come sappiamo purtroppo fin dai tempi di Aquila della Notte, sono fatti per essere disattesi o addirittura calpestati. Ci sono circa 2,5 milioni di Indiani d’America nel territorio compreso tra il New Mexico e l’Alaska. Una possibile bomba sanitaria dagli effetti devastanti. Washington ha già stanziato dei finanziamenti, ma paiono ancora desolantemente insufficienti per contenere almeno il virus.

"Anime gemelle", Midleton, Cork County, Eire

“Anime gemelle”, Midleton, Cork County, Eire

Fortunatamente, tuttavia, c’è chi un suo contributo insperato lo sta dando. L’Irlanda ha mantenuto memoria di una antica vicenda che le dimostrò la generosità dei nativi, e sta adesso restituendo il favore. Più di 170 anni fa, la nazione indiana Choctaw inviò denaro alle famiglie irlandesi affamate durante la cosiddetta carestia delle patate. Una scultura in acciaio chiamata Anime gemelle, composta da nove piume di aquila di circa 6 metri, posizionate in cerchio, è stata inaugurata tre anni fa a Midleton, nei sobborghi di Cork, proprio per ricordare la generosità dei nativi americani.

tex200514-004Un milione di irlandesi circa, principalmente agricoltori, morirono di fame o di malattia tra il 1845 e il 1849, e un altro milione emigrò in quel periodo o poco dopo verso gli Stati Uniti d’America. La carestia delle patate fu una crisi umanitaria spaventosa, e i Choctaws dettero prova di grande empatia per gli irlandesi. Da quel momento, i legami tra Irlanda e Choctaws sono cresciuti, tanto che adesso centinaia di irlandesi hanno trovato naturale ripagare quella vecchia gentilezza. Gary Batton, capo della Choctaw Nation of Oklahoma, ha dichiarato che gli irlandesi sono amici speciali. «Gli antenati Choctaw hanno piantato quel seme molto tempo fa, basandosi sul fatto che è importante aiutare gli altri. È un momento buio per noi. Il supporto dall’Irlanda, un altro paese, è fenomenale», ha detto Cassandra Begay, direttrice delle comunicazioni per la raccolta fondi creata sulla piattaforma GoFundMe, ha raggiunto quasi i 2,5 milioni di dollari grazie anche a tanti donatori irlandesi, che hanno lasciato messaggi di ringraziamento e sostegno, ricordando i 170 dollari (oggi, circa 5mila dollari) donati dalla Nazione Choctaw nel 1847. Gli organizzatori della raccolta fondi hanno scritto: «Grazie, Irlanda, della solidarietà e di essere qui, per noi».

Non c’é che dire, la disperazione è un sentimento che può essere compreso soltanto da chi in passato l’ha provato. Aquila della Notte ringrazia.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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