Porte e sassi non vanno d’accordo!

di Barbara Chiarini

La città di Firenze in un dipinto d’epoca

La città di Firenze in un dipinto d’epoca

«Essere alle porte co’ sassi» è uno dei più antichi modi di dire fiorentini.

Il suo significato è riferito a quando manca poco tempo per fare qualcosa: come per dire che ci siamo quasi, oppure  che il tempo stringe, in una maniera forse un poco più esasperata ed ansiosa.

Ma da dove e come nasce un così curioso modo di dire?  Che cosa c’entrano i sassi con le porte?

Per spiegarlo bisogna partire da lontano ed immergersi nella Firenze medievale, quando ancora non esistevano gli orologi. Il  ritmo delle giornate era allora scandito solo dal rintocco delle campane cittadine che indicavano con il loro suono il sopraggiungere dell’alba come del tramonto.

Questa espressione nasce infatti quando Firenze, cinta dalla terza cerchia muraria della sua storia, era accessibile solo negli orari stabiliti per l’apertura delle porte cittadine. 

Firenze, Porta San Frediano, pala di Filippino LippI

Firenze, Porta San Frediano, pala di Filippino LippI

Purtroppo il circuito murario due-trecentesco è stato in gran parte distrutto, nell’ambito dell’ampliamento urbanistico della seconda metà dell’Ottocento (quando fra il 1865 e il 1871 la nostra amata città fu nominata capitale provvisoria del Regno d’Italia) ma si conservano ancora oggi quasi tutte le monumentali porte maestre: rimangono in piedi infatti Porta al Prato, Porta San Gallo, e Porta alla Croce sopra l’ Arno; nella zona d’ Oltrarno sono rimaste invece visibili  Porta San Frediano, Porta Romana, Porta di San Miniato e Porta di San Niccolò.

Porta San Gallo, Porta Romana e Porta San Frediano facevano parte dell’ultima cerchia di mura di Firenze, quella costruita  appunto tra il 1284 ed il 1333: a progettarla fu, con ogni probabilità, Arnolfo di Cambio. L’imponente cinta muraria era intervallata da torri, postierle e porte maestre, presso le quali era installata la dogana. 

Al tempo della Repubblica venne istituita ufficialmente la carica di coloro che dovevano aprire e chiudere i massicci battenti. Questi militi, in un secondo tempo scelti tra i cosiddetti Tavolaccini di Palazzo, ogni giorno all’alba prelevavano le chiavi in Palazzo Vecchio per riportarvele subito dopo l’apertura e la notte tornavano a prenderle per serrare, non più tardi delle una, tutti gli accessi della città.

Tavolaccini venivano sorvegliati nel loro lavoro dal Guardaroba Maggiore, una delle cariche più importanti di Palazzo Vecchio.

Le porte cittadine venivano quindi aperte  e chiuse all’alba e di notte: chi era giunto per lavoro in città doveva quindi affrettarsi per non correre il rischio di rimanervi dentro: allo stesso modo, chi si stava avvicinando a Firenze, capiva che era il momento di accellerare il passo o il galoppo del proprio cavallo, per non restarne chiuso fuori, fino all’indomani mattina.

Ma i soliti ritardatari – che non mancano mai in ogni epoca – giungendo in vista della città, quando le guardie cominciavano a chiudere i grandi battenti in legno delle antiche porte, che cosa mai facevano?

Firenze, Porta al Prato in un dipinto di Fabio Borbottoni *(XIX secolo)

Firenze, Porta al Prato in un dipinto di Fabio Borbottoni *(XIX secolo)

Di certo non si scoraggiavano e, preso in mano qualche grosso sasso, lo lanciavano verso le porte per segnalare il loro arrivo ed indurre così i custodi ad aspettarli.

Da qui la fin troppo ovvia provenienza del nostro famoso proverbio!

Esistono comunque anche altre versioni, più o meno attendibili che intendono dare motivazione a questa locuzione: ve n’è su tutte una (avvalorata da taluni storici) che sostiene l’ipotesi secondo la quale, dopo aver chiuso le porte, le sentinelle spostassero delle grosse pietre per puntellare la porta stessa e renderla più sicura. Prima di svolgere tale faticosa manovra pare che le guardie avessero l’abitudine di gridare «Siamo alle porte co’ sassi!» in maniera tale da sollecitare qualunque ritardatario ad affrettarsi  a raggiungere le porte, vuoi che fosse in entrata oppure in uscita.

Un’altra versione ancora racconta che questo strano modo di dire derivi dai tempi in cui Firenze fu assediata: esaurite lance, frecce e quant’altro per respingere gli attacchi del nemico ormai alle porte, i fiorentini si armarono di ciottoli e sassi da tirare agli assedianti come ultima risorsa difensiva. Anche in questo caso il proverbio starebbe evidentemente ad indicare che il tempo scarseggiava, come dire che in breve, non ci sarebbe più stato niente da difendere.

L’ultima versione che conosciamo assomiglia molto alla prima anche se cambia di parecchio  il contesto.

Infatti, sempre di porte si tratta ma, in questo caso, il riferimento sarebbe legato alla prigionia nel ghetto ovvero quando nel 1555 il pontefice Paolo IV Carafa emise una bolla papale che obbligava i giudei a vivere in un ghetto circoscritto da mura e  porte, all’interno della stessa città di appartenenza. 

Anche in questa circostanza, le porte venivano aperte all’alba con l’inizio della giornata di mercato e chiuse alla sera, quando si concludevano i commerci. Si poteva entrare, uscire e rientrare dal ghetto solo in questi due orari; per il resto della giornata, le porte rimanevano chiuse. Evidentemente, pure in questo caso, i ritardatari  avrebbero usato le pietre da scagliare contro la porta per avvisare le guardie di attendere il loro arrivo.

Corsi e ricorsi della storia …verrebbe da commentare in maniera ironica, anche se per la verità, parlando di ghetti,  non c’è davvero nulla per cui ironizzare!

Pianta prospettica incisa su rame, derivazione della pianta del Buonsignori, 1600 circa - Istituto Gerografico Militare

Pianta prospettica incisa su rame, derivazione della pianta del Buonsignori, 1600 circa – Istituto Gerografico Militare

Ma torniamo alla nostra storia e ad un ultima curiosità.

Con sassi o senza sassi,  le grandi ante di legno massello che costudivano le nostre belle porte di accesso alla città furono chiuse per secoli (quindi fino al loro abbattimento nella seconda metà dell’ 800), facendo uso di apposite chiavi: quelle adoperate per aprire le porte di San Gallo, San Frediano e Porta Romana, non sono andate perdute  e ad  oggi, sono conservate quale cimelio nel Museo  di Firenze com’era, in Via Sant’ Egidio.

Ordunque, le chiavi delle porte della nostra amata città venivano fabbricate con meravigliosa perizia dai cosiddetti chiavaioli di Firenze: essi erano costituiti in una propria Corporazione iscritta  niente meno che tra le Arti Minori. Le botteghe dei chiavaioli erano concentrate in particolare lungo un breve tratto di Via dell’ Arcivescovado (l’attuale Via Roma). 

Gli stemmi delle Corporazioni delle Arti Minori

Gli stemmi delle Corporazioni delle Arti Minori

Il mestiere del chiavaiolo era particolarmente delicato dal punto di vista della legge, in quanto si prestava a rischi di falsificazioni o comunque di complicità in furti e scassi di scrigni e abitazioni. Ecco perchè lo Statuto dell’ Arte prevedeva, ad esempio, che chiunque volesse fare una chiave era obbligato a dimostrarsi proprietario dell’oggetto o dell’abitazione di destinazione, mostrandone la relativa serratura. Particolarmente severe erano le pene previste nei confronti di chiavaioli che, d’accordo con malfattori, avessero preso impronte in cera di chiavi o serrature: oltre all’espulsione dall’Arte, il colpevole veniva messo nelle mani del Bargello, che avrebbe provveduto ad infliggergli la giusta pena proporzionata ad un così grave delitto contro la fede pubblica.

Insomma, cari amici,  quelli antichi erano davvero tempi duri, si doveva stare attenti a parecchie cose:  alle porte, alle chiavi, alle campane e pure ai sassi! 

Riferisce al proposito un altro proverbio popolare: «Chi  ha testa di vetro, non faccia a sassi!»

Ma questa… è ancora un’altra storia!

 

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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