L’uomo senza fucile

di Simone Borri

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Frank James Gary Cooper (7 maggio 1901 – 13 maggio 1961)

Era figlio di immigrati britannici, e l’avresti detto subito. Di tutti i divi di Hollywood e dintorni, lui era quello forse meno americano, con quel suo portamento così british, appunto. L’eroe che non si tira mai indietro, ma non perde mai la calma o la compostezza.

I suoi gli avevano messo un nome niente male, Frank James, come il fratello del più celebre dei fuorilegge del Far West, Jesse. Il suo agente cinematografico, non appena lui ebbe firmato il primo contratto con la Paramount, gli consigliò di cambiare nome. Qualcosa che evocasse le migliori qualità americane senza eccedere, i James americani medi lo erano stati un po’ troppo, dopo la Guerra di Secessione. A quel tempo, nei primi anni venti, la città di Gary nell’Indiana era sulla cresta dell’onda, simbolo dell’America dura e pura e del suo inarrestabile progresso, con le sue acciaierie.

Frank James Cooper divenne Gary Cooper. I suoi colleghi sul set lo chiamavano Coop, uno di quei nomignoli all’americana che all’inizio sono solo per gli amici, e poi ti rendono amico l’universo.

Vinse il primo Oscar a quarant’anni (1941, in piena seconda guerra mondiale, con un film ambientato nella prima, Il sergente York). Ne mancò un secondo due anni dopo con la trasposizione del capolavoro di Hemingway, Per chi suona la campana, in cui interpreta uno dei non pochi americani che andarono in Spagna per combattere contro Franco.

"Do not forsake me...."

“Do not forsake me….”

Dopo la partigiana Ingrid Bergman, ecco qualche anno dopo al suo fianco Grace Kelly, nei panni della fidanzata che aspetta di convolare a giuste nozze con l’ex sceriffo che ha promesso di appendere la stella al chiodo, e che proprio il giorno di quelle nozze si vede arrivare in paese la banda dei Miller, già sgominata una volta ma che gli ha giurato vendetta. La futura mogliettina aspetta all’altare, ed essendo quacchera non ammette che il suo promesso sposo si riallacci una volta di più il cinturone per fare giustizia. Will Kane si trova davanti ad un bel dilemma (che affronterà ancora ne La legge del Signore). La bella Grace o il suo dovere? Una scelta all’altezza solo del divo dei divi, Gary Cooper che pur non muovendo quasi mai un muscolo del suo viso soltanto con gli occhi riesce a trasmettere il suo tormento interiore.

Come va a finire Mezzogiorno di fuoco, chi non lo sa? La banda sgominata, la stella nella polvere in segno di disprezzo per un paese che ha lasciato solo lo sceriffo, Grace Kelly che per una volta fa eccezione al suo codice morale e riaccoglie tra le braccia lo sposo-eroe. E la voce inconfondibile di Frankie Laine che intona, sui titoli di coda, Do not forsake me, la canzone di High Noon, la colonna sonora del secondo premio Oscar di Gary Cooper per il suo personaggio più leggendario.

I titoli di coda per il più antidivo dei divi (pochi al suo pari, James Stewart, Gregory Peck e, in epoca più recente, forse Kevin Costner come capacità di trasmettere la più grande varietà di sentimenti con un solo sguardo ed una sola espressione) arrivarono presto, a sessant’anni appena compiuti. In uno degli ultimi film aveva interpretato quel Jesse James a cui forse doveva il nome di battesimo. Ma per la gente ormai era Gary, lo sceriffo senza paura. Il più inglese degli americani.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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