Ei fu

di Simone Borri

NapoleoneSantElena180505-001

Nell’iconografia classica ci appare in piedi sul promontorio intento a guardare il mare ed un orizzonte lontano, vestito del caratteristico cappotto militare, la mano destra immancabilmente infilata tra i bottoni, sul petto, e con in testa la celeberrima feluca.

Napoleone a Sant’Elena era un uomo sconfitto, che doveva impiegare gran tempo a guardare l’oceano combattuto tra la speranza di poterlo un giorno riattraversare – come aveva già fatto dall’Isola d’Elba, richiamato in patria a furore di un popolo che non si rassegnava ad aver perso insieme al suo Imperatore anche la grandeur – e la sempre maggiore certezza che ciò non sarebbe mai avvenuto. L’Inghilterra, la sua nemica più mortale, si sarebbe con ogni mezzo, con tutta la sua potenza assicurata che la sua morte sarebbe avvenuta lì, su quell’isola sperduta in mezzo all’Atlantico.

La sua morte arrivò alle 17,50 del 5 maggio 1821. Dopo quasi sei anni di prigionia cominciata all’indomani della sconfitta definitiva a Waterloo, proseguita sull’HMS Bellerophon sulla quale Napoleone aveva atteso che fosse deciso il suo destino dalle potenze vincitrici della Quadruplice Alleanza, praticamente l’intera Europa coalizzata contro la Francia imperiale, e infine sanzionata dall’HMS Northumberland che lo aveva condotto alla sua ultima dimora a Sant’Elena.

Alessandro Manzoni al tempo del "5 maggio"

Alessandro Manzoni al tempo del “5 maggio”

Un giovane ed ancora entusiasta Alessandro Manzoni si fece interprete del sentimento comune di un’Europa in preda al Romanticismo e già dimentica del ferro e del fuoco a cui l’aveva sottoposta l’Imperatore venuto da un’altra isola allora considerata selvaggia,  la  Corsica.  Quella sua poesia,  il  5 maggio – quell’incipit in particolare, Ei fu, secco, essenziale, definitivo come un colpo al cuore – impressionò l’opinione pubblica come la stessa notizia che l’aveva ispirata.

L’Imperatore non c’era più. L’uomo che aveva saputo sfidare tutto, il destino, le leggi, lo stesso Dio, aveva concluso la sua esistenza terrena. Sembrava impossibile, lui che era stato sinonimo di invincibilità. Il suo corpo adesso attendeva sepoltura (problematica a decidersi quanto lo era stato il luogo dei suoi ultimi anni di vita) mentre la sua storia attendeva di diventare leggenda.

Napoleone Bonaparte era nato con un anno di ritardo per acquisire la cittadinanza italiana, e probabilmente avere davanti – per sé e per il mondo – una storia del tutto diversa. Ma la Repubblica di Genova era stata costretta dal Trattato di Versailles del 1768 a cedere alla Francia quell’isola verde a nord della Sardegna. Dimenticate le origini toscane della sua famiglia, il giovane Bonaparte ebbe i gradi di ufficiale alla Scuola Militare di Parigi. Il suo destino fu deciso poi dalla Rivoluzione Francese, che rimescolò per tutti carte ultramillenarie.

Napoleone si trovò di fronte un’opportunità storica, e la colse senza scrupoli. La Grande Rivoluzione abbatté il diritto divino dei re, lui la difese abbattendo i suoi nemici. E subito dopo comprese che grazie a lei poteva affermare il diritto proprio. Come quel Giulio Cesare di cui per primo ripercorse le orme nell’età moderna, passò il proprio Rubicone quando da generale della Rivoluzione e poi Primo Console si fece Imperatore, deponendosi sul capo una corona che nessuno aveva mai osato prima sollevare con le proprie mani. Cesare aveva posto fine alla Repubblica Romana, volontariamente o meno. Napoleone Bonaparte pose fine ad un ordine costituito a cui si attribuivano intoccabili ascendenze divine e che esisteva da più di mille anni.

L’Europa lo adorò e corse a combattere sotto la sua bandiera, almeno quella parte della sua popolazione (la maggioranza) che non aveva che da guadagnare dalla fine dell’ancien regime e dal rimescolamento di stati, classi sociali, destini personali. Lo detestò invece, profondamente, la parte nobile, che vedeva il proprio diritto ed il proprio potere messi in discussione, abbattuti, cancellati. Napoleone non temeva Dio, figurarsi vecchie teste coronate. L’Europa era ai suoi piedi, e la sua brama di conquista aveva un solo limite, quello delle spiagge oltre le quali il suo esercito, la sua Grande Armée non poteva spingersi. Per farlo aveva bisogno di una marina che eguagliasse quella inglese, non c’era mai riuscito nessuno e non ci sarebbe riuscito nemmeno lui.

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La Royal Navy (che nel 1803 fu capace di rovesciare addirittura il blocco navale napoleonico imponendo il proprio a sua volta al continente europeo e tagliando così linee commerciali importanti per la Francia con le sue stesse colonie d’oltremare) e la sterminata, gelida e inospitale steppa russa furono gli unici ostacoli che il genio militare e politico dell’Imperatore autoincoronatosi a Notre-Dame non riuscirono a sottomettere. Gli altri Imperatori, sopravvissuti, lo aspettarono a Lipsia, dove i suoi soldati arrivarono decimati dal generale Inverno. Quello russo.

Sconfitto e spedito all’Elba, mentre si apriva quel Congresso di Vienna che pretendeva di restaurare un mondo e uno status quo che erano ormai stati spazzati via dalle coscienze degli europei prima ancora che dalla loro storia, Napoleone tentò ancora la sorte e riprese le armi che i francesi non avevano deposto, sognando il suo ritorno e la ripresa della sua e loro epopea.

Napoleone aveva dato un senso alla parola grandeur che i francesi dopo di lui non avrebbero più dimenticato. Più di Carlo Magno, più del Re Sole, più di chiunque sarebbe venuto dopo di lui a tentare di ripercorrerne le orme, Napoleone si immedesimò con la Francia. Che accorse con rinnovato entusiasmo anche a quella che era destinata ad essere la sua ultima impresa. L’ultima battaglia. Waterloo.

Perse di un soffio l’Imperatore francese. E a quel punto gli altri gli dettero la caccia per giustiziarlo e porre fine una volta per tutte alla sua minaccia. Combattuto tra la tentazione di un esilio volontario negli Stati Uniti e quello forzato e assai più verosimile impostogli dagli inglesi, fu salvato dal suo vecchio nemico il Duca di Wellington, che – diventato una leggenda nazionale al pari dell’ammiraglio Horatio Nelson, l’eroe di Trafalgar – aveva a quel punto il prestigio oltre che la cavalleria sufficienti per imporre al suo paese ed al mondo intero la scelta di un destino quantomeno onorevole per il grande avversario sconfitto.

Niente Torre di Londra o patibolo prussiano per il Bonaparte – per quanto fosse proclamato dal Congresso di Vienna nemico del mondo, una qualifica mai più attribuita a nessuno da allora, neppure da tribunali speciali costituiti ad hoc dopo tragedie altrettanto immani -, ma piuttosto l’esilio nell’isola più sperduta che c’era, in mezzo all’Oceano Atlantico, accompagnato dai fedelissimi del suo stato maggiore e sorvegliato strettamente dai marines inglesi.

Longwood House, la villa assegnata a Napoleone a Sant'Elena come sua residenza

Longwood House, la villa assegnata a Napoleone a Sant’Elena come sua residenza

Ed eccolo, su quello scoglio, vestito di tutto punto nella sua uniforme, intento a guardare un mare che gli doveva apparire ogni giorno più sconfinato, ostile, insuperabile. I primi anni trascorsero nella stesura delle sue mèmoires e nella coltivazione degli ultimi sogni di revanche. Dopo il 1818 e la pace con cui la Francia di Luigi XVIII – il fratello minore del re ghigliottinato dalla Rivoluzione – ristabilì rapporti normali con il resto d’Europa (e i francesi si misero il cuore in pace, giurando fedeltà al nuovo sovrano ed all’ordine ri-costituito), Napoleone seppe che la sua ora era passata. Le sue memorie erano arrivate all’ultimo capitolo.

La leggenda nera, mai comprovata, vuole che gli inglesi, stanchi di ospitarlo esercitando su di lui una sorveglianza faticosa ed onerosa (con il rischio sempre possibile per quanto ormai inverosimile di una sua fuga) lo avvelenassero a poco a poco, causando quell’improvviso peggioramento di salute che lo condusse al 5 maggio 1821. In realtà, Napoleone Bonaparte era un uomo sconfitto, che non aveva più ragione per prolungare una vita che non era più la sua. Si ammalò, semplicemente. E rifiutò di curarsi, lasciandosi morire.

I versi del Manzoni furono tradotti in tedesco da Johann Wolfgang von Goethe, a testimonianza che nell’intellighenzia europea il mito dell’eroe romantico che si era fatto imperatore superava di gran lunga qualsiasi sentimento negativo verso il condottiero che aveva insanguinato un continente per vent’anni. Ma la storia di Napoleone non era finita qui. Giudicato pericoloso da morto quanto lo era stato da vivo, le sue spoglie erano state in un primo tempo inumate nel cimitero di Sant’Elena, e lì sarebbero dovute rimanere di comune accordo tra la restaurata monarchia francese e le altre teste coronate europee.

Ma la rivoluzione liberale del 1830 di Luigi Filippo d’Orleans rimise in discussione molto, se non tutto. E permise alla Francia di tornare ad esprimere liberamente i propri veri sentimenti. L’opinione pubblica chiese a gran voce il ritorno dell’Imperatore a casa. Fu avviato un processo che consentì, dieci anni dopo, il reimpatrio della salma e la sua tumulazione nella cripta della chiesa parigina di Saint Jerome.

L’ultima e definitiva dimora attendeva tuttavia l’imperatore a Saint Louis des Invalides, dove riposa tutt’ora in un apposito mausoleo, e dove fu condotto nel 1861 con una cerimonia che destino volle fosse presieduta da un altro Imperatore del suo nome. Che, con un gesto romantico e che nello stesso tempo riassumeva in sé il sentimento di una intera nazione, aveva assunto la numerazione di Terzo in omaggio al figlio del Primo, l’Aiglon morto in prigionia a Schonbrunn. Come dire: non erano Napoleone Bonaparte e la sua discendenza l’incidente nella storia europea, ma piuttosto il Congresso di Vienna ed il suo meschino e temporaneo tentativo di restaurare un mondo che ormai da quella storia era fuori. Per volontà delle Nazioni.

Il mausoleo di Napoleone a Saint Louis des Invalides a Parigi

Il mausoleo di Napoleone a Saint Louis des Invalides a Parigi

I sogni, o timori, di un revanscismo francese si reincarnavano dunque, almeno fino alla sconfitta di Sedan contro i Prussiani, nel nipote di Napoleone Bonaparte, figlio del di lui fratello Luigi a suo tempo re d’Olanda.

Nella tomba agli Invalides, intanto, avrebbe alla fine riposato con il padre anche il figlio, l’Aquilotto traslato dalla Cripta dei Cappuccini di Schonbrunn a Parigi nel 1940 per volontà nientemeno che di Adolf Hitler. Il dittatore tedesco, nell’ora del trionfo e dell’umiliazione del nemico francese, aveva forse in tal modo inteso omaggiare così il suo stesso archetipo, di cui peraltro avrebbe finito per seguire le tracce ed il destino, con la stessa determinazione ed assenza di scrupoli, fino nella sconfinata e fatale steppa russa.

Qui sopra: il trailer del capolavoro cinematografico di Abel Gance, Napoleon (1927), di recente restaurato

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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