Then you look at me

di Simone Borri

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Dagli archivi della U.S. Robotics, il robot modello NDR-114 che un giorno sarebbe stato conosciuto come Andrew Martin risultava essere stato acceso alle 17,00 del 3 aprile 2005.

Poche ore prima di compiere 200 anni, il 3 aprile 2205 il segretario delle Nazioni Unite gli annunciò che la sua domanda di riconoscimento della sua appartenenza alla razza umana era stata finalmente accolta. E Andrew Martin poté finalmente coronare il suo più grande desiderio, pochi istanti prima di chiudere gli occhi per sempre: morire da essere umano come aveva sempre sognato. Perché era proprio quello che dava un senso alla sua vita. Poter finalmente morire.

Robin William, “L’Uomo Bicentenario”

Robin William, “L’Uomo Bicentenario”

Il 6 aprile 1992, tre giorni dopo ma più di due secoli prima, anche il papà di quel robot diventato umano aveva chiuso gli occhi per l’ultima volta. Isaac Asimov se lo portò via un arresto cardiaco a seguito di una normale operazione di bypass, causato dal deperimento del suo organismo indotto dal terribile virus Hiv. Il male del ventesimo secolo per eccellenza, da lui contratto grazie ad una normale trasfusione di sangue. Una beffa imprevedibile perfino per la sua infallibile psicostoriografia, qualcosa che – per dirla con Shakespeare – neanche tutta la sua fantascienza aveva saputo immaginare.

Per onorare la memoria del maestro e della più grande delle sue storie, quella della più umana delle sue creazioni, il robot positronico battezzato Andrew dalla famiglia Martin che l’aveva acquistato e messo in funzione, il brano di oggi non può essere che questo.

«Per seguire il proprio cuore, Uno deve fare la cosa sbagliata»

«Preferisco morire come un uomo, che vivere per l’eternità come una macchina»

(L’Uomo Bicentenario, Isaac Asimov, 1976)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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