La Liberazione

di Simone Borri

25aprile200425-001

Per più di settant’anni abbiamo considerato il 25 aprile come una delle nostre date fondanti, costituenti. Come il 4 luglio per gli americani ed il 14, sempre di luglio, per i francesi. Non è mai stato così, è un giorno divisivo, come lo furono i sentimenti che portarono al compiersi degli eventi che lo caratterizzarono, e poi in seguito alla sua celebrazione. E’ un giorno assai strumentalizzato, da tutte le parti. Non ci ha mai uniti, anche perché come popolo è difficile trovare qualcosa che ci unisca.

C’é poco da fare, l’americano si mette la mano sul cuore a sentire Star-Spangled Banner, l’inno nazionale. Il francese si commuove e si mette a cantare a squarciagola sulle note della Marsigliese. L’italiano, nei centosessant’anni quasi in cui si è considerato nazione oltre che popolo, qualcosa per cui sentirsi un tutt’uno con i suoi connazionali ancora l’ha da trovare.

Eppure, quel 25 aprile di settantacinque anni fa qualche illusione in tal senso la dette. Quella mattina diversi cerchi sembrarono andare a quadratura. I tedeschi erano finalmente in rotta, a Milano Mussolini organizzava l’ultima fuga e la Wehrmacht trattava la resa con alleati e partigiani. Bologna era libera da quattro giorni, Genova da due, Venezia avrebbe dovuto aspettarne altri cinque soltanto perché era la direttrice principale di fuga dei nazisti, con il Brennero ormai reso insicuro dalla presenza dell’Armata Rossa sovietica in Austria.

Le condizioni di resa furono semplici, come lo erano state in tutto il mondo. Arrendersi o perire, questo gridò Sandro Pertini davanti al Municipio milanese, questo misero in atto le brigate partigiane un po’ ovunque, a rischio anche di eccedere a volte. Come nel caso del deposto Duce, che fu giustiziato sommariamente tre giorni dopo, e che chissà quali e quanti segreti portò con sé nella tomba.

A sera, la guerra mondiale e quella partigiana erano finite. Nel frattempo, americani e russi si erano incontrati sull’Elba, ancora alleati e non ancora nemici. Resisteva solo Berlino ed il bunker di Hitler, fino al pomeriggio del giorno 30. La mattina dopo la bandiera rossa fu issata sul Reichstag. Ci vollero altri sette giorni perché una qualche rappresentanza tedesca andasse a firmare la sconfitta nella guerra nazista. Ci vollero poi altri tre mesi – e le prime bombe atomiche della storia – per far capire anche ai giapponesi che era davvero finita. Il mondo aveva voglia di pace, o almeno di poter dedicarsi a preparare in pace la guerra successiva. Quella tra i vincitori.

Di tutto questo a noi italiani importava, o doveva importare, una cosa sola. La guerra partigiana era stata relativamente effettiva nei suoi risultati, come tutte le guerre partigiane europee del resto. I tedeschi potevano essere battuti soltanto da super eserciti come quello che avevano messo in campo loro: quello americano a ovest, quello sovietico ad est. Ma le brigate partigiane almeno un effetto lo ebbero, se non altro sul dopoguerra. Permisero al nostro paese di rialzare la testa, o perlomeno – come avrebbe potuto affermare De Gasperi alla conferenza di pace – di non doverla tenere troppo bassa. Da principali alleati di Hitler eravamo diventati i principali alleati degli Alleati. E pazienza se l’8 settembre in cui ciò era successo, quello del 1943, non era poi passato alla storia come un modello di efficienza, organizzazione, moralità.

Non avevamo dunque un prestigio pari a quello che i Francesi Liberi di De Gaulle avevano restituito alla Francia, ma insomma i nostri partigiani – almeno quelli che avevano combattuto per la patria e non per un partito – ottennero di poterci avviare nel dopoguerra con una coscienza meno appesantita dai resti di vent’anni di dittatura e da tre di guerra nazifascista.

Poteva essere la nostra mitologia fondante, quella partigiana. Nel bene e nel male. Nel riscatto dalla guerra più odiosa della nostra storia e malgrado gli eccessi che perdurarono a lungo anche dopo la cessazione delle ostilità, da Porzus alla Volante Rossa. Insomma, il 25 aprile poteva e doveva essere un giorno di tutti. La Liberazione era un dono fatto a tutti, da chi ci aveva rimesso la vita soprattutto. E tutti, sotto la nuova Costituzione repubblicana, ci ritrovavamo liberi, senza distinzione. Che l’avessimo voluto o meno. Quel giorno, piuttosto che il 2 giugno, da allora in poi avremmo dovuto sfilare tutti in parata lungo i Fori Imperiali. Tutti insieme, destra e sinistra, reduci e semplici cittadini, vecchi e giovani, uomini e donne. Quel giorno avrebbe dovuto essere l’occasione per sentirci una cosa sola: italiani.

Non è stato così. Fino ad una certa epoca la Liberazione, il 25 aprile, è stata una data da celebrare con enfasi, con retorica, con grande e stucchevole sfoggio di striscioni antifascisti e di bandiere. Tutte meno una: quella tricolore. E’ stata una data da strumentalizzare, soprattutto. Da sinistra, nel tentativo reiterato di una parte di appropriarsi del tutto. I Partigiani non furono soltanto militanti del partito comunista, ma furono soprattutto questi ultimi, allora come in seguito, a tentare di appropriarsi dei meriti e delle eredità della Resistenza. Da destra, il timore di questa egemonia culturale e politica ha provocato sistematicamente la reazione contraria: la Resistenza? È meglio che non se ne parli, perché come si nomina ecco spuntare fuori la falce ed il martello! O quei simboli che oggi li hanno sostituiti.

Passato il periodo in cui erano ancora tanti quelli che avevano vissuto l’epoca dei fatti e ne avevano memoria personale prima ancora che storica, è rimasta la routine della liturgia antifascista celebrata a fini di parte. Nessuno ha idea o immagina più che cosa fecero un Giorgio Bocca o un Leo Valiani, per dirne due dei più famosi, ma tutti si sentono pronti e patentati per dare del fascista a chi non la pensa come loro, e magari l’unica cosa per cui hanno mai militato è un Centro Sociale. Con buona pace di chi è morto perché le generazioni seguenti avessero la libertà di pensarla come pareva loro. Non come pareva a pochi.

Fino all’anno scorso, bene che andasse il 25 aprile è stata una giornata da trascorrere il più sottotraccia possibile, anche per non mettersi a ridere di striscioni che inneggiano all’antifascismo con slogan che più fascisti non si può. Come quelli di una sempre più anacronistica A.N.P.I., i cui iscritti ormai sono tutti donne e uomini nati dopo il 1945, in compenso con una idea dell’Italia dove o si fa come vogliono loro oppure guai.

Ma la storia ogni tanto viene in soccorso dei popoli, anche se lo fa a volte scegliendo vie traverse. Quest’anno il popolo italiano avrebbe una occasione, l’ennesima, di ricompattarsi dietro ad un ideale di libertà, che matura guardacaso a ridosso della scadenza della Liberazione. Il coronavirus e lo stato di emergenza governativo è riuscito in pochi mesi là dove regimi ben più all’apparenza autoritari impiegarono anni: a mettere a casa tutta la nazione senza che gli individui abbiano più, de facto, diritti costituzionali di alcun genere. A Giuseppe Conte è stato consentito di fare ciò per ottenere cui tra rossi e neri si legnarono per le strade d’Italia per diversi anni, prima che un regime dittatoriale potesse dire di essersi stabilito nel nostro paese. L’avvocato del popolo, invece, ha messo il popolo agli arresti con un paio di ordinanze giustificate soltanto dal presupposto tutt’altro che scientifico che non bisogna respirarsi addosso l’un con l’altro.

Ecco, la giornata della Liberazione che si celebra oggi dovrebbe trascorrere – in maniera inedita e tuttavia beffardamente a proposito – nelle case trasformatesi per gli italiani in arresti domiciliari. Le marce pacifiche che si annunciano da più parti sarebbero in teoria organizzate in violazione di ordinanze governative aventi forza di legge. Lungi da noi l’incitamento alla illegalità verso chicchessia. Ma ci sembra tuttavia che le cose siano andate un bel po’ troppo avanti, e che sarebbe il caso che oggi chi se la sente, può, deve uscire lo facesse munito di idonea e specifica certificazione. Barrare alla voce: recupero di libertà costituzionale.

Per settantaquattro anni il 25 aprile ha avuto un senso distorto, quando non ne ha avuto proprio. Quello di oggi, anno di grazia 2020, potrebbe averne finalmente uno che assomigli a quello che gli avevano dato i nostri nonni e padri, il giorno che poterono deporre quel fucile che per due anni era stata la loro unica certificazione, il loro unico titolo ad uscire di casa. In cerca della perduta libertà.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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