Decameron – Decima giornata

di Simone Borri

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Cade di martedì ed è sotto il regno di Panfilo. Si narra sui temi della liberalità e della magnificenza, di chi con cortesia e magnanimità ha avuto avventure d’amore o d’altro genere: «Sotto il reggimento di Panfilo si ragiona di chi liberamente o vero magnificamente alcuna cosa operasse intorno o’ fatti d’amore o d’altra cosa»

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Il primo giorno dopo l’Ordinanza la gente uscì ancora di casa, credendo di andare a incontrare di nuovo il mondo che si ricordava di aver lasciato fuori del portone. Senza sapere che nella notte quel mondo si era volatilizzato per sempre. Era morto, e niente e nessuno l’avrebbe resuscitato. Stavolta nemmeno Cristo avrebbe fatto il miracolo.

I veicoli non circolavano. C’era un silenzio irreale, ed un’aria pesantissima, nonostante fosse quasi primavera ed il pallido sole del mattino cominciasse un po’ a scaldare. Ma era livido, a ben guardare. Per niente rassicurante, come del resto la vista delle persone che camminavano in modo strano, guardinghe, guardandosi di sbieco. Niente sorrisi, sguardi amichevoli o quantomeno i soliti più o meno ipocriti convenevoli. Si usciva di casa per capire che cosa ci aspettava, e se era vero che da quel momento ognuno era solo a pensare a se stesso. Ognuno per sé e Dio contro tutti, come aveva detto quel vecchio scrittore? O era un regista?

GeorgeRomero200407-001

I vecchi avevano uno sguardo serio e quasi rassegnato, che veniva da lontano. Pochissimi ricordavano gli ultimi giorni dell’ultima guerra e quelli della ricostruzione. Quasi tutti sapevano tuttavia che in una crisi come questa la prima cosa a saltare via è la vernice di civiltà che ci siamo spalmati addosso con gran voluttà e poco discernimento per decenni. Homo homini lupus, è lo stato di natura. Fa’ che mi manchi il pane, anche un solo giorno, ed assaggerò la tua carne. E ti giuro, la troverò gustosa.

Non l'avete letto? E' il momento di farlo. Adesso.

Non l’avete letto? E’ il momento di farlo. Adesso.

I giovani avevano lo sguardo solito. Quello di chi non si può meravigliare di nulla perché ogni giorno la vita è meravigliosa per default. Non può succedere niente che tu non abbia già visto alla playstation, tutto dipende semmai da quanti punti hai fatto e da quante vite ti rimangono. Per passare al livello successivo ci sono un sacco di eventi da affrontare e di boss da sconfiggere. Ma male che vada, se non è oggi è domani, e c’é sempre il tasto reset, la ditata, per ricominciare il livello e fare meglio. Che ci può essere di diverso fuori di casa, in mezzo alla gente vera, che sembra tra l’altro molto meno affascinante e molto peggio disegnata rispetto alla grafica dell’ultimo gioco di successo? E poi, sai che c’é? A tavola si mangia, magari un po’ troppo presto, la mamma mette nel piatto quando ancora la sparatoria o il livello non sono terminati, e tocca sempre litigare e vociare «un attimooooo, e che cazzoooooooo» (papà ha smesso da tempo di tirare ceffoni, a titolo di sintetica ma quantomai efficace risposta). Internet funziona, magari è più lento perché ora ci sono attaccati anche il cane ed il gatto. Scuole ed università sono chiuse, che figata. La vita è meravigliosa, e non sarà certo oggi che smetterà di sembrarlo.

Quelli di mezza età avevano uno sguardo indefinibile. Molti si ricordavano le domeniche dell’austerity, le targhe alterne, la crisi dell’insalata di Chernobyl, perfino la chiusura forzata della manifattura tabacchi. Crisi e crisette, che andavano e venivano senza darti il tempo di pensare davvero che questo nostro mondo a metà del guado tra old e new economy potesse andare davvero in crisi. Lasciandoti di tempo solo quello necessario e sufficiente a temerlo, infinitesimale come un messaggio subliminale o come un richiamo del subconscio durante il sogno ad occhi aperti o chiusi.

ResidentEvil200407-001

Questa era la gente che incontravo per strada, quel primo giorno. Non ho mai amato il mio prossimo, né ne ho avuta mai grossa stima. Ma vederlo così malridotto dopo pochi minuti di vigenza dell’Ordinanza e di esistenza del Mondo Nuovo mi faceva stringere lo stomaco. Non mi sono mai goduto la tanto decantata empatia di molti verso la propria razza, quella umana o presunta tale. Mi ritrovavo invece di colpo a temere quella luce che tutti, vecchi, giovani e della mia età, avevano indistintamente negli occhi. La luce di chi ti può saltare alla gola da un momento all’altro. Basta solo che ne abbia il motivo o l’impulso, anche il più futile. Basta solo che abbia appena trovato il suo negozio preferito chiuso, e tu ti pari davanti a lui nel momento sbagliato.

Tornai a casa senza arrischiarmi verso i supermarket. Avevo delle provviste, e le voci che giungevano dal più vicino di essi non erano rassicuranti al punto tale da farmi desiderare di tentare una sorte che d’improvviso si era fatta estremamente incerta. Il Grande Governatore aveva detto, e poi scritto e fatto notificare al popolo, che i supermercati sarebbero stati costantemente riforniti di generi alimentari, e che la gente poteva starsene tranquilla a casa. Come avrebbero fatto quei generi a trasferirsi dal supermercato alla propria abitazione era un dettaglio non chiaro. Intuii che l’avremmo chiarito ben presto. Le voci parlavano di code chilometriche e di risse che scoppiavano con la facilità di un petardo acceso la notte di Capodanno.

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Il Grande Governatore aveva ordinato di stare a casa. Il Morbo lo richiedeva. Fino a quel momento tutti ci avevano chiesto di tutto, dal Continente alle sue poco benevole Istituzioni. Adesso parlava soltanto il Morbo, e con lui ed attraverso di lui la paura di altri morbi terribili del passato che non si era mai sopita, passando intatta come un’eredità da una generazione all’altra.

La paura agì su ognuno di noi in modo diverso, ma egualmente devastante. Ci fu chi si chiuse in casa da subito, maledicendo il resto del genere umano che non faceva altrettanto (una maledizione pandemica, visto che riguardava circa 7 miliardi di persone). Ci fu invece chi si riversò in strada a fare provviste e cogliere occasioni, anche se magari di provviste e dei proventi di occasioni colte ne aveva già a sufficienza in casa, oppure proprio perché dopo soli due giorni ne era già agli sgoccioli.

Ai supermercati, la situazione degenerò in fretta. Ci furono duelli, assalti, linciaggi. Ci si feriva e si moriva più che negli ospedali, presi d’assalto anche quelli da malati veri o immaginari. Senza cibo e senza medicine, la creatura umana ritornò bestia ancora più in fretta. Il secondo giorno non mi azzardai nemmeno ad uscire. Sentivo ululati provenire dalle strade più distanti. Che razza di Morbo poteva aver prodotto questo regresso di civiltà? Questo Pianeta delle Scimmie, questa Notte dei Morti Viventi nella cui sceneggiatura si stavano trasformando la vita ed il mondo che conoscevo da sempre?

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La notte, ancora rumori sinistri, striscianti o fragorosi, frammisti a versi che di umano non avevano più nulla e a bagliori di fuochi che non avevano più nulla di elettrico, mi tennero sveglio e preoccupato fino alle luci dell’alba. Quando un silenzio irreale, di cui non mi accorsi subito finché non mi risuonò a modo suo intollerabile nelle orecchie, calò di colpo su quella parte di mondo in cui l’Ordinanza mi aveva relegato.

Il terzo giorno dovetti uscire. Avevo bisogno di cibo fresco, e mi risolsi a mettere il naso fuori. A rischio di diventare io stesso cibo per qualche altra creatura disperata come me, per quanto ne sapevo.

Silenzio. Inquietante, pesantissimo, soffocante silenzio. In cui mi immersi per nulla sicuro del mio coraggio e dei miei nervi, scendendo le scale del mio palazzo. Come un sub che si immerge in acque talmente scure da ridurne la più salda determinazione a tremebonda irrisolutezza, arrivai ad aprire il portone, l’ultimo diaframma tra me e l’ignoto che aveva sostituito la società di cui avevo fatto parte.

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Orrore. Fuori non c’era più anima viva. E lo dico in senso letterale. Viva. Per la strada, fin dove potevo vedere, cataste di esseri inanimati, alcuni carbonizzati, altri dilaniati, altri ancora fatti a pezzi in modi che non me la sentivo proprio di approfondire. Mi ero perso la fine del mondo, chiuso in casa com’ero stato per un giorno e due notti. Mi restava tra l’altro da capire come mai, all’apparenza, ero sopravvissuto soltanto io.

Mi decisi a muovere qualche passo addentrandomi in quell’orrore che una volta era stata la mia città. Verso il luogo che, immaginavo, una volta era stato il mio supermercato, e adesso chissà cos’era….. Chissà che tipo di cibo forniva, a chi era in grado ancora di cibarsi.

Camminavo da solo nel silenzio, nel deserto, nell’aria resa greve dal fumo di incendi vicini e lontani, dall’odore del sangue e di altre cose che la morte si porta dietro.

Un tempo, la razza umana aveva considerato la lettura un passatempo raffinato per menti nobili. A quell’epoca, ero stato un appassionato cultore di quel passatempo. I libri erano stati miei compagni d’avventura molto più degli umani. Senza poter immaginare che un giorno si sarebbero riaffacciati alla mia coscienza ed al mio intelletto sconvolti, mostrandosi come l’unica cosa in grado di dare un senso ai miei passi nel deserto di quel dopo Apocalisse in cui mi ero risvegliato, il terzo giorno dopo l’Ordinanza.

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E così, come in un flashback o in un video sapientemente montato da un bravo regista con pezzi di altri video, mi ritrovai a camminare come Robinson Crusoe nell’isola apparentemente deserta in cui Daniel Defoe l’aveva fatto naufragare. Pochi passi dopo ero Greg Preston, il primo dei Sopravvissuti che si risveglia vivo dopo il diffondersi sul pianeta della Sindrome Cinese ideata da Terry Nation per la BBC. Pochi passi ancora, ed ero Robert Neville, vagavo per le strade della New York in cui Richard Matheson mi aveva collocato facendomi sopravvivere al Morbo e facendo di me Leggenda, ed in cui a parte me non si aggirava anima viva, a meno di non considerare anime quelle delle creature bestiali che ringhiavano sommessamente nel buio, aspettando di poter saltarmi addosso e fare fuori anche me, l’ultimo degli esseri umani.

Neanche il tempo di pensarlo, e mi accorsi subito che rispetto a Neville….mi mancava qualcosa. O qualcuno.

Fu allora che lo trovai.

Nei giorni frenetici e assurdi che avevano preceduto l’Ordinanza, si era diffusa tra le menti contorte e stravolte di una razza umana già in procinto di vanificare migliaia di anni di evoluzione, la credenza che i nostri animali domestici e d’affezione, cani e gatti, fossero portatori del Morbo. Abbandonati, scacciati a calci, perseguitati e in molti casi – per fortuna l’avevo solo sentito dire e mai visto di persona –  abbattuti e sterminati, li avevo visti sparire dalla scena, dal fianco degli umani dove erano vissuti fino a poco prima che quegli stessi umani impazzissero, rivoltandosi verso di loro ed i loro sguardi ancora impagabilmente fiduciosi.

RichiamoForesta200407-001Uomini e bestie si erano improvvisamente scambiati i ruoli. Gli animali, più intelligenti alla prova dei fatti, si erano ritirati in disparte mettendosi forse in salvo, in attesa di capire se avrebbero ereditato la Terra dopo la fine di quella razza che aveva cercato di renderla invivibile in tutti i modi, fino al tradimento finale.

Sapevo che c’erano ancora, cani e gatti e tutti gli altri erano da qualche parte. Lo sentivo.

Ne ebbi certezza soltanto quando lo vidi. In un angolo, al riparo dei resti di un giardinetto condominiale. Lo sguardo smarrito di un cucciolo che forse ha perso la mamma da poco, comunque troppo presto. Lo sguardo speranzoso di chi crede ancora che l’uomo che ti si avvicina circospetto possa essere un padrone o un compagno affettuoso. Lo sguardo di chi comincia ad avere fame, una fame da lupacchiotto, e nessuna idea ancora di come soddisfarla.

Oliver200407-001Ero stato spesso un gattaro, nella mia vita passata. Con i cani avevo poca esperienza e dimestichezza. Ma quando lo vidi, quel gap fu colmato in un attimo. Lui mi si avvicinò scodinzolando, uscendo dalla tana di frasche in cui aveva cercato riparo. Io allargai le braccia e lo presi con me. Ci scegliemmo a vicenda, in un attimo. E siccome, secondo le vecchie usanze, ero io quello che doveva dare un nome all’altro, lo chiamai Felix Leo. Il primo esperimento di cane & gatto assemblati insieme in una sola creatura.

Da quel momento il destino del mondo ebbe un senso diverso per me. Con il mio fedele compagno, a partire dal quarto giorno, ci disponemmo a cercare una nuova casa al di fuori di quella città dove la razza umana imputridiva e si dissolveva, come i dinosauri scheletriti di un’altra era precedente.

LionKing200407-002Da qualche parte dove poter ricominciare. Io e lui, senza più bisogno di stabilire chi è l’animale e chi è l’umano. Amici e basta, che condividono tutto, dal cibo ai sentimenti. Che la notte dormono affiancati, per darsi calore. Che di giorno camminano affiancati, per darsi coraggio.

Ringrazio l’Ordinanza. Ringrazio il mio prossimo che per quanto ne so l’ha presa sul serio alla lettera. Talmente sul serio da farne il proprio certificato di morte. Lasciando a me e a Leo, che promette di diventare il miglior amico della mia vita, un mondo nuovo da colonizzare. Da plasmare a nostra immagine e somiglianza, come dèi che stavolta non saranno fraintesi.

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Se incontrerò altri miei simili, chiederò al mio amico cosa ne pensa. Se sarà il caso di avvicinarli, e di metterli a parte della nostra storia. Robinson e Venerdi, Neville ed il suo cane, Io e Leo.

Un mondo nuovo.

Va bene così.

Andrà tutto bene.

Più conosco gli uomini e più amo gli animali” (Madame De Stael)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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