La libertà

di Simone Borri

Giorgio Gaber

Giorgio Gaber (Milano, 25 gennaio 1939 – Montemagno di Camaiore, 1º gennaio 2003)

Tira una brutta aria da respirare, bruttissima. E non c’é mascherina respiratoria che tenga. Saranno anche essenziali per la nostra sopravvivenza fisica, semmai ne discuteremo più avanti, ma le ordinanze governative che restringono e di parecchio i diritti individuali rischiano di essere letali per la nostra sopravvivenza come cittadini di uno stato democratico. E come spesso è successo nella storia moderna, rischiano di farlo con la completa acquiescenza del popolo in nome di cui dicono di agire e provvedere.

Provate ad esprimere un pensiero che non sia in linea perfetta con quello della maggioranza (o di chi dice di parlare in suo nome), del politicamente corretto ai tempi del coronavirus, dell’idem sentire di chi è stato travolto da una antica e mai del tutto sconfitta paura. Verrete linciati, e non necessariamente in senso metaforico. La polizia arriverà a cose fatte.

Stiamo abituando il nostro governo a governare con la Costituzione sospesa a tempo indeterminato, e noi stessi ad uniformarci proferendo quell’unica parola che distrusse il mito di Garibaldi: «Obbedisco».

Stiamo dicendo addio e senza troppi rimpianti alle nostre libertà, così faticosamente conquistate da nonni e babbi che avevano di fronte ben altra bestia che il Covid19, che mangiavano quando la tessera annonaria lo prevedeva, e non la fame che avevano. Che quello che pensavano e sentivano non lo potevano dire mai, almeno fino al giorno in cui, con le scatole piene e lo stomaco vuoto, presero il fucile in mano e parlarono con quello.

Ci siamo abituati da tempo anche a scambiare quella dei social network per la nostra realtà vera, e non virtuale. Non bastava il nostro governo, ci siamo consegnati mani e piedi ad un ragazzetto che sta in California, bravo quanto si vuole con i bites e gli algoritmi, bravo soprattutto a fare soldi, ma con una coscienza ed un quoziente di intelligenza complessivo da far rimpiangere il Grande Fratello di Orwell. Lo abbiamo temuto per tutto il ventesimo secolo. Quando è arrivato, nel ventunesimo, ha dimostrato di essere soprattutto un Grande Mediocre.

Mark Zuckerberg, il cervello è un insieme di algoritmi

Mark Zuckerberg, il cervello è un insieme di algoritmi

Ci stiamo piegando al Fascismo 2.0, senza combattere. Anzi, chiediamo scusa al Fascismo per averlo paragonato a questa dittatura mediatica dei social network. Chi aderì ai fasci di combattimento spesso lo fece per motivazioni ideali, non necessariamente condivisibili ma comunque rispettabili, come tutte le motivazioni ideali. Questa comunità virtuale di Facebook e delle altre piattaforme social non ha altre motivazioni che l’arricchimento personale di pochi e la ricerca di quel conformismo che dà sicurezza da parte di molti. In un tempo in cui anche le chiese restano chiuse per il coronavirus (come fecero al tempo della Peste Nera, del resto), il condominio virtuale allestito da Zuckerberg & c. appare molto accogliente. Non è stato Giuseppe Conte a metterci tutti a casa. Ci siamo messi da soli, e da tempo. Il cervello, semmai, l’abbiamo lasciato in cantina, nell’indifferenziata.

GiuseppeConte200315-001Il brano di oggi è un brano di altri tempi e forse per altri uomini e donne. Giorgio Gaber lo compose al principio degli anni 70, quando la fragile ed imperfetta democrazia italiana del dopoguerra sembrava di nuovo a rischio. Quando ci si poteva illudere che nuove forme di democrazia fossero comunque possibili, attraverso la partecipazione popolare. Democrazia diretta, Gaber non poteva sapere che l’onda lunga di questa nozione avrebbe aperto la strada a storture peggiori del male da combattere, come quella dei 5 Stelle e delle loro piattaforme Rousseau. L’ultima bestemmia prodotta dallo (scarso) ingegno umano prima che il Covid19, il CoronaVAIRUS, arrivasse a piallare tutto, trovando la strada già spianata dal Grillo parlante.

Ma Gaber era una persona per bene oltre che un grande cantautore, e pensava e cantava in buona fede con le nozioni del suo tempo. Adesso, oltre a restare chiusi in casa, tocca sorbirsi al massimo le boiate e i sorrisini di Fiorello. O di chi per lui e addirittura ancor meno di lui.

Buon ascolto e buona riflessione.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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