La Dama di Ferro

di Barbara Chiarini

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Il diciannovesimo secolo è un periodo storico straordinario, in cui lEuropa è interessata da profondi mutamenti socio-economici. Siamo nellepoca del Romanticismo e della Rivoluzione Industriale, che in architettura si traducono da un lato nella tendenza al recupero del passato e dallaltro nel desiderio di sperimentare i nuovi materiali prodotti dalle moderne industrie.

E’ questo il contesto nel quale si sviluppano nuove tecniche di progettazione e costruzione utilizzando materiali quali il ferro e il vetro, fino ad allora mai neppure lontanamente considerati idonei per questo uso.

Il maggiore esempio di questa sperimentazione è a tutti noto e si trova a Parigi. Stiamo parlando della Tour Eiffel che, con i suoi 324 metri, rappresenta il monumento più alto della città, visibile da ogni sua parte. Piaccia o no, è divenuta la cartolina della Francia nel mondo.

La critica l’ha sempre contestata, fin dagli anni della sua costruzione: furono infatti numerosi i cittadini e gli artisti che manifestarono il loro dissenso, battezzandola in maniera sarcastica  l’Asparago di Ferro!

Pensate che lo scrittore Guy de Maupassant divenne, paradossalmente, un frequentatore assiduo di uno dei ristoranti della torre poiché, ironicamente,  quello era l’unico punto dal quale si riusciva a non vedere quell’ «orribile mostro d’acciaio».

Expo1889-190331-001Concepita per l’Esposizione Universale del 1889, (al fine di esprimere con la sua immagine il progresso scientifico e tecnologico) e destinata a vita breve, la Tour Eiffel finì invece col diventare l’elemento cardine dello skyline di Parigi, nonché il simbolo incontrastato della grandeur francese.

Oggi i suoi concittadini la chiamano con molto rispetto la Dame de Fer ( la Signora di Ferro) e, in effetti, questo nome le si addice.

La Francia allora era in forte mutamento: il definitivo tramonto dell’Impero e l’avvento della Terza Repubblica (18701940) stavano segnando l’inizio di una stagione di riforme istituzionali e sociali, destinate a plasmare la futura identità dello Stato e a farne un modello di democrazia universale. Ciò si tradusse anche in un risveglio del sentimento nazionale che toccò l’apice con l’adozione de La Marsigliese come inno ufficiale (1880).

Sul piano scientifico, Parigi divenne un banco di prova per le importanti scoperte che si susseguirono  assai velocemente, quale risultato della seconda rivoluzione industriale (1870-1920). Dall’utilizzo dell’elettricità all’introduzione dell’acciaio, dal perfezionamento dei sistemi di trasporto (quali tram e metropolitane) alla scoperta di nuove forme di comunicazione come il telefono (brevettato dallo scozzese Alexander Graham Bell nel 1876).

Un primato che la capitale transalpina contendeva in quel periodo a Londra e che le venne riconosciuto ufficialmente quando si prese la decisione di organizzarvi l’Expo del 1889. Un evento di prestigio che, tra l’altro, veniva a coincidere con una scadenza di enorme valenza storica: il centenario della Rivoluzione Francese. Per questo il comitato organizzatore si predispose a fare le cose in grande.

Per l’occasione, oltre alla Tour Eiffel, vennero costruite diverse strutture, tra cui il Grand Dôme Central di Joseph Bouvard, utilizzato per l’esposizione di gioielli, profumi e tessuti, la Galerie des Machines e una ricostruzione della Bastiglia.

La Statua della Libertà nel 1886 a Parigi, prima di essere smontata e inviata a New York

La Statua della Libertà nel 1886 a Parigi, prima di essere smontata e inviata a New York

Con un budget a disposizione di 41 milioni di franchi (ottenuti tra fondi statali, prestiti bancari e ricavati di una lotteria), si progettarono una serie di interventi urbanistici e di grandi opere tese da un lato a celebrare la gloriosa storia della nazione, dall’altro a incarnare le idee di progresso e modernità. Entrambi gli aspetti proiettarono la mente a qualcosa che era avvenuto recentemente negli Stati Uniti d’America.

Il 28 ottobre del 1886, su un isolotto della baia di New York, era stata inaugurata la Statua della Libertà, un simbolo di autodeterminazione e di tecnica moderna che nascondeva un’anima tutta francese: infatti, lo scheletro in metallo che reggeva l’imponente struttura era stato realizzato dall’architetto francese Gustave Eiffel. E proprio su di lui cadde dunque la scelta allorché si trattò di dare l’incarico per erigere una torre nell’area compresa tra il Ponte Di Iéna e i giardini di Campo di Marte, dove avrebbe avuto luogo l’Expo.

I lavori iniziarono nel 1887, impegnando 50 ingegneri e circa duecento operai, impiegati nel montaggio dei 18.030 pezzi in ferro (fissati tra loro con circa 5.000.000 di bulloni) occorrenti alla costruzione della torre. Due anni più tardi, l’opera venne completata con più di un mese di anticipo rispetto all’apertura dell’Expo e quindi inaugurata il 31 marzo. Un tempo record conseguito a dispetto delle forti critiche che erano venute dal mondo letterario e artistico locale. Pensate che poeti del calibro di Arthur Rimbaud o di Paul Verlaine definirono il progetto un «inutile e volgare affronto all’armonia architettonica di Parigi», arrivando a firmare una petizione per bloccarne i lavori.

TourEiffel190331-002 Ma l’entusiasmo e soprattutto i numeri dei primi visitatori (circa due milioni) accorsi durante l’Esposizione Universale dettero torto ai contestatori. La gente venne rapita dalla linea elastica e avveniristica della torre, tinta all’epoca di rosso veneziano, che con i suoi 324 metri di altezza (antenna compresa) conquistò il primato di edificio più alto del mondo (titolo conservato fino al 1930, anno in cui fu completato il Chrysler Building di New York).

Nel progetto iniziale, la Torre Eiffel doveva essere una struttura effimera, come molte delle altre realizzate per l’Expo. Il contratto prevedeva chiaramente che fosse demolita al massimo 20 anni dopo la sua realizzazione. Anche per questo motivo il progetto aveva tenuto conto delle esigenze di demolizione, come chiesto dal Comune di Parigi. La struttura era però diventata a quel punto molto conosciuta, i parigini si erano abituati alla sua presenza e, grazie alla sua altezza, dava un ottimo servizio come ripetitore per le comunicazioni radio.

Lo stesso Gustave Eiffel, il quale in principio non aveva avuto altra ambizione se non quella di celebrare con la sua costruzione i progressi della tecnica, si sentì obbligato a trovare delle utilità scientifiche alla sua Torre: quindi contribuì ad alcune ricerche che si conclusero con l’installazione di un barometro, di un parafulmine e di un apparecchio per la radiotelegrafia. Sulla base di queste considerazioni, le autorità parigine decisero di mantenere in piedi la Tour Eiffel.

Gustave Eiffel

Gustave Eiffel e i suoi “giganti di ferro”

Poi, come fu per tutti i parigini, anch’egli se ne innamorò al punto tale da volersi ricavare una piccola camera ad uso privato, proprio in cima: da lì fu solito ammirare il tramonto, fino alla fine dei suoi giorni. Se siete saliti all’ultimo piano, l’avrete sicuramente vista: è quella saletta in cui è esposta la riproduzione in cera dell’ingegnere francese in compagnia di Thomas Edison e della figlia Claire.

Ritinteggiata diversamente nel corso degli anni (dal giallo al beige, all’attuale “Marrone  Eiffel”), la Torre è oggi il monumento a pagamento più visitato al mondo: un vero e proprio riscatto con il quale la Dama di Ferro ha stabilito con charme, il suo ruolo di primadonna.

Rimane per questo una delle mete più affollate al mondo, con 8 milioni di persone che ogni anno non vedono l’ora di salire i 1665 scalini oppure di montare sui due ascensori trasparenti per poter entrare nel vivo della torre, con i suoi ristoranti, le boutiques e  la vista  che si può godere dall’ultimo piano, che è decisamente mozzafiato.

Il suo fascino è ormai consolidato da 131 anni di fotografie, occhi sgranati e bocche aperte, sia di giorno che di notte.

La Signora gode da molti anni di una illuminazione notturna dorata, messa in servizio il 31 dicembre 1985 e che a tutt’oggi impiega oltre 350 proiettori da 1.000 watt cadauno, oltre 22.000 lampadine e 900 luci di festa: che sia per migliorare il suo aspetto o per mettere in evidenza la sua innegabile bellezza, consiglio a tutti di godersi lo spettacolo, senza chiedersi  troppi …puorquoi!

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Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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