Diario del coronavirus – Giorno 2

di Simone Borri

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«E’ tutto sotto controllo», dice Giuseppe Conte alla televisione la sera della prima di una serie di conferenze stampa che presto diventeranno il momento più atteso dell’intero palinsesto televisivo.

GiuseppeConte200313-001Con il consueto charme con cui ha fatto strage di cuori in tutta Europa, dalla Merkel alla Von der Leyen che ancora sembrano pendere dalle sue labbra e paiono disposte a prestare all’Italia un credito che se non è economico è almeno umorale, il presidente del consiglio cerca di replicare la consueta magia ponendosi come l’ultimo dei latin lover (verso le signore della UE) ed anche l’ultimo degli affabulatori (verso i suoi concittadini). Vorrebbe minimizzare come ha fatto con tutte le difficoltà in cui versa l’Italia da quando si è affacciato alla scena politica. Ma stavolta si vede subito che gli riesce male, l’audience è distratta dalle voci lontane che filtrano dall’Asia, dai primi appelli dei medici che stanno studiando il nuovo virus, dalle opposizioni che gli danno ancor meno tregua del solito.

FedrigaZaiaFontana200313-001La scena gli viene rubata facilmente un po’ da tutti, a cominciare dai governatori del Lombardo-Veneto e del Nord-est che intenderebbero andare a Roma a presentargli le loro giuste rimostranze e le loro (col senno di poi) fondate preveggenze e preoccupazioni. Tornano nel Lombardo-Veneto e nel Nord-est con le pive nel sacco, somiglianti a quel Gianni Zullo che nel gruppo dei Brutos pigliava sempre gli schiaffi. Ma a differenza di lui, non hanno comunque un’ottima cera, sbeffeggiati come sono un po’ da tutta la maggioranza parlamentare ed oltraggiati dal diniego sprezzante di un capo del governo che nell’Italia che ha perso l’appuntamento storico con il federalismo si presenta ancora alle autonomie locali come il padre padrone di Gavino Ledda.

DarioNardella200313-001Sono in molti per la verità gli amministratori pubblici che vorrebbero cavalcare a gratis una volta di più la tigre addomesticata dell’antifascismo e dell’antirazzismo. I più eclatanti sono, una volta di più, quelli della Toscana. Dario Nardella lancia la campagna #abbracciaanchetuuncinese. Firenze ha accolto di tutto nella sua storia recente, cosa vuoi che siano 20 o 30 mila cinesi di ritorno dalla festività del Capodanno e che devono rientrare a Prato e dintorni senza troppi controlli?

iononsonounvirus200313-001La bella cinesina che impugna il cartello con su scritto io non sono un virus in altri momenti causerebbe chissà quali languidi moti del cuore, ma improvvisamente tutto diventa frenetico e incontrollabile. Tutto si mette a correre, e non c’è tempo nemmeno di far metabolizzare le sciocchezze che si dicono – anche e soprattutto da siti istituzionali – con l’ormai consueta improntitudine.

EnricoRossi200313-001Personaggio chiave di quel momento assurge ad essere Enrico Rossi, governatore della Regione Toscana. Il quale non è nuovo a posizioni provocatorie un po’ su tutte le questioni, talmente provocatorie da far chiedere sempre più spesso a molti (dopo 20 anni di governo regionale) se ci è o ci fa. I suoi account social ribollono di frasi che vorrebbero riecheggiare forse Che Guevara e che invece alla fine riescono soltanto a destare perplessità circa l’ormai storica riforma di Franco Basaglia: «In Toscana abbiamo gli anticorpi sia per il coronavirus che per il fascismo. Hasta l’antibiotico sempre».

RobertoBurioni200313-001Perfino Burioni, il pasionario dei vaccini erga omnes che avrebbe mille motivi per ringraziarlo per tante normative coercitive adottate in passato, stavolta lo bacchetta senza pietà. Ma Rossi non demorde, chi lo critica è rubricato come fascioleghista. Per fortuna i cinesi che tornano a Prato ed in Italia si autoquarantenano da soli, per responsabilità o per interesse poco importa. In compenso – o scompenso che dir si voglia – l’amicizia Italia-Cina, da rimandare semmai a qualche altro momento, viene celebrata con l’invio nell’Estremo Oriente di buona parte delle mascherine respiratorie in dotazione a Estar, l’ente approvvigionatore del sistema sanitario regionale. Una decisione che di lì a poco sarà rimpianta amaramente da tutti gli addetti ai lavori di quel sistema.

TajaniSalviniMeloni200313-001Quando il contagio comincia a spargersi anche sul nostro territorio nazionale, e per di più appare chiaro che il focolaio è nostrano, non se ne può accusare i cinesi, né quelli di Wuhan né quelli di Prato, la politica va in paranoia, diventa più schizofrenica che mai, comincia a farsela addosso ed è l’unica cosa in cui dimostra di sapersi mettere alla guida della cittadinanza. L’opposizione si becca i soliti NO ad ogni proposta, ma intanto è lei che governa nelle regioni in prima linea, Lombardia e Veneto, ed è lei che direttamente sul campo deve testare la capacità di risposta delle strutture sanitarie e di quelle governative.

zonarossa200313-001La prima zona rossa decretata obtorto collo dal governo taglia in due la Padania, sulle due sponde del Po, interessando le tre regioni che producono buona parte del PIL italiano (alle due suddette si aggiunge l’Emilia Romagna). Intanto cominciano ad ammalarsi perfino i governatori, Fontana, Zingaretti e Cirio risultano positivi. Rossi no, anche se forse almeno una faringite deve averla presa, perché la sua voce da un certo punto in poi si sente sempre meno. Nardella non abbraccia più nessuno, la Toscana si scopre investita da ben altri problemi, non appena ci si rende conto che – eccellenza o meno – il suo sistema sanitario è calibrato al pari di quello di tutte le altre regioni per il tempo di pace. E quella che sta arrivando invece è una guerra. Una guerra mondiale.

Servirebbero soluzioni innovative, snellimenti burocratici, leader capaci, carismatici, competenti. Così come servirebbe una rapida implementazione delle strutture. L’idea di coinvolgere Emergency e altre ONG dura lo spazio di un mattino, affoga ben presto sommersa da tante sciocchezze più convenzionali. Fa quello che può, e non è poco, la protezione civile nazionale e delle regioni. Ma ancora, di tutte le storture normative e burocratiche che ci hanno condotti alla pubblica amministrazione più ingessata della storia, non si deroga a nulla.

Conte è come Gastone, fa il piacione, ma le sue asettiche boutades da lezione al primo anno di giurisprudenza hanno sempre meno presa. Anche perché dal giorno alla notte si verifica il secondo colpo di scena. Finora i paesi più infettati sono stati Cina, Corea del Sud (quella del Nord vai te a sapere….) ed Iran. Ma ecco che all’improvviso l’Italia compie una prodigiosa rimonta, come quelle che una volta metteva a segno ai mondiali di calcio, finendo per attestarsi al primo posto (almeno virtuale). In Europa siamo d’improvviso campioni assoluti, per numero di contagiati e di vittime proporzionati alla popolazione. Vox populi è che siamo anche gli unici a fare i controlli seriamente. A fare i tamponi, per dirla volgarmente. Francia e Germania sembra che non esistano, non confinino nemmeno con noi. L’Inghilterra ormai è fuori dai giochi. Con chi ti rapporti? Con chi ti concerti?

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Ognun per sé e Dio per tutti, dice il proverbio. O Dio contro tutti, come faceva dire Werner Herzog a Kaspar Hauser, e viste le circostanze sembra la versione più calzante.

Fatto sta che è l’Italia a beccarsi, sola soletta, i primi colpi di mortaio dalle retrovie della crisi sanitaria. Già, perché essa è solo una parte, e forse neanche la peggiore in prospettiva. In seconda linea, come nello schieramento di un esercito settecentesco, c’è quella economica. Al paese che vive di turismo arrivano a repentina valanga le disdette degli stranieri.

Moriremo di virus o moriremo di fame?

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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