Decameron – Quinta giornata

di Barbara Chiarini

ANTONIOEGINEVRA.2020.03.24-05

Cade di martedì e regna Fiammetta: il tema sono gli amori contrastati ma conclusi felicemente, la felicita raggiunta dagli amanti dopo avventure e casi straordinari: «Sotto il reggimento di Fiammetta si ragiona di ciò che alcun amante, dopo alcuni fieri o sventurati incidenti, felicemente avvenisse».

Firenze200329-001

Per introdurre l’argomento di oggi, anche se potrà parervi strano perché io non ho certamente una laurea in giurisprudenza, parleremo  brevemente di norme e di diritti coniugali: sono certa che tutti voi sapete quali siano le differenze tra un  matrimonio libero, un matrimonio forzato ed uno combinato. 

Rinfrescandoci la memoria e volendo escludere il primo, di cui tutti sono certamente a conoscenza,  si parla di matrimonio forzato quando una o entrambe le persone coinvolte non sono consenzienti. Per far sì che il matrimonio abbia luogo, si fa pressione su una o su entrambe le persone. In un matrimonio combinato, diversamente da un matrimonio forzato, un terzo soggetto stabilisce che due persone debbano sposarsi. In questo caso, entrambe le persone sono libere, se vogliono, di rifiutare (almeno in teoria). 

Firenze, Via delle Oche, già Canto alla Neghittosa

Firenze, Via delle Oche, già Canto alla Neghittosa

Ebbene, in passato non esisteva alcuna distinzione tra tipologie di matrimonio e le famiglie decidevano secondo il bene della propria casata e mai certamente degli sposi. 

Pare che questi matrimoni funzionassero tutti… anche perché non era prevista la separazione!

Così, se l’unione andava per il meglio, fra gli sposi si instaurava quel minimo di rispetto che ne agevolava lo svolgimento. Molto più frequentemente, però, le mura di casa nascondevano un’infelicità latente e spesso brutale, soprattutto per le donne.

La nostra storia di oggi racconta, appunto, le vicende di un matrimonio combinato che ebbe luogo a Firenze nel lontano 1396.

In quegli anni viveva nella nostra città una fanciulla di soli diciannove anni; bella come il giglio fiorentino, colta come solo una dama poteva essere, aggraziata come una libellula, il suo nome era Ginevra della famiglia degli Almieri. 

Dal film “Ginevra degli Almieri” con Amedeo Nazzari ed Elsa Merlini, 1936

Dal film “Ginevra degli Almieri” con Amedeo Nazzari ed Elsa Merlini, 1936

Gli Almieri erano commercianti facoltosi e affermati, legati alla vecchia nobiltà fiorentina ed abitavano nei pressi del Mercato Vecchio, l’attuale Piazza della Repubblica.

In quegli anni viveva a Firenze anche un giovane di pari età: altrettanto di bell’aspetto, virile ed aitante. Si chiamava Antonio Rondinelli, giovane rampollo di famiglia benestante, recentemente arricchitasi, ma ben introdotta nell’ Arte della Seta. Egli abitava  nell’attuale Via Rondinelli, che dalla sua famiglia prende il nome. 

Come immaginò Shakespeare nella tragedia amorosa che coinvolse due giovani di nome Romeo e Giulietta, anche i nostri protagonisti si conobbero ad una festa ed all’istante si innamorano.

GinevraAlmieri200331-001Il padre di Ginevra aveva però mire diverse per la figlia e per porre un immediato fine all’idillio amoroso, la promise in sposa al figlio di un suo amico che di mestiere faceva il commerciante. Il suo nome era Francesco Agolanti.

Le due famiglie, riunitesi in tutta fretta presso il Canto del Parentado stipularono quella che oggi si chiamerebbe una “promessa di matrimonio” e che all’epoca era niente meno che  un vero e proprio contratto.

Le volontà delle casate non si discutevano e il matrimonio venne celebrato. 

Purtroppo, come accennavamo al principio della nostra storia, questo non fu un matrimonio dove il rispetto reciproco bastò a compensare la mancanza d’amore: tutt’altro, la trascuratezza con cui il marito trattava Ginevra rendeva la ragazza ogni giorno più certa del triste destino a cui sarebbe andata incontro. La giovane, oltremodo infelice,  perse prima il sorriso e poi l’appetito; la sua preoccupazione divenne malattia ed il suo fisico cominciò a consumarsi come una candela in chiesa.

Firenze, Torre degli Almieri

Firenze, Torre degli Almieri

Una mattina la famiglia Agolanti trovò Ginevra morta nel suo letto e mestamente si apprestò alla veglia funebre; la ragazza fu vestita con il suo abito nuziale, posata su di una tavola di legno imbellita di fiori, come usanza del periodo, quindi, un lungo corteo composto da familiari ed amici in lutto, si apprestò ad accompagnarla nel suo ultimo viaggio, trasportandola dalla casa degli Agolanti, di fronte alla Loggia della Neghittosa, sull’angolo dell’attuale Via de’Calzaiuoli con Via delle Oche, al Duomo. Dopo la cerimonia funebre, il corpo fu disteso, in mezzo ad una confusione orrenda di scheletri, nel sepolcro della famiglia degli Almieri, all’interno del cimitero che in quegli anni sorgeva accanto al Campanile di Giotto. 

Ma Ginevra, considerata da tutti priva di vita, non lo era affatto: ciò che era sembrata una morte prematura non era altro, forse a causa delle lunghe sofferenze d’amore, che una morte apparente. Di fatto, nel pieno della notte la povera fanciulla si risvegliò dal suo lungo sonno ed il terrore fu la sola emozione che ebbe, prima del desiderio di vita. Disperata, tentò con tutte le forze che le erano rimaste in corpo di uscire dal freddo giaciglio di marmo. Fortunatamente, la calce con cui era stata murata la copertura era ancora fresca e dunque facendo pressione con le braccia dall’interno, la fanciulla riuscì a muovere la pietra e  poté uscire dalla sua tomba. 

Sola nella notte, terrorizzata, si incamminò verso la casa del marito.

GinevraAlmieri200331-002

Ginevra degli Almieri (Italo Zetti, 1928)

Sentiti i colpi di batacchio a quell’ora tarda, i componenti della famiglia Agolanti si affacciarono tutti  alla finestra e vista la giovane in abito bianco gesticolare per strada, non pensarono che si trattasse  di persona umana bensì del fantasma della moglie del figlio, tornata dalla morte per punirli per quanto indegnamente si erano comportati.

Presa a male parole e addirittura scacciata, Ginevra si recò presso la casa del padre ma anche la sua famiglia, percependo lo stesso senso di colpa, pensò ad un fantasma e le rifiutarono l’accoglienza.

Respinta nuovamente, ed ancor più addolorata per non essere stata riconosciuta neanche dalla propria madre, stremata dalla stanchezza si sedette sul sagrato della Chiesa di San Bartolommeo, poi decise di recarsi a casa della famiglia Rondinelli. Qui al suo bussare le fu aperto, ed Antonio, superato il primo momento di giustificato stupore, la fece entrare, la tranquillizzò, la ristorò e la ospitò nel suo palazzo. Nei quattro giorni successivi Ginevra sembrò questa volta sul momento di morire veramente, ma le cure e le attenzioni della famiglia Rondinelli le furono di estremo giovamento, tanto da rimettersi facilmente in forze. Insomma, i due eterni innamorati dopo lunghe vicissitudini,  finalmente si ritrovavano. 

Il fantasma di Ginevra degli Almieri, Dipinto

Il fantasma di Ginevra degli Almieri, Dipinto

In breve tempo il risorgere di Ginevra fece il giro di Firenze ed insieme a questa notizia anche il fatto che la giovane dama aveva trovato rifugio presso Antonio Rondinelli.

Francesco Agolanti capì che la giovane era ancora sua moglie ed invece che richiederla indietro come tale, la umiliò ancora una volta chiedendo alla famiglia Rondinelli un risarcimento in denaro. Antonio fu risoluto nel negarlo tanto che Francesco denunciò la moglie fedifraga al Tribunale Ecclesiastico.

Il Vicario del Vescovo convocò le parti e, ascoltata la deposizione a dir poco drammatica della fanciulla, con uno scatto di genio, sentenziò che: « (…) per essere stato disciolto lo primo matrimonio dalla morte, poteva la donna legittimamente passare ad altro matrimonio!» . In altre parole, la morte aveva interrotto il matrimonio e dato che Francesco l’aveva pure scacciata al suo ritorno a casa, Ginevra poteva considerarsi nuovamente libera.

Finalmente, per una volta, la morte aveva gabbato la buona sorte, divenendo fonte di felicità  per due giovani amanti, risparmiandoli dalla disperazione!

Ginevra e Antonio poterono sposarsi e vivere felici e contenti. 

Una bella storia, di cui però non si può aver certezza sia essa stata partorita dalla fantasia o da fatti reali: un altro mistero che la nostra amata città, Firenze, si porterà per sempre con sé.

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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