Twist and shout

di Simone Borri

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Era venuto il momento di buttarsi sul mercato discografico, ma sul serio. L’11 febbraio 1963 i Beatles furono rinchiusi negli studi musicali di Abbey Road, da George Martin, il loro produttore soprannominato il quinto Beatle, e tenuti là dentro per quindici ore, fintanto che non ebbero inciso le quattordici canzoni che dovevano comporre il loro primo album: Please please me…. nel Regno Unito, Introducing….the Beatles in America.

Metà delle canzoni provenivano da singoli già incisi, come Love me do. Altre erano inedite, o cover di altri gruppi di successo. Alla fine ne mancava una, ancora una, ed i quattro ragazzi di Liverpool erano stremati, John Lennon aveva le corde vocali in fiamme.

Ne mancava una, presero quella con cui chiudevano i concerti al Cavern, ai tempi eroici dell’esordio. Twist and shout, composta da Phil Medley e Bert Russell ed eseguita dagli Isley Brothers, era un brano che più degli altri mandava nei pazzi il pubblico degli spettacoli dal vivo.

Nonostante la fatica accumulata, I Beatles si lanciarono in una esecuzione scatenata del pezzo. Un rock’n’roll possente, aggressivo e aspro che suscitò perfino l’entusiasmo dello staff tecnico. Richard Langham, secondo ingegnere del suono, affermò: «Mi sarei messo a saltare su e giù, sentendoli cantare a quel modo. Fu un pezzo di bravura stupefacente». E George Martin disse a conferma: «Non so come ce l’hanno fatta. È tutto il giorno che registriamo, ma più vanno avanti e meglio suonano!».

Quasi sessant’anni dopo, lo riascoltiamo per la milionesima volta, e ce ne meravigliamo ancora.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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