Storia di Nino

di Simone Borri

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Al principio mi sembrava un titolo un po’ troppo essenziale, minimalista, poco evocativo, poco rispettoso. Poi mi ci sono affezionato, man mano che le parole di questa storia andavano a mettersi in fila l’una dietro l’altra. Un altro fiume di ricordi andato in piena il Giorno del Ricordo.

I nostri connazionali sanno o ricordano poco dell’Istria italiana e del suo tragico destino. Ma chi è il figlio dell’Istria più famoso di sempre, il suo e nostro campione, Giovanni Benvenuti detto Nino, quello lo sanno e lo sapranno sempre tutti.

Storia di Nino, da Isola d’Istria al Madison Square Garden, dall’esilio alla corona mondiale dei pesi medi. La cosa che mi sorprende di più è che un cinema attento alle grandi storie individuali di riscatto e di successo come quello americano non si sia mai impossessato di Nino Benvenuti. Lo ha fatto con tanti italiani d’America, Primo Carnera, Jake La Motta, Rocky Marciano. Ha agitato, mescolato e servito il tutto in una apoteosi come il Rocky di Sylvester Stallone. La storia di questo italiano d’Italia – anzi, italiano d’Istria come ama definirsi lui – l’ha sempre ignorata. Peccato, sarebbe stato un grandissimo film.

NinoBenvenuti200212-002E’ un grandissimo film. Giovanni, uno dei cinque figli di Fernando e Dora Benvenuti, discendenti di generazioni di Benvenuti che avevano abitato nel paesino di Isola d’Istria. Pescatori da sempre, pescatori anche dopo aver perso la loro terra, i loro beni, le loro radici, tutto quanto. Ancora oggi, la pescheria Bottega Del Mar in Via Giulia, a Trieste la conoscono tutti. La gestisce sempre la famiglia di Nino.

Lui era un ragazzino delle scuole elementari quando la tragedia bussò alle porte della sua casa e di quelle dei suoi connazionali, a Isola come nel resto dell’Istria. «Un vero e proprio incubo che, ancora oggi, alcune notti, torna ad angosciarmi. Le foibe sono una storia di violenze e crimini gratuiti. Orrore puro», ha raccontato in una recente intervista al quotidiano Il Giornale. «Si viveva nell’angoscia di essere sequestrati o uccisi da un momento all’altro, per italianismo. Se Hitler fu il male assoluto, Ozna, la polizia segreta di Tito, e foibe non sono stati certo da meno»

«Avevamo perso la guerra e quelle erano le conseguenze», racconta Nino in uno dei suoi libri autobiografici (ne ha scritti tre: Il mondo in pugno, L’isola che non c’é, L’orizzonte degli eventi, non male per un ragazzo che aveva dovuto terminare gli studi nella palestra dove andava ad allenarsi al pugilato).

Il dramma sfiorò la famiglia Benvenuti per tre volte. Nel 1945 il fratello Eliano, 16 anni, fu arrestato dalla polizia segreta jugoslava e scampò alle foibe per miracolo. Nel 1951 la casa di famiglia fu requisita dall’Esercito del Popolo di Tito, perché doveva esservi alloggiato un pezzo grosso del regime comunista. La famiglia decise a quel punto che era l’ora di andarsene a Trieste, direzione obbligata di tutti gli istriani costretti all’esilio. Là aveva già avviata la pescheria che le avrebbe risparmiato almeno gli anni di stenti nei campi profughi in cui l’Italia relegava quegli italiani costretti a sentirsi stranieri in patria.

NinoBenvenuti200212-008Nino era rimasto con i nonni a Isola, credendo di poter completare gli studi e continuare a vivere come se nulla fosse successo. A tredici anni, andava ad allenarsi a Trieste alla palestra pugilistica dove avrebbe appreso la nobile arte. Ogni giorno passava il confine tra due mondi, l’est e l’ovest. Quasi ogni giorno rischiava problemi con le guardie slave. La convivenza era agli sgoccioli, se mai era stata possibile. Gli sloveni forse erano meno feroci dei croati, ma in quanto jugoslavi avevano l’ordine di rendere la vita impossibile agli italiani.

Lo divenne definitivamente nel 1954. L’anno che Trieste ritornò all’Italia, papà Benvenuti tornò a Isola per l’ultima volta a prendere nonni e nipote e a portarli in Italia. «La casa e i beni di famiglia furono abbandonati. C’era solo la lontana speranza di ritornare, un giorno».

Lontanissima, irrealizzabile. Per quei beni abbandonati, la famiglia Benvenuti sarebbe stata risarcita molto tempo dopo, al pari degli altri esuli, con «poche centinaia di euro, una beffa, una somma ridicola. Meglio non pensarci».

Il destino reclamava Nino altrove. Il ragazzo cresceva e si faceva un nome nel pugilato, tra i dilettanti. A sedici anni era già nel giro della Nazionale olimpica, imbattuto se si eccettua una sconfitta rimediata in Turchia per evidenti malversazioni arbitrali. Succedeva e succede ancora, nella boxe come in altri sport dove le giurie hanno voce determinante in capitolo.

Nel 1956 la sorte gli menò gli ultimi due colpi bassi, per restare in gergo pugilistico. Nino fu scartato dalla selezione per Melbourne dove si giocava quell’anno il torneo olimpico. Poco dopo perse la madre, che non si era mai riavuta dalle sofferenze accumulate nel periodo della occupazione jugoslava. Da allora Nino avrebbe combattuto sempre con la fede della mamma legata ad una delle stringhe delle scarpette con cui saliva sul ring.

L'oro di Roma

L’oro di Roma

Da allora, Nino non si sarebbe fermato più. E la sua storia sarebbe diventata quella di uno dei nostri campioni sportivi più amati di sempre. Alle Olimpiadi di Roma si rifece con gli interessi, vincendo la medaglia d’oro – consegnatagli in un astuccio autografato nientemeno che da Jesse Owens – ed eclissando a momenti perfino la star di quella edizione, Cassius Clay, non ancora diventato Mohamed Alì ma già al centro della scena. Nino gliela rubò vincendo la Coppa Val Barker, riservata al pugile tecnicamente migliore del torneo.

Niente male. E a quel punto? Cosa c’era di più importante di un oro olimpico? Nella boxe la risposta è semplice, il titolo mondiale dei professionisti. Nel 1961, quando abbandonò lo status di dilettante, Nino Benvenuti aveva uno score di 120 vittorie ed una sola sconfitta, quella rimediata in Turchia in circostanze equivoche.

Nel 1965, quando salì sul ring a sfidare il campione del mondo dei superwelters, il toscano Sandro Mazzinghi, il suo score da professionista era di 29 vittorie quasi tutte prima del limite. Vinse Nino a Milano (KO) e si confermò nella rivincita a Roma (ai punti). La prima rivalità storica della sua carriera si era risolta a suo favore. Adesso sembrava pronto per altre avventure, magari oltre oceano. Nella terra dove la boxe confinava con il grande cinema, gli Stati Uniti.

La corona dei superwelters gli fu scippata in Corea in una riedizione del match turco di qualche anno prima. Nino decise di rifarsi alzando l’asticella. Passato alla categoria dei pesi medi, fu poco dopo individuato come contender n. 1 dell’allora campione del mondo, Emile Griffith, pugile delle Isole Vergini, personaggio quasi mitologico, ritenuto imbattibile.

Contro Sandro Mazzinghi

Contro Sandro Mazzinghi

Fino a quel momento, solo il francese Marcel Cerdan era riuscito a conquistare il titolo oltre oceano, nel 1948 contro l’americano Tony Zale, prima dell’epico scontro contro Toro scatenato La Motta, prima dell’altrettanto leggendario fidanzamento con la cantante Edith Piaf, e del tragico volo per raggiungerla tra un match e l’altro che avrebbe messo fine anzitempo alla sua vita.

Le storie di pugilato hanno spesso, prima, dopo o durante, contorni drammatici. Ma Nino Benvenuti aveva già dato nei suoi primi anni di vita. Quelli erano gli anni in cui finalmente era gradito agli Dei. L’imbattibile Griffith andò al tappeto una prima volta al Madison Square Garden di New York, si riprese il titolo allo Shea Stadium del Queens grazie ad una costola rotta di Benvenuti (che rimase comunque in piedi perdendo solo ai punti), e lo riperse sempre ai punti di nuovo al Madison nella bella che mise fine al suo regno e inaugurò quello del pugile istriano.

Contro Emile Griffith

Contro Emile Griffith

Che a quel punto era diventato l’eroe italiano. Il primo match contro Griffith, il 17 aprile 1967, fu un evento epocale. La RAI non lo trasmise, per non far perdere ore di sonno preziose ai lavoratori italiani (allora ci si preoccupava anche di queste cose). I quali le persero comunque, attaccandosi ad una radiolina da cui la voce del mitico Paolo Valenti trasmise round dopo round l’impresa del nostro portacolori. A quell’epoca non esisteva l’auditel, lo share era incalcolabile. E tuttavia si stima che quella notte furono circa 18 milioni gli ascoltatori italiani che fecero l’alba per seguire in diretta l’impresa di Benvenuti. Un evento a quanto pare eguagliato soltanto dall’altrettanto leggendaria semifinale del mondiale di calcio all’Azteca di Città del Messico, dove l’orgoglio nazionale nostrano sarebbe definitivamente risorto a seguito della storica vittoria sulla Germania Ovest per 4-3.

Da quel campione del mondo! ripetuto tre volte da Valenti, come avrebbe esclamato di nuovo quindici anni dopo Nando Martellini dal Bernabeu per la vittoria mondiale della Nazionale di Bearzot, il ragazzo di Isola d’Istria avrebbe proseguito la sua strada per aspera ad astra difendendo il titolo quattro volte in quattro anni. Un record che nella storia è stato battuto solo da Marvin Hagler ed eguagliato da colui che gli avrebbe tolto la corona mondiale.

Contro Carlos Monzon

Contro Carlos Monzon

Quando incontrò Carlos Monzon nel 1971, Nino Benvenuti di strada ne aveva fatta tanta, e di pugni ne aveva presi e dati tantissimi. La sua infanzia era sempre nel suo cuore, e il ritornare a Isola per farsi festeggiare dai concittadini sopravvissuti che ancora si ricordavano di lui era stata una gioia ed insieme un dolore. Del suo paese natale e della sua gente per come se la ricordava non era rimasto quasi più nulla. Anche della sua voglia di riscatto e della sua fame sportiva rimaneva meno – per legge di natura – di quanto lui si sentiva di poter ancora portare con sé sul ring.

Carlos Monzon veniva dai barrios argentini, di fame ne aveva tanta anche lui, di tragedie ne aveva (e ne avrebbe) vissute anche di più, con sei dei suoi dodici fratelli morti giovani per varie vicende. Quando salì sul ring a Roma contro Nino, disse: «Da questo ring scendo o vittorioso o morto».

Nino non era più la farfalla che volava sul ring né l’ape che pungeva come ai tempi in cui aveva fatto concorrenza a Mohamed Alì. Monzon aveva tre centimetri di altezza più di lui e soprattutto tanta integrità fisica e tanta rabbia in più.

Nino andò a tappeto al Palaeur, e ci ritornò nella rivincita a Montecarlo pochi mesi dopo, stavolta dopo soli tre round. Il suo manager, Bruno Amaduzzi, pensò bene di gettare la spugna, valutando che il suo campione non ne aveva più e rischiava a quel punto una severa e pericolosa punizione. Nino scalciò quella spugna verso il pubblico, e pianse amaramente per una rabbia che non poteva più sfogare con i pugni. Dopo la sua infanzia istriana, anche la sua giovinezza di campione glorioso andava in archivio. Il gesto di Amaduzzi lo comprese e lo apprezzò più tardi, quando nei giorni successivi decise e comunicò al mondo che per lui era giunto il momento di appendere i guantoni al chiodo. Chiudeva con novanta incontri, di cui ottantadue vittorie (35 per KO), un pareggio e sette sconfitte. Chiudeva in gloria, perché un campione come lui, con buona pace di tanti nostri atleti di valore, non ce l’abbiamo avuto più.

Forse perché, viene da pensare, di storie come la sua in epoca più recente non ne abbiamo avute più. La storia di Nino, che ancora la notte si risogna bambino, in mezzo agli incubi di una tragedia che non si cancella, non si dimentica. Può farlo soltanto chi ha la coscienza sporca o poca, pochissima sensibilità.

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«Ci chiamavano esuli, come se venissimo da chissà dove, ma noi eravamo italiani, io sono stato un privilegiato perché la boxe mi ha salvato».

Quella notte di aprile del 1967, Nino salvò tutti noi, trovando e agguantando il quel lontano e favoloso palazzetto di New York il suo aggancio per il tetto del mondo. E facendo rinascere l’orgoglio in un popolo che credeva di non ritrovarlo mai più.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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