#noistiamoconSalvini

di Simone Borri

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Salvini e Meloni si abbracciano a Basovizza nel Giorno del Ricordo. Un abbraccio che vale il futuro, per loro e per l’Italia.

Roberto Freak Antoni, frontman degli Skiantos di cui oggi ricorre tra l’altro l’anniversario della scomparsa, era solito dire: «In Italia non c’é gusto ad essere intelligenti».

Roberto Freak Antoni

Roberto Freak Antoni

I mugik del Partito Democratico ed i pasdaran del Movimento 5 Stelle che si apprestano a votare in Senato il via libera al rinvio a giudizio di Matteo Salvini presso il Tribunale dei Ministri credono di andare a fare cosa buona e giusta (se ne potrebbe al limite discutere se Conte bis e Lamorgese non avessero nel frattempo battuto tutti i record dell’ex ministro dell’Interno in quanto a permanenza di boat people al largo delle coste italiane, e per motivi per di più decisamente abbietti, quale ad esempio la convenienza elettorale).

Credono di fare anche una cosa intelligente e tatticamente e strategicamente vincente. Non c’é niente di peggio, ahiloro, che creare un martire, o almeno un personaggio politico evidentemente perseguitato sulla base di motivi infondati. La Lega di Salvini è già al 33 e spiccioli per cento di consensi, dovesse arrivare il via libera del Senato al processo è prevedibile un suo ulteriore incremento, e forse a questo punto lo stesso Salvini se lo augura. A rivalutare Craxi ci abbiamo messo vent’anni, a glorificare Salvini dovrebbe volerci molto meno, giusto il tempo di arrivare alle prossime elezioni. Certo, il conto del PD e dei suoi compagni di strada grillini è quello di poter attivare nel frattempo la legge Severino (interdizione dai pubblici uffici e divieto di elettorato passivo) nei confronti del segretario leghista, qualora esso fosse condannato. A ciò servirebbero tuttavia due cose: una insolita celerità del pachidermico sistema giudiziario ed una evidente – absit iniura verbis – partigianeria della magistratura chiamata a giudicare. Vedremo.

MatteoSalvini200212-001Qualcuno tra le truppe cammellate che si sono appuntate sul palmo della mano di votare SI (e non fare casini, tipo le primarie democratiche americane dello Iowa, sono capaci anche di questo) magari in buona fede (scritto staccato) crede di rendere davvero un servizio al paese ed alla giustizia. Avessero passato meno tempo nelle Case del Popolo e nei salotti radical chic e più sui banchi di scuola a studiare, già durante l’ora di educazione civica (una volta c’era anche quella) avrebbero appreso che certe regole fondamentali devono essere comuni, unanimemente condivise. Perché oggi a me, domani a te.

Qualcuno della parte che adesso si arroga la qualifica di maggioranza potrebbe un domani essere chiamato alla sbarra, con lo stesso intento persecutorio con cui oggi viene chiamato Salvini. Non aver difeso in questa circostanza un principio di civiltà fondamentale potrebbe costare caro al Partito Democratico e ai suoi esponenti, e in un futuro neanche troppo lontano.

Chi ieri buttava propri connazionali inermi e ancora vivi in buche del terreno per farli sparire e oggi ancora nemmeno chiede scusa, anzi rincara la dose, non può essere nel frattempo migliorato, né umanamente né politicamente. Chi nasce storto non può morire quadrato. A sinistra, del resto, l’unico rimasto in questi giorni a sventolare la bandiera del garantismo è rimasto Matteo Renzi. Ed è tutto dire.

Noi stiamo con Salvini. Perché vuol dire stare con l’Italia. Con la democrazia (quella vera, non quella rossa o rossastra). Con la civiltà. Il resto è supercazzola. Di Mattarella (che tace), di Conte, di Bonafede, di Di Maio, di Zingaretti. Tutta gente che è già fuori dalla storia, e dal diritto.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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