Io non scordo

di Simone Borri

I profughi di Pola si imbarcano sul piroscafo Toscana

I profughi di Pola si imbarcano sul piroscafo Toscana

Io mi ricordo. Eccome se mi ricordo. Ricordo tutto. Fine anni sessanta, ero un bambino che giocava con altri bambini. Periferia di Firenze. C’erano i bambini che parlavano in dialetto fiorentino, come me. Quelli che parlavano i dialetti più diversi. Bambini meridionali, sapevo che i genitori erano venuti dal Sud Italia a cercare lavoro, che giù non c’era. Bambini che venivano da ancora più giù, figli di italiani che erano rimasti in Libia dopo la guerra, e che Gheddafi aveva scacciato dopo aver preso il potere. Parlavano un italiano strano, e ogni tanto scappava loro qualche parola araba.

E poi c’erano gli altri. Parlavano un altro dialetto ancora. Gli istriani. Già a pronunciarne il nome le voci si abbassavano di un’ottava, era come se smorissero. A chiedere ai grandi chi erano e da dove venivano, si azzittivano del tutto. Era come se fossero alieni. Si giocava insieme lo stesso, ma ad un bambino com’ero io rimaneva una gran curiosità a proposito di quella gente misteriosa. Come gli etruschi che studiavo a scuola e che un tempo avevano colonizzato la mia terra, anche gli istriani non si sapeva da dove fossero venuti e perché.

GiornodelRicordo200210-003Per fortuna, ero nato in una famiglia dove non si era mai dato in pegno né il cervello né il cuore a nessun partito di governo, né il nero, né il bianco, né il rosso. La mamma e il babbo mi spiegarono che l’Istria era stata una delle nostre regioni fino alla guerra mondiale. La ventunesima. Poi la guerra sciagurata ci era costata una bella fetta di territorio. l’Istria, appunto, e buona parte della Venezia Giulia. All’Italia era rimasta soltanto quella linguetta buffa sulla carta geografica, il corridoio che univa Trieste al resto del paese. Altro non seppero dirmi nemmeno loro, all’epoca dei fatti erano stati bambini come adesso lo ero io. Che altro era successo lassù, nelle terre di confine che adesso – apprendevo a scuola – si chiamavano Jugoslavia, non seppero dirmelo.

L’ho appreso più tardi, per conto mio. Io mi ricordo, eccome. Anni ottanta. Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Scienze Politiche. La prestigiosa Cesare Alfieri, seconda per storia ed importanza soltanto all’Università di Parigi. I miei professori non facevano mistero delle loro idee politiche, ma tutti – indistintamente – le lasciavano fuori dell’aula in cui facevano lezione. Ennio Di Nolfo, Giorgio Spini, Giovanni Spadolini, essendo storici di gran razza e di ancor più grande onestà, la Storia ce la insegnavano com’era accaduta veramente. Senza filtri, censure o manipolazioni ideologiche.

Fu lì che appresi che alla fine di quella guerra sciagurata l’Italia aveva perso non soltanto una bella fetta del suo territorio, ma anche un gran numero di suoi connazionali, spariti nel nulla. Degli ebrei trucidati nei campi di concentramento si era rinvenuta almeno la cenere, di loro nulla. I sopravvissuti erano dovuti scappare in fretta, lasciandosi dietro tutto, masserizie ed oggetti personali insieme alla speranza di veder mai tornare i propri cari, portati via dalla polizia segreta di Tito.

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La piccola Egea Haffner

Ecco chi erano i bambini con cui avevo giocato da piccolo. Nipoti di gente massacrata in un modo così barbaro da far impallidire quello che negli stessi anni avevano adottato le SS naziste. Gente che aveva perso la sua terra ed era scappata in Italia, solo per scoprire che anche in Italia non la voleva nessuno.

Ecco cosa non avevano potuto spiegarmi i miei genitori. Il perché alle stazioni delle civilissime Bologna e Firenze i profughi istriani e giuliani erano stati accolti a sputi e insulti. La vita che avevano fatto, dopo i lunghi anni nelle baracche del Territorio Libero di Trieste (metteteci uno dei cosiddetti migranti di adesso, arriverebbe subito Amnesty International, come minimo), poi negli alloggi di fortuna a giro per l’Italia, per tutti gli anni cinquanta e buona parte dei sessanta. La gente che abbassava la voce e girava la testa, quando si trattava di parlar di loro. Il venir meno della proverbiale carità del sindaco santo di Firenze, Giorgio La Pira, che era stato così generoso con tutti, meridionali come lui saliti in cerca di fortuna, profughi di ogni tipo, a tutti aveva trovato una casa ed un lavoro decenti.

Agli istriani no. Con loro era diventato braccino, come si dice a Firenze. Erano rimasti per anni anche qui in alloggi di fortuna, lui li andava a trovare per Natale portando doni ai bambini e poi si sperticava in elogi («che persone dignitose che sono….»), ma intanto gli istriani rimanevano lì, anno dopo anno. Quando cominciarono a trasferirsi nelle periferie dove si costruivano le case dell’edilizia popolare e i loro bambini poterono giocare con noi autoctoni, erano passati più di vent’anni dal loro Esodo. Potevano finalmente mischiarsi agli altri italiani, a condizione di farsi dimenticare, di far perdere le tracce loro e della loro scomoda storia. La sinistra, comunista e non, stava intanto crescendo nel paese, e delle proprie malefatte non permetteva che si parlasse più. In Istria ormai c’erano i compagni jugoslavi, e su quello che avevano combinato, fiancheggiati dai compagni italiani, doveva calare il sipario per sempre.

Ecco cosa avevo studiato sui miei libri universitari. La sera in cui un giovanotto sbottò davanti alle telecamere della RAI urlando come un ossesso che era l’ora che la farsa sanguinosa ed ipocrita finisse e che sul destino della sua e della nostra gente era l’ora che si facesse luce, io sapevo già tutto.

Roberto Menia

Roberto Menia

Quel giovanotto, Roberto Menia, triestino, parlamentare del Movimento Sociale (a Trieste è sempre stato una forza, essendo l’unico partito che si sia mai occupato della tragedia prima e delle difficoltà poi di quel nord-est che nel ventesimo secolo sembrava non trovare pace), riuscì a buttare giù un muro che sembrava più solido di quello di Berlino. I regimi comunisti crollavano, cominciava a crollare anche la loro versione della storia. I comunisti non erano stati eserciti di popolo liberatori. O almeno non solo quello. In circostanze a loro favorevoli, erano stati ladri ed assassini quanto lo erano stati i fascisti. Anzi, da un punto di vista squisitamente numerico, avendo finito la guerra da vincitori e con tutto il dopoguerra a disposizione, lo erano stati anche di più.

FB_IMG_1581313465989Io sapevo tutto, e a poco a poco non ero più solo, o uno dei pochi a saperlo. I giuliani e gli istriani non erano più soli. Ma il Muro Istriano rimaneva, ultimo in Europa a proteggere un regime. Sono passati trent’anni da allora, e per trent’anni il negazionismo ed il revisionismo interessati hanno continuato ad imperversare, complice una sinistra nel frattempo arrivata al governo. I presidenti della repubblica andavano alle Fosse Ardeatine, i presidenti del consiglio andavano ad Auschwitz. A Basovizza e nei luoghi delle altre Foibe che a poco a poco, crollato anche il regime jugoslavo, venivano scoperte e denunciate, non ci andava nessuno.

La generazione che aveva fatto la guerra, che aveva preso davvero le fucilate dai tedeschi e poteva dirsi a buon diritto partigiana, se ne andava a poco a poco per legge di natura. A svernare nell’ANPI adesso c’é rimasta gente che la guerra al massimo l’ha vista al cinema, e tuttavia si permette di offendere la memoria dei morti con quell’odioso distinguo che prima almeno era confinato alle Case del Popolo, e ora si prende addirittura le Aule del Senato: si, va bene, ma insomma….gli italiani che cosa avevano fatto prima in Jugoslavia?

Avevano portato ricchezza, prosperità, civiltà, come facevano da sempre, da quando la Repubblica Serenissima di Venezia aveva stabilito il suo governo sulle coste dell’altro lato dell’Adriatico. Da sempre, gli italiani erano la componente sviluppata, colta, commerciante, prosperosa di quel melting pot poi confluito nell’Impero Asburgico. Gli slavi erano la parte arretrata, tribale, montanara, invidiosa. Per secoli avevano sognato di mettere le mani sui beni degli italiani, di scacciarli, di cancellarli. Appena hanno potuto l’hanno fatto.

Norma Cossetto

Norma Cossetto

La prima pulizia etnica è stata ai danni dei nostri connazionali di Istria e Venezia Giulia. Nel 1999 si ammazzavano fra sé, dando sfogo ad una indole evidentemente a loro connaturata. Cinquant’anni prima invece avevano aggredito civili inermi, o semplici reduci di guerra che avevano fatto il loro dovere e che erano appena tornati a casa credendo che la guerra fosse finita. Avevano violentato le loro donne ancora più inermi, come Norma Cossetto. Avevano privato i loro bambini del loro futuro, come Egea Haffner, spedendoli a giocare in una terra quasi altrettanto ostile di quella in cui erano nati e su cui sventolava ormai la bandiera con la stella rossa. L’oscena stella rossa che qualcuno di qua ha avuto il coraggio di cucire anche sulla bandiera italiana.

Nel 1992, quando la federazione jugoslava si dissolse, la Slovenia puntò i suoi carri armati non sul confine con la Croazia ma su quello con l’Italia. La loro coscienza evidentemente era rimasta sporca anche dopo i cinquant’anni trascorsi dalla guerra mondiale. Gli italiani non ci pensavano più nemmeno, avevano dimenticato cos’era successo in Istria e Venezia Giulia. Loro no.

Quanto alla Croazia, adesso è una meta turistica ambita, lo stabilimento balneare d’Europa, non solo i tedeschi sbavano per andare a trascorrervi le vacanze, ma anche molti nostri connazionali nati e cresciuti negli anni del benessere.

istria180211-001-600x600Io no. Io mi ricordo. Mi dispiace, ma mi ricordo. Se lo possono tenere il loro mare blu e tutto quello che hanno da vendere (comprato a costo zero), come purtroppo ormai si terranno l’Istria e la Venezia Giulia per il tempo a venire. La mia comprensione e la mia solidarietà vanno a quei triestini di origine istriana che ancor oggi hanno la nausea o peggio quando sentono parlare una qualunque lingua slava, e che di integrarsi con quella gente – con i discendenti di assassini che non hanno mai chiesto nemmeno scusa, anzi -, non ne vogliono sentir parlare. Gente nata a Novigrad, Rjieka, Koper, quando si chiamavano Cittanova, Fiume, Capodistria, e che adesso è profondamente disgustata di doversi portare dietro finché campa una carta di identità su cui c’é scritto: nato in Croazia.

La mia comprensione fraterna va a loro. Il mio disprezzo a quelli di là, insieme a quelli di qua che ancora vorrebbero giustificarsi di quello che fecero i loro nonni, rivoltandosi contro altri italiani e dando mano a martirizzarli.

Io so quello che hanno fatto. E non c’é Unione Europea o altre pantomime del genere che possano farmelo dimenticare. Lo sapevo ieri e lo saprò domani, quando la Giornata del Ricordo sarà finita.

Io non scordo.

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Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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