Gli altari del vino

di Barbara Chiarini

I tabernacoli del vino a Firenze

I tabernacoli del vino a Firenze

La storia non è fatta solo di guerre, personaggi e date, la storia è fatta anche e soprattutto dalle persone comuni, con le loro abitudini, le loro passioni, le loro credenze ed anche i loro misteri. E Firenze, forse più di tante altre città, ci fa continuamente omaggio di tanti segreti che a volte risultano essere curiosi, altri addirittura incomprensibili ma comunque sempre piacevolmente intriganti.

Uno tra i più insoliti sta sotto gli occhi di tutti, tutti i giorni, nelle tante stradine del centro, in modo nemmeno troppo evidente ma, quando viene notato, allora viene immediato chiederne il senso, il perché, la funzione (se esiste) di quelle piccole aperture poste nelle facciate dei palazzi nobiliari, all’altezza dei fondachi, situati al piano terra.

Palazzo Bartolini Salimbeni Vivai , via del Giglio n.2

Palazzo Bartolini Salimbeni Vivai , via del Giglio n.2

Ebbene cari amici, quelle finestrelle hanno avuto, eccome, la loro funzione! Quelle piccole finestrelle sono state infatti i cosiddetti Tabernacoli del Vino, così chiamati per le cornici di pietra che li decorano. Sono lì per raccontare un’antica tradizione fiorentina: la vendita del vino direttamente dalla cantina alla strada.

Il vino si sa, è stato apprezzato in Toscana sin da prima dagli etruschi: dopo i romani, nel Medioevo, divenne così importante da costituire una delle Arti Minori ed aprire l’accesso all’Arte dei Vinattieri, per coloro che lo producevano.

Così, quando la grande mercature delle stoffe e dei panni di lino, base dell’economia medievale e rinascimentale fiorentina, si scontrò con la concorrenza dei paesi del Nord, scaltri banchieri e audaci mercanti fiorentini riuscirono a trasformarsi in proprietari terrieri: cercando di mettere a frutto i loro capitali, investirono sui prodotti alimentari caratteristici della zona e, come potrete ben dedurre, in particolare, sul vino.

Proprio nel corso del ‘500, con il ritorno dei Medici a Firenze, nacquero in tal modo tante buchette: si diffusero soprattutto in città ma anche, in misura minore, nel resto della Toscana. Pressoché identiche nello stile ed eleganti a vedersi, perché decorate da una cornice in pietra, con struttura arcuata, a volte chiuse da un sportellino in legno, rappresentarono e ancora ne sono immagine,  un meccanismo  basato sulla semplicità più assoluta per vendere, senza ricorrere ad intermediari. 

Via Alighieri n.10

Via Alighieri n.10

Addirittura pare che ai primi del ‘900 ci fosse ancora chi faceva richiesta per ottenere la licenza al fine di poter realizzare queste aperture  nel muro esterno delle proprie dimore: così, per quasi quattro secoli, migliaia di fiaschi di vino sono passati attraverso tali originali finestrini!

Questa fortunata invenzione operata delle ingegnose famiglie fiorentine permetteva infatti di commerciare comodamente dal proprio palazzo, tramite un servitore che si affacciava per servire i clienti, con recipienti di capacità controllata e in orario come consentito da un  rigido regolamento che, ad esempio, ne imponeva l’assoluto divieto al suono delle campane della sera.

Dunque, un semplice vano collegava la via cittadina con una stanza posta al piano terreno, vicina o addirittura corrispondente con la cantina del palazzo. Da queste finestrelle, alte non più di 40 cm, i passanti potevano appena scorgere le mani del servitore di turno offrire loro la gustosa bevanda in cambio di una somma modesta e, ovviamente, con la massima discrezione. Niente di meglio per tutti gli amanti del nettare degli dei!

Questi tabernacoli del vino erano dunque considerati dai più quasi come le Porte del Paradiso! 

Potrà sembrarvi ovvio ma, in realtà, si trattava di un’idea geniale: eliminata l’intermediazione dell’oste con il relativo ed inevitabile aumento del prezzo, si poteva invece acquistare direttamente per strada e mantenere, nel farlo, una certa riservatezza.

Palazzo Mellini-Fossi, Via de’ Benci n.20

Palazzo Mellini-Fossi, Via de’ Benci n.20

Furono anni in cui fiumi di vino inondarono la città di Firenze, alimentando spesso una letteratura popolare festosa e ironica, come proverbi, aneddoti e poesie che rispecchiano il carattere finemente arguto di noi fiorentini.

Ma le buchette non erano solo questo: talvolta esse avevano anche uno scopo più nobile e venivano utilizzate per compiere una sorta di beneficenza. Nel piccolo vano, infatti, era pure usanza lasciare del cibo ed una brocca di vino, per sfamare i più bisognosi.

Sparse qua e là per la città (solo nel centro storico se ne contano almeno 150), molte sono state murate, mentre altre sono fortunatamente rimaste a fare bella mostra di se’ sulle pareti dei palazzi, a testimonianza di un’antica consuetudine, talvolta conservando anche un’incisione con l’indicazione dei giorni e degli orari delle vendite. 

Un occhio più attento ai particolari può trovarle in Via Santo Spirito, sul magnifico Palazzo Antinori di Via de’ Tornabuoni, in Via del Giglio, in Via del Sole, a pochi passi dalla Basilica di Santa Maria Novella ed in tanti altri angoli più o meno noti della città.

Studi recenti hanno dimostrato che anche nell’antico Spedale di Santa Maria Nuova era rilevata la presenza delle Stanze della buca dove si vendeva il Vino.

Infatti, una planimetria realizzata in occasione del Censimento dei Beni nel 1707, descriveva due ambienti contigui, situati al piano terra della fabbrica sotto l’ala est del loggiato, dotati di un’unica porta aperta su un cortile interno.

Un particolare della piazza, disegnata da Giuseppe Zocchi circa quarant’anni dopo, avvalorava questa tesi, illustrando come ne avvenisse la vendita da una buchetta. Quella finestrella infatti esiste ancora oggi e chiunque voglia vederla può facilmente individuarla sotto l’arco centrale del portico di destra.

Con il passare del tempo, le buchette furono però sempre meno utilizzate. 

Palazzo Londi, Borgo degli Albizi n.17

Palazzo Londi, Borgo degli Albizi n.17

I motivi? I motivi furono semplici e molteplici: la diretta concorrenza dei civaioli, che iniziarono a vendere vino sfuso nelle proprie botteghe; la maggior praticità per gli acquirenti nel comprare vino già infiascato o imbottigliato in un qualsiasi negozio e poterlo trasportare con mezzi su gomma; la preferenza dei consumatori per un vino meno pregiato ma più economico: in ultimo ma non ultimo, ovviamente, la fine della mezzadria che aveva infatti aumentato i costi di produzione per le aziende vinicole toscane. Infine, l’Alluvione del 1966, che rese a lungo inutilizzabili i molti locali posti al piano terreno dei nostri più bei palazzi storici.

Ecco dunque come andò: non fu una legge a decretare la dismissione del finestrino del vino, ma soltanto una semplice legge di natura, il cambiare dei tempi e dei costumi!

Resta il fatto che si tratta  di microarchitetture  di cui non dobbiamo sottovalutare il grande interesse storico; totalmente sconosciute nelle altre parti d’Italia, sono invece state studiate e censite dall’Associazione Culturale Buchette del Vino che spesso ne scopre di nuove, andando ad arricchire la già preziosa collezione e ad accrescere l’originale vanto della nostra sempre bella regione, la Toscana.

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


Visualizza gli altri articoli di Barbara Chiarini

Potrebbe interessarti anche ...

Commenta l'articolo