Berlingaccio

di Barbara Chiarini

Giovanni Signorini, Berlingaccio in Piazza Santa Croce - 1846

Giovanni Signorini, Berlingaccio in Piazza Santa Croce – 1846

Il Berlingaccio è una festa che nella provincia di Firenze si onorava il Giovedì Grasso precedente l’ultimo giorno di Carnevale, vale a dire il Mercoledì delle Ceneri. L’origine etimologica di tale nome deriva da berlengo che significa tavola da pranzo o da gioco.

Collegato a questa ricorrenza, ovviamente i fiorentini avevano all’occorrenza coniato un colorito modo di dire: «Pe’ berlingaccio, chi unnà ciccia ammazzi ‘l gatto» !

Posto in forma di esortazione, questo proverbio si riferiva a periodi in cui la disponibilità alimentare era ben più limitata rispetto ai giorni d’oggi e poteva quindi accadere che molti poveri non avessero di che festeggiare nemmeno per il Giovedì Grasso, giorno tradizionalmente dedicato, in antitesi alla Quaresima incipiente, alla gozzoviglia più sfrenata.

L’antico detto ci ricorda dunque come la tradizione di mangiare a crepapelle per il Giovedì Grasso fosse talmente tanto radicata che, chi non poteva permettersi niente di meglio, veniva invitato a sacrificare persino il caro felino! Infatti, in tempi di magra e secondo le usanze del tempo, il gatto veniva da molti considerato come un passabile sostituto della carne o meglio, del coniglio.

Una pietanza forse non troppo adatta a tutti i palati (personalmente, ad esempio, sono un’amante appassionata di questi piccoli mammiferi unicamente da vivi, tanto che ne posseggo due e li amo come figli!). Occorre altresì sapere che, per esempio, nella regione del Valdarno, il gatto in umido era fino a pochi decenni fa considerata una pietanza alquanto prelibata. 

Il berlingozzo, dolce tradizionale fiorentino

Il berlingozzo, dolce tradizionale fiorentino

Appurato (seppur con sommo rammarico da parte della sottoscritta, come suppongo anche  da parte di alcuni tra voi, miei cari lettori) che il gatto, almeno in Toscana, si mangiava eccome – vuoi per propensione culinaria, vuoi  per necessità di integrazione proteica –  torniamo alla festa del Berlingaccio, la cui etimologia è  davvero piuttosto interessante. 

Secondo Benedetto Varchi, berlingaccio fa riferimento a situazioni in cui ci si diletta a  «empiersi la bocca pappando e leccando». Allo stesso modo, il verbo berlingare che ne costituisce la radice, significherebbe «ciarlare … avendo ben pieno il ventre ed essendo ben riscaldato dal vino».

Secondo quanto riportato nel Dizionario degli Accademici della Crusca, i più antichi scrittori riferivano il verbo berlingare alle donne come sinonimo di cinguettare, ovvero ciarlare frivolamente ma il Varchi ricordava come questa fosse caratteristica anche maschile, allorché «si ha piena la trippa e molto vino in corpo». Desumendo da queste testimonianze, sembra di poter dire che la parola berlingaccio incorpori  entrambi gli atti d’obbligo del Giovedì Grasso (ovvere bere e ingurgitare leccornie a più non posso)!

La povertà diffusa nei tempi in cui la tradizione si è radicata rendeva talmente importante «mangiare di grasso»  almeno una volta l’anno che non solo era d’obbligo cibarsi di carne (proibita in tempo di Quaresima e, come già abbiamo piu volte ribadito, particolarmente rara durante tutto l’anno per i poveri), ma la festività era contraddistinta addirittura da uno specifico dolce, che da essa prendeva il nome: il berlingozzo.

La schiacciata alla Fiorentina, dolce tradizionale

La schiacciata alla Fiorentina, dolce tradizionale

Si tratta di un dolce secco a forma di ciambella, un dolce caratteristico per i toscani e per i fiorentini che insieme alla Schiacciata alla Fiorentina  ancora oggi rappresenta il cuore del Carnevale.

Il berlingozzo ha origini antichissime che risalgono addirittura al XV secolo; pare che la tavola di Cosimo I non ne fosse mai sprovvista per le feste, anche se si racconta che venisse servito come antipasto e non come dolce!

Il popolo, invece, lo ostentava in maniera diversa: per onorare la fine dei giorni di bagordi e dei tanti festeggiamenti, usava portare al collo la rinomata ciambella, come se fosse una collana.

Sperando di fare a tutti cosa gradita a molti, ho pensato di riportarne qui di seguito la ricetta;  quella vera, quella del mitico Paolo Petroni che ritengo sia la più valida da realizzare e forse anche la più vicina all’originale.

Una volta che lo avrete preparato il mio consiglio spassionato è quello di mangiarlo, senza assolutamente volerlo usare a mo’ di vezzo!

Quindi non mi resta che augurare a tutti…Buon appetito!

Ingredienti

  • ▪400 g di farina 00
  • ▪200 g di zucchero
  • ▪90 ml di olio extravergine di oliva delicato
  • ▪2 uova medie + 2 tuorli
  • ▪200 ml di vinsanto
  • ▪50 ml di liquore all’anice
  • ▪scorza grattugiata di 2 arance
  • ▪1 bustina di lievito in polvere
  • ▪un pizzico di sale

Procedimento

Iniziate a montare a mano o con le fruste elettriche le uova ed i tuorli mescolati insieme allo zucchero, Con le fruste elettriche saranno sufficienti 5-6 minuti, se lo fate a mano occorrerà più tempo. Unite a questo punto l’olio, il liquore all’anice, il vinsanto e la scorza di arancia grattugiata (mi raccomando non includete il bianco sottostante che tende all’amaro). Mescolato il tutto unite la farina, setacciandola prima, il lievito e il sale. Continuate a montare il tutto per 2-3 minuti.

Imburrate uno stampo da ciambella del diametro di 24 o 26 cm e versate il composto ottenuto nello stampo. Ponete lo stampo nel forno preriscaldato a 160°C e cuocete per 40 minuti. Ottenuta la cottura e rimosso, a freddo, il dolce dallo stampo potete cospargere la superficie del dolce con zucchero a vero o con granellini di zucchero colorato per rendere l’aspetto del dolce più festaiolo. Una variante interessante è portare ad ebollizione del succo d’arancia con dello zucchero e bagnare la superficie del dolce prima di distribuirci gli zuccherini colorati.

Il berlingozzo è da gustare bagnandolo nel vin santo ma, se avanza, non è da disprezzare nemmeno a colazione inzuppato nel latte.

A voi adesso realizzarlo e gustarvelo, in fondo non è certo una ricetta difficile e non occorre un impegno di tempo cosi enorme!

Tratto da : Paolo Petroni, Il libro della vera cucina fiorentina 

Maschere carnevalesche

Maschere carnevalesche

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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