La morte del giornalismo

di Simone Borri

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Era stato uno dei primi l’11 ottobre 1963 ad arrivare a Longarone, sulla spianata di fango e di morte del Vajont: «Vi scrivo da un paese che non c’è più…», cominciava così il suo pezzo. Cominciava anche la sua carriera di giornalista. Giornalista totale, come è stato definito, perché soltanto di un giornalista – per usare una definizione niente affatto lapalissiana di Indro Montanelli – anche nel suo caso si era trattato.

Come Oriana Fallaci, è stato etichettato di sinistra finché l’oggetto dei suoi articoli e delle sue inchieste era gradito alla sinistra. Di destra, e di una destra fascista, quando si mise a raccontare la controstoria di un periodo e di personaggi italiani su cui la sinistra non ha mai avuto piacere di ritornare o di approfondire troppo: la Resistenza.

GiampaoloPansa200113-003Lui, come Biagi, Bocca (con cui erano stati celebri i dissidi, più che altro caratteriali), Montanelli, Fallaci, non era né di destra né di sinistra. Faceva soltanto il suo lavoro, e lo faceva bene. Come quando firmò l’inchiesta sulla Lockeed negli anni 70, il Watergate italiano, o quando raccolse una clamorosa confessione nientemeno che da Enrico Berlinguer, la celebre intervista in cui il segretario comunista confessò di «sentirsi più sicuro sotto l’ombrello atomico della NATO».

Ha lavorato per tutti i giornali ed i settimanali più importanti, in ciascuno dei quali si è trattenuto fintanto che la loro linea editoriale era compatibile con la sua, quella dell’obbiettività. Ha lasciato articoli, libri e definizioni che costituiscono la sua eredità: una storia d’Italia complessiva assolutamente inedita e finalmente priva del peso fuorviante di tutte le ideologie. I comunisti uccidevano come i fascisti, i terroristi erano terroristi e basta, i nostri politici sono sempre stati quello che sono, e quello che abbiamo permesso loro di essere. Pare facile a dirlo, non lo era e non lo é, men che meno prima che lui lo scrivesse.

Nel Bestiario di Panorama, ha insegnato a generazioni di addetti ai lavori e di lettori come smascherare e prendersi gioco di politici, potenti e personaggi a vario titolo pubblici senza mai sconfinare nel cattivo gusto e nella illegalità che dà luogo a quelle querele di cui è disseminata quotidianamente la nostra scena politica. Ha coniato definizioni stroiche, come la Balena Bianca (la DC), il parolaio rosso (Fausto Bertinotti), Dalemoni (l’inciucio D’AlemaBerlusconi, a cui epigoni molto meno meritevoli continuano tutt’ora a rifarsi, come l’Andrea Scanzi del Fatto Quotidiano), il giornalista dimezzato (a proposito dei colleghi che, a suo dire, «cedeva[no] metà della propria professionalità al partito, all’ideologia che gli era cara e che voleva[no] comunque servire anche facendo il [proprio] mestiere»).

Se ne è andato chiudendo gli occhi sul governo giallorosso di cui non ha fatto a tempo a dire ciò che pensava realmente (dei 5 Stelle e di Grillo non ha mai fatto mistero di considerarli come pericolosi replicanti di un dannunzianesimo molto meno talentuoso, del PD abbiamo spiegato i motivi per cui era quest’ultimo a non pensar bene di lui), mentre aveva liquidato il precedente gialloverde come un «governo di terroristi». Come il Bocca con cui non andava d’accordo, per quanto grande è stato pur sempre un uomo del suo tempo, e non ha avuto tempo ulteriore per approfondire le sue ultime intuizioni ed affinare i giudizi.

Siamo certi che l’avrebbe fatto comunque, e da par suo. Rimanendo sempre e soltanto un giornalista. Di quelli come adesso, oggi più che mai, non ce ne sono più.

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«Guai, guai. Che si vive a fare se si rinuncia alla verità? La storia di un Paese è fatta di coloro che hanno combattuto guerre sbagliate, cercato traguardi assurdi. Occorre accettare questo, e onorare chi ha sofferto, non per forza condividerne la memoria, ma accettarla, darle cittadinanza. […] Da sinistra si tira fuori sempre questo antifascismo. Berlusconi come Mussolini, lo Stato autoritario imposto da Mediaset… Balle sovrane. Da destra, fate voi la riflessione. Bisognerebbe ricominciare da questo riconoscimento reciproco del diritto pubblico alla propria memoria».

(Giampaolo Pansa, Casale Monferrato, 1º ottobre 1935 – Roma, 12 gennaio 2020)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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