Commisso unchained

di Simone Borri

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Conferenza stampa del presidente viola Rocco Commisso. 8 gennaio 2020, il giorno dopo l’ennesimo incontro con il sindaco di Firenze Dario Nardella. A caldo, il patron aveva parlato di incontro positivo, ma senza risultato per lo stadio nuovo. Un po’ come la barzelletta sull’operazione chirurgica, perfettamente riuscita, ma il paziente è morto.

La barzelletta sembra ripetersi nell’incontro con la stampa. Commisso si profonde in lodi per Nardella, prima e dopo aver dato la stura ad un cahiers des doleances che nessuno si aspettava. La bonomia del patron stavolta è rimasta a Brooklyn, il boss è un fiume in piena di delusione, amarezza e critiche profonde e pesanti verso tutto e tutti.

Viene in mente per un attimo un’altra conferenza stampa. Era il 24 settembre del 2009, ed un altro presidente viola annunciò – a cielo ancora più sereno di quello attuale, la squadra si apprestava ad una stagione impreziosita dalla Champion’s League, tanto per dirne una – le sue dimissioni. I Della Valle stupirono il mondo ribaltandolo sotto sopra, e molti ancor oggi si chiedono il perché. Renzi non aveva mantenuto le promesse di Domenici? E adesso Nardella sta mantenendo gli impegni di Nardella, o siamo di fronte ad un nuovo possibile cataclisma viola?

La sensazione è che la luna di miele apertasi il 6 giugno scorso si possa essere ufficialmente conclusa l’8 gennaio 2020. Le parole di Commisso hanno di certo poco o nulla di mielato, per non parlare delle domande dei giornalisti che seguono alla conferenza stampa.

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Ma sentiamole le parole del boss. Sullo stadio nuovo «Sono deluso, pensavo che dopo vent’anni si fosse più avanti. Pensavo che si potesse fare qualcosa per i tifosi che sono importanti per Firenze. Credevo che avremmo fatto prima l’investimento dello stadio rispetto a quello del centro sportivo»

La questione dello stadio di Firenze è in effetti un pantano in cui la città e le sue istituzioni si dibattono da vent’anni, come dice Commisso, al quale tuttavia si potrebbe obbiettare che conosceva benissimo la situazione quando ha deciso il suo investimento acquistando la Fiorentina.

Fa un po’ effetto peraltro sentirgli ripetere il mantra che è stato della vecchia proprietà. I primi 20 top club in Europa «hanno una media di 417 milioni annui di fatturato, la Fiorentina ne fa 81, non possiamo competere con queste squadre dal punto di vista economico per comprare i giocatori».

Abbiamo già sentito questo discorso, o no? Commisso continua: «Come sapete il primo mese abbiamo cominciato subito a fare qualcosa a Campo di Marte, l’Artemio Franchi è un’istituzione a Firenze. Abbiamo appreso dai giornali che le curve non si possono abbattere. Qui non si possono fare cose che a Bologna, a 100 chilometri da qui si possono fare».

Ed ecco uno schiaffo in faccia a qualcuno, forse alla intera città. Il giudizio di Commisso sulle condizioni dello stadio storico di Firenze è durissimo: «Questo stadio è una porcheria per come è mantenuto, nessuno si offenda».

Il restyling del Franchi resta un’ipotesi, ma sempre più remota: «Forse domani affronteremo di nuovo la questione, ma è la città che deve dirci cosa si può fare, forse serve una trattativa». Ancora la città, sempre la città. Investimenti privati e pubbliche servitù, parafrasando un vecchio film.

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L’ipotesi Mercafir, in compenso, è di quelle che….. peggio mi sento. Dice il boss: «Sino dal primo giorno il rapporto con il sindaco Nardella è stato eccellente. Abbiamo cominciato con l’ipotesi Mercafir e più tempo è passato, più ho pensato non fosse una situazione ottimale, anche per i 22 milioni (chiesti, ndr.) e dopo abbiamo visto che ci sono altri costi che non sono stati considerati. Aspettiamo il bando, spero che la città rivaluti la questione, vediamo cosa esce fuori nei limiti della legge. Il calcio è un patrimonio per Firenze e l’Italia, come la moda, il turismo, gli Uffizi. La città deve aiutare a portare avanti questo patrimonio (…) Il bando è pubblico, non so se parteciperemo ma, comunque, non è detto che vinceremo noi, per questo dobbiamo tenere aperte varie opzioni, come Campi Bisenzio, Caldine, Bagno a Ripoli, Ugnano, Coverciano o Sesto Fiorentino. Per ora non abbiamo valutato queste opzioni, ora dobbiamo cominciare a farlo».

Le opzioni, com’é noto, si chiamano soprattutto Campi Bisenzio («lì c’è un prezzo molto più basso della Mercafir» spiega il patron viola), con Commisso che assicura di non voler fare come accade negli Stati Uniti dove alcune squadre giocano in città e stati diversi. «Non porterò la squadra a Lucca o a Torino». Beh, grazie, almeno quello, vivaddio.

Intanto la barca viola naviga in acque sempre più agitate, che richiedono soluzioni immediate, che cozzano in prospettiva se non fin da subito con quanto sopra detto. Commisso dedica poche parole alla squadra e al mercato: «Ringrazio Montella per il lavoro fatto, oggi abbiamo Iachini e ha bisogno di tempo per portare la squadra dove vuole (sic!). Ho visto una squadra più decisa e determinata, siamo stati un po’ sfortunati subendo gol all’ultimo minuto contro il Bologna. Speriamo di essere più fortunati. Allo stesso tempo ho già dato l’ok per investimenti. Non voglio giocatori per sei mesi, li voglio più a lungo termine specialmente se spendiamo soldi. Dobbiamo preparare una squadra più forte per il prossimo anno, finendo positivamente questo campionato. Per essere competitivi dobbiamo aumentare il fatturato». Si ritorna lì, all’uovo ed alla gallina, e ad una città che nel frattempo rischia (sportivamente) di morire di fame mentre i suoi maggiorenti si mettono d’accordo su cosa debba venire prima.

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«Senza i giocatori non si può arrivare ai più alti posti del campionato», riconosce il patron. E nemmeno salvarsi dai più bassi, verrebbe da aggiungere. Commisso prosegue: «Per arrivarci dobbiamo avere le infrastrutture, dobbiamo avere uno stadio e una zona intorno allo stadio dove sviluppare attività commerciali La intenzione di fare lo stadio è esistita dal primo giorno e speriamo che si può fare a Firenze. Però le cose dovrebbero essere giuste. Io ho fatto tre richieste: fast fast fast (veloce, veloce, veloce, ndr.), controllo e costi giusti. Non voglio stare qui 5 o 10 anni per fare lo stadio senza aver il controllo. Io voglio controllare senza dover chiedere a qualcuno se si può fare questo o quest’altro».

Ecco quanto. La chiave sta proprio nelle ultime parole del presidente viola, insolitamente tirato durante la conferenza stampa ed il question time che è seguito con i giornalisti presenti. Sembra quasi che il proprietario della Fiorentina si stia rendendo soltanto adesso conto della realtà in cui è finito a investire, come se si svegliasse da un brutto sogno. O ci stesse precipitando dentro.

La burocrazia italiana e la palude politica, sociale ed economica fiorentina sono due porcherie peggiori delle condizioni in cui versa lo stadio Franchi (per usare le sue parole, che magari potevano essere un po’ più edulcorate, visto che si tratta pur sempre di uno dei monumenti storici di Firenze). Ciò spiega la difficoltà a trovare investitori internazionali di rango e possibilità, a differenza di quanto è successo in tutti gli altri paesi europei che contano nel calcio.

Le leggi italiane rendono un’impresa titanica aprire una finestrella sulla parete di casa propria, figurarsi la costruzione di un nuovo stadio, per non parlare della riqualificazione di un’area cittadina come quella su cui dovrebbe sorgere la fantomatica cittadella viola.

Le leggi non scritte di Firenze rendono l’impresa di governare qualcosa in questa città ancora più titanica. La grande borghesia cittadina – professionale, produttiva, redditiera, o comunque a qualche titolo influente – ha dai tempi di Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico una sola parola d’ordine: l’importante è che nessuno diventi più grande, ricco, visibile di me. Chi si espone in questa città riceve tanti sorrisi, stringe tante mani, ed altrettante ne sente scivolare alle proprie spalle. Stanno prendendo le misure della coltellata che alla prima difficoltà gli tireranno, come i Pazzi ai Medici nel giorno di Pasqua del 1478.

Tutte queste cose rendono Firenze, ma un po’ tutta l’Italia (con l’eccezione di Torino dove il Comune è una controllata della Juventus F.C. e come tale si è comportata nella vicenda dello Juventus Stadium) terra di difficile conquista per chi vuole investire. E’ valso per Pontello, per Cecchi Gori, per Della Valle e adesso varrà per Commisso. Magari Joe Barone poteva essere più esaustivo nella sua relazione al boss sul sopralluogo iniziale, ampliando le sue vedute e lasciando spaziare lo sguardo a 360° sulla città, senza limitarsi ai servizi igienici dello stadio Franchi. Ma la sostanza sarebbe cambiata poco.

Come andrà a finire? La tentazione è quella della risposta che Han Solo dà a Luke Skywalker in Guerre Stellari: così male, come sempre!

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Azzardiamo un pronostico: di tutto quanto sopra, forget it, fast fast fast. Patron Rocco vuole andare a Campi, e questo è il saluto alla cerchia delle mura (metaforiche) di Firenze ed alle istituzioni che in vario modo la governano. Oppure ci stiamo incartando in un nuovo braccio di ferro tra Comune e proprietà, dagli esiti imprevedibili che si sovrammettono alla crisi tecnica di una squadra che non può aspettare la crescita del fatturato per rinforzarsi al di sopra della zona retrocessione.

Caro presidente, da queste parti i mecenati e gli amministratori illuminati sono finiti da tempo immemorabile e nessuno riesce più a «controllare senza dover chiedere a qualcuno se si può fare questo o quest’altro». Se ne faccia una ragione. Veda quello che può, o si sente di fare.

I fiorentini aspettano da 40 anni, altro che i 20 che dice lei. E neanche la loro pazienza è infinita, esattamente come la sua.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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