Si scrive Boris, si legge Winston

di Simone Borri

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La cosa più affascinante a prima vista del sistema elettorale inglese è che votano il giovedi, il venerdi sanno già chi ha vinto, il lunedi mattina hanno già il nuovo governo. Già questo dovrebbe farceli invidiare, persi come siamo nella nostra limacciosa prassi costituzionale che si aggiunge di nuovi ostacoli ad ogni tornata elettorale, con il presidente della repubblica a cui manca di ricevere lontani parenti e conoscenti per portare a termine estenuanti e spesso inconcludenti consultazioni. L’ultima volta ci sono voluti tre mesi.

A Londra si tratta di quattro giorni, e giusto perché il week end in Gran Bretagna è votato al riposo, al relax, agli hobbies, altrimenti la regina sarebbe pronta a dare l’incarico anche il sabato mattina.

Britannia felix, non solo perché si risparmia le sceneggiate quirinalizie e bizantine che toccano invece a noi, ma anche perché attraverso questo sistema apparentemente semplice (e tuttavia a quanto pare inimitabile) riesce spesso e volentieri ad attuare rivoluzioni senza nemmeno dover salire sulle barricate come tocca a volte agli altrettanto invidiabili nostri cugini francesi.

Parigi, scioperi contro la riforma Fornero alla francese. Siamo diventati lo xero sugli assi cartesiani.

Parigi, scioperi contro la riforma Fornero alla francese. Siamo diventati lo zero sugli assi cartesiani.

No, gli inglesi tirano giù anche il più forte dei governi o rafforzano quello apparentemente più debole con i ballots, le elezioni. Fanno così dal 1689, l’anno in cui in questi giorni Guglielmo d’Orange concludeva l’ultima a tutt’oggi delle rivoluzioni d’Oltremanica e firmava il Bill of Rights, la carta fondamentale della costituzione inglese per la gran parte non scritta che per i tre secoli successivi ha consegnato alla storia ed alla gloria una potenza mondiale.

Boris Johnson davanti al leggendario n. 10 di Downing Street

Boris Johnson davanti al leggendario n. 10 di Downing Street

A leggere i giornali italiani, giovedi scorso si votava per rimangiarsi l’avventata Brexit, chiedere scusa all’Europa ed essere vergognosamente riammessi in classe, dopo che perfino il parlamento di Westminster aveva – fatto inaudito nella storia inglese – sconfessato il popolo che l’aveva eletto. Il referendum sembrava ormai lontano e dimenticato, a leggere i nostri giornali, ed il voltafaccia dei tories che si ribellavano a Theresa May prima con la Brexit concordata e a Boris Johnson poi con la no deal Brexit passava per un segno di misero ravvedimento, anziché per quello che probabilmente era: l’effetto di pressioni (accompagnate verosimilmente da promesse di eventuali tornaconti personali) provenienti da Bruxelles e da Berlino. La Germania vuole fare come sempre dell’Europa un lebensraum economico, ma senza lo Stock Exchange, la Borsa di Londra, va poco lontano.

I giornali italiani non sono giornali, ma organi di partito. Sono pochi quelli che hanno saputo raccontare la vicenda per quello che è realmente. Sono pochi i giornalisti che conoscono un minimo di storia inglese. Dai tempi della Gloriosa Rivoluzione, l’Europa non ha mai messo alle strette le Isole Britanniche. E’ successo semmai il contrario, e sui blocchi navali e commerciali inglesi hanno sbattuto il muso Filippo II di Spagna, Luigi XIV e Napoleone di Francia, il Kaiser e poi il Fuhrer di Germania.

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Figurarsi se può fare paura a questa gente l’ultimatum di frau Merkel. Non foss’altro che per dispettoso spirito di competizione, era probabilissimo che il popolo inglese avrebbe rimandato a Westminster una maggioranza tory ancora più forte, e con il mandato di uscire una buona volta da questa Europa. La quale adesso ha tempo fino al 31 gennaio, se non vuole restare senza il becco di una sterlina.

Gli exit polls proiettati sulla sede delal BBC a Londra

Gli exit polls proiettati sulla sede della BBC a Londra

Boris Johnson sembra proprio uno di quegli uomini e donne della provvidenza che hanno costellato la storia inglese. Il paese che ha inventato la democrazia e la libertà moderne non ha paura ad affidarsi a figure forti quando serve. Colleghi del continente e giornali dallo spessore della carta che serve ad avvolgere la verdura o il pesce sfottono l’attuale premier. Lui che ha scritto saggi sull’Europa dall’Impero Romano ad oggi, l’Europa la conosce bene, e conosce bene soprattutto il suo popolo. Sarebbe in grado di cantar vitoria in latino e greco antichi, si contenta di farlo in inglese, e anche piuttosto sobriamente.

Una stretta di mano che per l'Inghilterra forse vale il ritorno dell'impero

Una stretta di mano che per l’Inghilterra forse vale il ritorno dell’impero

Potrebbe citare a buon diritto il suo archetipo, Winston Churchill, o la sua più famosa recente predecessora, Margaret Thatcher. Ma si contenta di intascare il suo 43% di seggi alla Camera dei Comuni e di lasciare al presidente americano Donald Trump la frase ad effetto da consegnare agli annali: «grande vittoria, e adesso grande accordo commerciale tra Usa e Gran Bretagna».

La Borsa di Londra con il Commonwealth gestisce la metà delle ricchezze mondiali. Quella di New York l’altra metà. Guardate bene la statua di Boadicea sul Ponte di Westminster, quella di Nelson a Trafalgar Square, della regina Vittoria a Buckingham Palace e di Churchill davanti al Parlamento. Guardatele bene, hanno tutte il sorriso sul volto. Il Continente ci ha provato ancora una volta, e ancora una volta la sua Armada è stata messa in rotta.

«Nessuno cantava più ‘sorgi Inghilterra’. E tuttavia l’Inghilterra era risorta»

(A.J.P.Taylor, Storia dell’Inghilterra contemporanea)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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